La poetica dei ratti e delle banane (Here the last Bansky)


All’uomo che ha ucciso una cabina telefonica inglese, che ha tolto le pistole dalle mani dei cattivi di Pulp Fiction e le ha sostituite con delle banane,
all’artista di Bristol che nessuno sa chi è che è riuscito a tappezzare i muri di Londra di tanti piccoli ratti (ART come anagramma di RAT e RAT come anagramma di ART),
a colui che ha preso per culo gli israeliani, dipingendo sul muro che divide Gerusalemme la vita vacanziero-caraibica dei vicini mal tollerati palestinesi.
Al ragazzo di strada che ha poco più dei miei anni che ha rivisitato la Santa Teresa del Bernini a Napoli, privandola di croce e rosario, regalandole in cambio, hamburger e patatine.
A colui che si chiama di nome solo Bansky, dedico il prossimo autunno. Ieri, equinozio, in una strada di Beverly Hills, Brighton road, compariva questo messaggio: Dreaming is my religion.

Dopo anni passati a dire: “Se sei piccolo, insignificante e poco amato allora i topi sono il modello definitivo da seguire” (la sua RAT – ART)

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