Whitney 2012 noiosa o avanguardia? Village Voice contro Francesco Bonami

Una delle rare istallazioni non noise alla Whitney Biennal 2012, secondo il Viallage Voice. Wu Tsang che va nel bar dei trans.

Per ritornare alla polemica se le ultime fiere newyorkesi siano avanguardia oppure popolate da vecchiotti ingalluzziti, propongo un altro paio di opinioni sull’argomento.
L’intervista a Francesco Bonomi, ex curatore della Biennale di Whitney oltre che di Venezia eccetera eccetera, intervistato dai bravi di Artribune (il giornale fiorentino degli fondatori di Exibart), versus Village voice, uno dei giornali più letti a Nyc.
Prendiamo Bonami: lui sostiene che la Biennale (corredo biennale all’Armory Show e a tutti i vari fuori saloni della super fiera newyorkese) tutto sommato gli è parsa valida e che con l’edizione 2012 “l’arte da una parte stia tornando alla dimensione intima dello studio, dall’altra rimanga sempre più dentro l’attimo veramente contemporaneo e irripetibile, il gesto, la parola, il suono. O sei lì al momento o perdi l’occasione di vedere ciò che è veramente contemporaneo”.
Regalandoci, a noi che siamo digiuni, anche una definizione di contemporaneo.
Dall’altra parte dell’oceano, Christian Viveros-Faune della voce del Village, senza mezzi termini invita a non andarci alla Biennale. A starsene a casa. Perché a suo avviso, “le mostre sono più fastidiose di una moquette logora” e i curatori, il veterano Whitney Elisabeth Sussman e l’esordiente Jay Sanders, avrebbero scelto artisti tanto più simili ad accattoni per giunta disordinati.
I quali non si sarebbero neppure presi neanche la briga di rispettare il tema della biennale, dedicata questanno alla “old weird America”.
L’America, continua la bacchettata, è stata ignorata dagli artisti, nonostante sia l’economia più forte del mondo e stia vivendo uno dei momenti più dolorosi della sua storia.
La vita reale, e qui arriva l’ultima frustata, è stata accantonata in una soffitta mentale.
E la polemica continua a montare anche per colpa di Occupy Wall Street aveva diffuso, in occasione dell’inaugurazione, una lettera aperta indirizzata alle istituzioni, invitandole a non organizzare l’edizione 2014. Perché ci sarebbe di meglio da fare per il Paese con quei soldi.
Eppure Bonami, di qua dell’oceano che la Whitney sostiene che un genio da tenere d’occhio ci sia. Si tratta di un non-artista, tal Werner Herzog, che con i suoi video esposti parla di arte dimenticata.
Herzog ha presentato un’installazione (che include un film, Hearsay of the Soul) sul dimenticato pittore e incisore olandese Hercules Pieterszoon Seghers. Era il 1600 e già faceva uso di tecniche talmente all’avanguardia da aver ispirato niente di meno che Rembrandt nella realizzazione dei suoi paesaggi. In più, da vera rock star, il pittore pare sia morto solo, alcolizzato e indigente, per una caduta dalle scale mentre era ubriaco. A seguire un piccolo video rubato in rete.


Anche se a me l’arte che parla di arte in genere annoia.

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