Una spirale fallica ci salverà (Bernstein @ New Museum)


Quando ho aperto la press release del New Museum di New York (diretto da Massimiliano Gioni, uno dei miei probabili futuri mariti) sull’i-Phone a momenti mi prende un coccolone. Intravedo tra le foto una striscia di scarabocchi neri su parete bianca che sembrano tante ciglia di un mega occhio. L’effetto su di me è un pugno all’ stomaco. Saprò più tardi che i graffi in realtà rappresentano un cazzo gigante spiralato.
Nel museo più figo del mondo, alla fine della scorsa settimana è stata chiamata Ms Judith Bernstein con il preciso scopo di decorare il muro di un corridoio del museo lungo 20 metri. Precisamente di apporci la sua firma. Bernstein compirà tra poco ’70 anni. E’ considerata l’artista protofemminista per eccellenza, ma solo oggi nel 2012 riceve la suprema incoronazione di una personale a New York. La città, a lei che è stata una vera provocatrice, glielo doveva da oltre 40 anni.

Negli anni ’70 l’artista stava affidano il suo marchio di fabbrica, caratterizzato appunto da una serie di graffi in carboncino nero dalla forma curva che convergono in (diciamolo) tante cappelle. Ma quando al Brooklyn Museum ebbe occasione di presentare Horizontal – un mega fallo orizzontale di 12 metri –  Judith incassò tanto di quello sdegno da parte di puritani, cattolici, musulmani, ebrei, santi e rompi coglioni, che ebbe il potere di bloccarle la visibilità, e per conseguenza l’evoluzione artistica. Erano anni difficili per le femminucce, quelli lì.
Bernestein naque a Newark, in una famiglia umile da padre contabile e madre insegnante. Si forma prima in un college di sole femmine a Penn State e poi entra in una classe di soli maschi a Yale. Fece amicizia con drammaturghi del calibro di John Guare e Kenneth Brown che la liberarono sessualmente, in diversi sensi (“They were teaching her an arsenal of dirty words like “cock, dick, prick, etc. It was really great”). Fin quando le fu offerta una cattedra in storia dell’Arte in un college del Connecticut “a metà stipendio” come si conveniva per le donne. Ce ne era abbastanza per avercela con gli uomini e con una società che funzionava al contrario.

Nel 1967 la bella Judith si trasferì a New York, “a bordo di una vecchia fiat che non superava le sessanta miglia allora”, prese casa nella East Broadway, ma nessuna galleria sembrò interessata ai suoi lavori. Solo nel 1974 finalmente la città di Philadelphia si accorse di lei invitandola a presiedere a una delle prime mostre sul femminismo della storia, dal titolo “Il lavoro delle donne”. Poi però, quando le donne finalmente cominciavano ad essere ascoltate, Bernstein semplicemente scomparve dalle scene. Disse in seguito che non era capace di giocare con il mondo dell’arte. Non ha più avuto voglia di andarsi a cercare un gallerista e tornò a fare l’insegnate. E il fallo dalle mille ciglia è da decenni entrato a far parte della collezione permanente del Museum of Modern Art.
E ne torneranno altri. Sulla Bowery, dove dicono si aggiri Judith bella come a 40 anni fa con delle scarpe da ginnastica viola mentre sale e scende scalette per disegnare una enorme spirale fallica che la riscatterà.

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