Incontrando Hong Sangsoo per caso a Berlino


Cose che capitano per caso solo a Berlino. Si va con un amico a pattinare sul ghiaccio a Postdamer Platz, si bevono due bicchieri di Glühwein, si scopre che nella FilmHaus (Cinema Arsenal per la precisione) proiettano un film coreano super apprezzato a Cannes, Tokyo, Venezia. Okey, si va: tanto il biglietto costa cinque euro. C’è molta gente al botteghino. E scopro così di essere finita alla Premiere tedesca. E che tutta quella gente sta lì per conoscere il regista. Herr Hong Sangsoo, classe 1960, Seoul, nato sotto il segno dello scorpione, famoso soprattutto per un lavoro che porta il titolo Hahaha. Tutte cose che logicamente ho scoperto dopo. Io a quella rassegna sudcoreana ci sono finita per sbaglio. Dopo 30 minuti sto per perdere le speranze: il posto in sala andava prenotato e io logicamente non l’avevo fatto. Continuo svogliatamente a stare in fila fin quando l’addetta del cinema mi fa un cenno per dirmi: questo è l’ultimo biglietto, è il tuo. Benone, penso io, E mi lancio felice in una morbida poltrona dell’Arsenal.
Vedo il film, titolo coreano: Da-reun na-ra-e-suh, titolo inglese: In another country. La pellicola corre veloce, mi piace, non mi annoio, mi faccio delle idee e delle sane risate. Tanto che a fine proiezione mi viene voglia di sakè. O meglio di Heuk Ju, il sakè di Seoul.
E poi arriva lui. Hong Sangsoo. Uomo di poche parole che non fa altro che ripetere che il suo lavoro (e i suoi lavori in genere) non sono mai il frutto di un ragionamento, ma solo dei moti di pancia. Ogni scelta estetica e scenografica ha a che fare con l’intuito, il cuore, le budella, mai con la testa. Alla domanda: ti piace la piaggia? mi ha risposto sì, il più delle volte. Alla domanda: ti capita spesso di camminare in mezzo alla strada? e ancora, la risposta è stata sì, il più delle volte.

In Another country racconta la storia di Anne, interpretata dalla meravigliosa Isabelle Huppert una tursita francese che finisce nel resort più brutto di tutta la Corea del Sud. Piove sempre, lei aspetta il suo amore da Seoul che, dopo una serie di rimandi, non arriva più. Ha perso la testa per un attricetta coreana. Anne sembra mantenere il controllo, beve sakè, cerca il faro sulla spiaggia, cammina bellissima al centro di tutte le strade. In continuazione, come se il film fosse una ruota. E mentre cammina – beve sakè e cerca il faro – incontra sempre gli stessi personaggi: la giovine addetta alla reception della casa vacanze che è sempre pronta a prestarle un ombrello, il bagnino con gli addominali a tartaruga, l’unico di tutta a spiaggia ad avere il coraggio, con quel freddo, di farsi lunghe nuotate in mare, il regista coreano che non nasconde la sua simpatia per lei, la moglie di lui incinta e gelosa, fino al monaco buddista che scrive sermoni sull’esistenza con la sua inseparabile Mont Blanc. La comunicazione tra la protagonista e gli personaggi non poteva essere resa meglio. Lei straniera affascinante ammicca un po’ con tutti (più o meno consapevolmente) loro, uomini e donne, sono attratti da lei. Ma la lingua è un problema. Sembra un capovolgimento dei temi di Lost in Translation. Sembrano i coreani nel loro inglese elementare quelli persi, non certo la francese. Le cose da dirsi sono poche, i gesti molti. Quando diventa chiaro che il suo uomo non la raggiungerà più, lo spettatore quasi prevede l’inizio del baratro per Anne. Che invece alla fine sorride galleggia fa l’amore beve alcol e indossa sempre rigorosamente abiti stupendi. Accadeva il 20 novembre a Berlino.

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