Kusama, dea di buio e di specchi


Alla nostra giapponesina Yayoi Kusama, classe 1929 Matsumoto, piacciono le cose luccicanti. Le piacevano sin da quando debuttò in biennale a Venezia nel 1966 presentando il Giardino di Narciso, un’istallazione di lei, rosso vestita che galleggiava in mezzo a una miriade di sfere luccicanti. Uno dei suoi lavori più interessanti, Firefiles on the Water del 2002, sarà in mostra al Whitney museum di New York a partire dal prossimo 13 giugno.

Immaginate 150 minuscole lucine sospese nel vuoto di una stanza buia, tappezzata ai lati di specchi, e al suolo di acqua. L’effetto è una riproduzione luci all’infinito.
I Firefiles sono una delle opere che meglio spiega la poetica della Kusama. Minimalismo, abnegazione di se stessi, approccio allucinatorio all’esperienza sensoriale, ambiente psichedelico, amore incondizionato per buio, specchi, vetri, sfere e cilindri. C’è tanto Giappone nella sue opere. C’è tanto della sua frustrazione nei confronti di un popolo che si flagella di regole. Per il solo gusto di farlo. C’è tanta voglia di cercare se stessi attraverso buio. Le luci e gli specchi, servono solo a riprodurre l’infinito.

Kusama, Venezia 1966
Kusama, Venezia 1966

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