L’orrore iracheno raccontato da Simon

La chiamano la Sophia Coppola della fotografia. Parentele importanti non le mancano (è cognata di Gwyneth Paltrow). Si dice che catturi con l’obbiettivo, l’infotografabile. E infatti le sue serie gemelle in mostra fino ad agosto al Moma di New York e alla Almine Rech Gallery di Parigi, portano il titolo bizzarro “A living man declared dead”: un uomo vivo dichiarato morto.
Sul mercato si fa rappresentare dalla Gagosian gallery, e pur avendo appena 37 anni, anche a Venezia è già considerata un talento. Sto parlando di Taryn SImon.
Nel 2007 ha lavorato con Brian de Palma nella realizzazione del film-documentario Redacted – MAI DISTRIBUITO IN ITALIA – che racconta la drammatica storia dello stupro di gruppo e del successivo omicidio di una ragazza di 14 anni da parte di un plotone di soldati americani nei pressi di Mahmudiya. Era il marzo del 2006. Iraq.
Dopo la violenza Abeer, così si chiamava la vittima, viene prima colpita alla testa e poi data alle fiamme. Quattro soldati americani del 502esimo reggimento di fanteria furono successivamente condannati per stupri ed omicidi, ma la vicenda, come il film, non è ancora inserita nei libri di storia.
Questa foto, che si intitola Zahra/Farah è l’ultimo frame del film, ri-allestito due anni più tardi proprio da Simon, con il beneplacito del regista. L’attrice irachena Zahra Zubaidi che ha interpretato Abeer (nel film è Farah), è dovuta scappare in America dopo essere stata ripetutamente minacciata di morte da amici (?) e parenti. Dire la verità è a volte volgare. La verità è orrenda. Questa verità è arrivata in Biennale a Venezia solo un anno fa.

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