Murakami, a portata di bozzolo

Tra qualche anno mi andrà di leggere questo articolo che risale al 2005 della scrittrice californiana Aimee Bender. Lei mette in connessione Martha Graham con Haruki Murakami. E ce lo voglio avere qui, nella crisalide, a portata di bozzolo.

 

Martha Graham
Martha Graham

Mia madre scoprì la danza all’età di nove anni, e diventò subito l’àncora della sua vita. Andava a lezione quattro giorni a settimana dopo la scuola, ha attraversato in tendue e tour-jeté il percorso dalle superiori all’università, amando il senso di controllo che la danza conferiva al suo corpo.
Solo a trent’anni vide per la prima volta un balletto dal vivo della compagnia di danza moderna di Martha Graham. Era il 1970, e aveva subìto il fascino dell’enorme pubblicità che avevano fatto alla compagnia. Era vittima di questa propaganda. Avendo comprato una serie di biglietti a tariffa studenti per la Royce Hall dell’UCLA, si piazzò sulla balconata e guardò la compagnia esibirsi per tre sere consecutive. A che si doveva tutto questo gran parlare? Lo spettacolo non era poi così impressionante. La sera dell’ultimo spettacolo, vide dal suo balconcino un posto libero in prima fila e, volendo cambiare punto di vista, corse giù dalle scale e se lo conquistò, non sospettando che la serata che aveva di fronte le avrebbe completamente cambiato la vita.

Il balletto quella notte era Clitemnestra, e la prima ballerina era la Graham stessa. E, anche a sessant’anni (e forse in parte proprio per questo) la performance della Graham come donna intrappolata in un terribile dilemma, colpì mia madre al cuore. Non era grazia decorativa. Non era leggero satin rosa. Il movimento aveva una fluidità che sovvertiva l’ordinaria natura delle regole della danza e un’imprevedibilità che corrispondeva alla situazione della protagonista. Nessuno poteva immaginare come si sarebbe mosso il corpo della Graham un attimo dopo. Mia madre era seduta sulla punta della sedia. Mai nella vita, lei, una patita della danza classica, aveva sentito il potere istintivo della danza come in quell’occasione. Dopodiché, disse di non aver mangiato né dormito per due giorni. Era così completamente nutrita e rinforzata da quello che aveva visto che non ne aveva bisogno. Ho sempre invidiato questa storia, perché mi sembrava così meravigliosamente intensa – non aveva neanche mangiato? Io, costantemente affamata, non posso neanche immaginare una cosa del genere. Volevo un’esperienza così anch’io. Da quando conosco mia madre è talmente influenzata dal mondo flesso e contratto della Graham che è difficile immaginarsela prima di questo episodio, nascosta nelle regole dei plié. Non riesco a trovare per me una storia parallela alla sua, ma capisco meglio, anno dopo anno, la sensazione che ha provato. Il momento in cui la curva dell’apprendimento esce fuori dal grafico. È l’opposto di memorizzare le date per le lezioni di storia, sperando nell’impossibile, che i fatti rimangano impressi. Alcune performance, alcuni libri, film o lezioni, distruggendo le regole, insegnano a chi hanno di fronte tutto in una volta. E poi tutto questo si deposita dentro, nel profondo, filtrando piano piano. Penso che questa sia la cosa migliore che un’opera d’arte possa fare: ridurmi a una sorta di stato pre-verbale di nutrimento e apprendimento. Ma è raro che accada.
Ho iniziato il libro di Haruki Murakami, L’uccello che girava le viti del mondo in aereo, sembrava abbastanza interessante e la prosa era leggibile e senza pretese. Ero stanca per via dell’aereo e non volevo un libro che mi richiedesse troppo in termini di complessità delle frasi e avevo sentito parlare bene di questo libro da un amico fidato. Stavo andando avanti, godendomi lo strano corso degli eventi, quando all’incirca dopo cento pagine mi sono imbattuta in una scena di violenza così raccapricciante e sconvolgente che a malapena riuscivo a toccare le pagine del libro. Fino a quel punto non c’era niente nel libro che potesse indicare che all’improvviso, nel bel mezzo della storia di un giovane disoccupato che mangia sandwich, mi sarei ritrovata a leggere di un soldato scorticato vivo in Mongolia durante la Seconda Guerra Mondiale. Quando più tardi sono tornata a rileggere quel pezzo sono rimasta sorpresa scoprendo che la scena era lunga solo un paio di pagine: sul momento mi era sembrato che andasse avanti per sempre. Il giorno seguente ho chiesto all’amico che mi aveva raccomandato il libro se ci fossero altre orribili sorprese, cosa rara per me – generalmente non mi piace sapere niente di quello che viene dopo. Ma Murakami poteva andare ovunque con il suo romanzo. Dovevo seguirlo alla cieca, e questo mi lasciava sconvolta e allo stesso tempo intrappolata.
In classe, un mio studente, Brian, commentò quello stesso punto. “La cosa strana di questa scena” disse alla classe “è che sembra l’apice massimo di un climax ma compare nel primo quarto di libro. Che resta da fare poi a Murakami?”
Dopo aver finito il romanzo ci ho pensato per settimane, mesi. Non riuscivo a togliermelo dalla testa. Più ci convivevo e più acquisiva ricchezza e complessità nella mia memoria. Con una trama complicata, non è così facile da riassumere: il romanzo è una sorta di storia epica su un disoccupato che fa un viaggio surreale quando sua moglie un pomeriggio scompare, e allo stesso tempo, attraverso monologhi e flashback illustra il ruolo del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. E’ un libro voluminoso e sciatto, a circa due terzi del quale il narratore fondamentalmente scompare, con disappunto del lettore, e ci sono innumerevoli personaggi inspiegabili che compiono azioni che non ho mai veramente capito. Appena qualcuno di loro colpiva il mio interesse, spariva. Murakami scrive come uno scrittore di gialli – pare che sia un ammiratore di Raymond Chandler – ma a differenza di uno scrittore di gialli non dà molte risposte, e quelle che dà sono comunque abbastanza aperte a diverse interpretazioni. E’ anche un appassionato di jazz e forse questo determina la sua attitudine per le strutture intuitive. Se un lettore cerca la completezza, allora questo è un libro molto frustrante. L’ho letto tre volte adesso, e mi si svela ogni volta di più, ma ci sono ancora movimenti e percorsi circolari che non riesco a fissare. Ma. Non mi importa niente. Davvero non me ne frega niente. Perché ciò che mi insegna è in ogni pagina, indifferente a quello che accade. In Murakami c’è qualcosa di estremamente presente in ogni frase, lui è lì, nella storia, a lottare con essa insieme a noi, completamente intuitivamente concentrato e credo che sia questa forza delle sue intenzioni che mi fa credere ciecamente in lui. La coreografia della struttura del romanzo, come la danza moderna, segue le sue proprie regole. Niente viene imposto. E’ un percorso determinato dal coinvolgimento assoluto che Murakami ha nel suo stesso modo di procedere. Per quanto ben confezionata, la forma è assolutamente secondaria. […] Per sostenere il movimento della storia, attinge a tutto quello che può: surrealismo, psicologia, storia, sociologia e una bizzarra e meravigliosa varietà di voci. E’ una grande storia, e lui lo sa, ed è chiaro che scriverla gli ha richiesto una grande concentrazione. In un’intervista rilasciata a Salon.com, Murakami parla dell’atto di scrivere e di quanto debba prendersi cura di se stesso fisicamente per prepararsi. E’ per lui un processo che richiede così tante energie che si deve ricordare di fare attività fisica e mangiare bene in modo da avere la forza e la concentrazione necessarie per andare avanti con la storia. Quasi come un atleta, o un ballerino. Nel libro della Graham, Memoria di Sangue, lei riflette sul fatto che un ballerino muoia due morti: “la prima, quella fisica, quando il corpo allenato sempre al massimo non risponde più come vorresti. Dopo tutto io faccio coreografie per me stessa. E non metto mai nelle coreografie movimenti che non saprei fare io stessa.” La seconda è la morte vera, quella che tutti affronteremo. 
E così è in Murakami: coreografare per se stesso, tenere il corpo più in allerta possibile in modo da poterlo applicare ai movimenti e alle espansioni della mente. Forse questo determina in qualche modo la sensazione fisica del suo narrare. I paesaggi sono astratti, ma i personaggi sono carne e ossa: mangiano costantemente, fanno sesso, benché in modi inusuali, si arrampicano nell’ambientazione e interagiscono, fisicamente, sia con il tangibile che con l’intangibile.
Per questo sento di dedicare un’attenzione irresistibile al suo metodo di raccontare, non ho nessun interesse nel risultato della trama di Murakami. Mi interessa solo capire che scelte fa. Affido ogni mio desiderio sul libro interamente a lui, e in quel momento, diventa il miglior insegnante possibile.
Spesso quando amo così tanto un libro, divento possessiva nei suoi confronti e mi arrogo il diritto di avere un legame speciale con l’autore. Nei casi peggiori divento gelosa e meschina quando qualcun altro dice di amare anche lui quel libro. Ma per qualche inesplicabile ragione, con Murakami, mi sento come se ce ne fosse abbastanza per tutti. Incoraggia la condivisione. Può avere legami speciali con chiunque, grazie a Dio. Mi piace molto insegnare questo libro, perché oltre ad esserci moltissimo da dire sembra scampare a qualsiasi decostruzione distruttiva. […] Uno dei miei passaggi preferiti del romanzo è uno dei più tranquilli. Il narratore, Toru, è a un punto di svolta del suo viaggio, ma non c’è nessuna direzione verso la quale andare. Sua moglie se n’è andata. Lui ha incontrato fisici, soldati, clienti di telefoni erotici, politici, adolescenti e uomini d’affari. Ha battuto ogni pista che aveva. Così, suo zio gli dice che in momenti come quello a lui piace andare in giro e guardare le facce delle gente. Toru è uno con la mente aperta, quindi va in città, a Tokio e per diverse pagine, Murakami ci descrive con calma il suo personaggio principale seduto a guardare la gente, aspettando che succeda qualcosa. La scrittura è semplice e diretta. Sembra normale chiedersi se Murakami stesse facendo la stessa cosa, stesse aspettando che il suo romanzo gli dicesse dove andare. Molti autori tagliano questi passaggi, è probabile che li scrivano, ma nell’ultima bozza, non vorranno più mostrare questo tempo di attesa. Ma Murakami in questo caso non edita il suo modo di procedere per i lettori. Il suo modo di procedere è il nostro e quello di Toru. Toru incontra qualcuno, ma non succede niente per un po’, invece, attraverso i piccoli dettagli rivelati tra le pagine, Murakami ci ha già spinti gentilmente quel tanto che basta per andare oltre. Il fatto che lui, come scrittore, abbia insistito per includere questo passaggio, mi rassicura profondamente. Mi interessa tutto il tempo in cui Toru guarda le facce – un altro momento fisico tangibile – anche se è certamente un punto della trama non molto eccitante. Ma Murakami è lì, che lavora, ascolta e io lo stesso. Quello che fa, per me, è creare una fede solida come una roccia. Metto tutto il mio essere di lettore nell’intensa focalizzazione del suo ascoltare. Questo è quello che cerco, sempre e comunque nei libri: quando trovo il punto in cui lo scrittore può prendersi tutto il tempo che vuole, commettere degli errori, rovesciare tutto, sono felice. Vivo all’interno di ogni frase così profondamente che ovunque mi guidi, la seguirò con interesse. Non posso parlare per mia madre, ma la mia sensazione, quando lei racconta la storia della Graham è che ciò che ha provato quella notte sia stato un completo abbandono al movimento che stava vedendo sul palco. Si è arresa ad esso. Si è affidata alla ballerina sul palco e la sorpresa e l’inevitabilità di ogni momento si sono infiltrate in lei diventando una parte definitiva del suo modo di vedere il mondo. E per quanto la mia esperienza con Murakami non abbia lo stesso carattere di quella di mia madre con la Graham, perché è stata più lenta e più densa e in un certo senso meno immediata, ne rimango colpita. Nel suo modo paziente il libro è strisciato nel mio cervello, e non dà segno di volersene andare.
(Traduzione di Lorenza Pieri)

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