Armory 2012, cosa salvare e cosa no

Sta per concludersi, l’edizione 2012 di Armory, la fiera di arte contemporanea più importante di New York. Nata solo nel 1994 (L’art Basel è alla sua 43esima edizione), è diventata, complice la grande mela tutto attorno, vetrina per eccellenza di galleristi che contano e di collezionisti che comprano.
In sostanza, a prescindere dalla critica artistica, ad Armory girano soldi. C’è tanta tanta domanda e tanta tanta offerta.

E la gamma dei “prodotti” è vasta. Si va dal contemporaneo un po’ vecchiotto (nella sezione 20esimo secolo si è potuto acquistare la Weeping woman di Picasso, i dipinti di Giorgio Morandi o la Purple Marylin di Andy Warhol), al Bed for human use, installazione viva di Marina Abramovic (in foto).

La critica si è concentrata sulla sezione contemporanea contemporanea (21st century), a caccia di ciò che sta on the edge, che va oltre il trendy e che potrebbe dettare le sensibilità artistiche prossime venture. Exibart, una delle più note riviste italiane del settore, ne esce un po’ scontenta. E togliendosi un sassolino dalle scarpe, all’Armory dedica un editoriale dal titolo: Ma la grande mela è davvero grande?
Secondo Adriana Polveroni, c’è poco nuovo negli stand della fiera newyorkese. Per rintracciarne qualcosa di originale bisogna girare l’Independent, una fiera parallela all’Armory che assomiglia un po’ al fuori Salone milanese, dove era presente anche la gallerista italiana Stefania Beltrami.

Per il resto c’è poco. Polveroni boccia la Whitney Biennal (corredo biennale dell’Armory, al Whitney Museum) “dove gli unici artisti significativi sono quelli che già si conoscono, tipo Andrea Fraser, che ha liquidato il suo contributo con un testo riportato su un libro incollato”, o Gisèle Vienne che ha messo in mano un pupazzo-statua a un adolescente-statua mentre una voce fuori campo pronunciava parole inquietanti.
Il messaggio, pesante come l’asteroide che Maurizio Cattelan ha scagliato addosso all’ex Papa, è che oggi nell’era di Facebook, Twitter a internet, “a volte i ragazzi non hanno migliore compagnia dei feticci per sragionare sul senso della vita”.
L’autrice ha lodato “il tentativo di un gruppo di artisti di dare una maggiore aderenza alle cose, alla vita”, e io aggiungo: ai materiali.
Si riferisce, ad esempio a Sam Lewitt, un artista di casa alla Miguel Abreu Gallery a cui piace ragionare sulla materia prima, e ha presentato opere in ferro fluido.

Il New York Times è più ottimista sulla biennale, definendola una delle migliori nella storia recente del Whitney. E negli stand della Armory va a scovare cose interessenti ma leggere.
E difatti, chi sa mettere in stand-by l’eterno enigma sulla natura della realtà, ha potuto dare sollievo ai male del vivere sorseggiando un whiskey che avrebe potuto servirsi una volta varcata la soglia di ingresso dell’istallazione di cartone dell’artista olandese Rob Voerman.
Il cubotto di Voerman è una specie di capanna con tante finestre-oblò, chiuse all’interno con vetri color verde (la foto in basso).

Una volta dentro, grazie all’aiuto del drink, il visitatore veniva avvolto dalla luce che simboleggia speranza, futuro, e – new entry dopo il protocollo di Kyoto – crescita economica. E magari, grazie a un secondo drink, si è lascianto andare a sogni e progetti.
Se voleva volare invece avrebbe potuto far visita allo stand della Sean Kelly gallery, con le nuvole di Leonardo Erlich.

L’amabile artista argentino, si è preso la briga con Collection Clouds, di riprodurre miniaturine su vetrini – quelle che si usano per le analisi al microscopio dei laboratori – delle diverse nuvole di Londra. Impresa non facile.

Se il visitatore voleva fare il punto sulla storia,  bastava uno sguardo ai 30 busti bianchi di Osama Bin Laden. L’opera che porta la firma dell’artista cinese Wang Du, ricalca il concettualismo Cattelan, ricordandoci fatti e misfatti di cronaca recente.


E per chiudere con una risata ci voleva una visita ai lavori di Erick Yanker, uno che pensa idee originali anche per il cartone tivù South Park. Nel suo Enldess Summer, ha messo su una tavola da surf a cavalcare le onde tutto sorridente, un Tirannusaurus Rex. Che l’estate non finisca mai. Neanche per i dinosauri.

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