La vita volgare di Molder, in mostra a Berlino

jorge_molder

E’ l’impronta di un mocassino. Così lucido che te lo puoi solo immaginare. Che ci faceva sul quel cemento nero, opaco e polveroso? Dove andava chi lo indossava? E la tazzina di caffé sulla lastra di ossidiana? Chi ha bevuto il caffé e perché è stato tanto attento a non lasciare neanche una piccola ditata sul tavolo a specchio dove sta appoggiata? E quel coniglio di ceramica bianca perché mi sta guardando? I suoi occhi sono gialli. Sembra che gli hanno appena fatto un intervento di chirurgia estetica – Non c’ha manco una ruga, manco un pelo fuori posto – per poi adagiarlo sol più morbido dei lenzuoli. E la bottiglia di vetro grezzo? La potevano mettere in verticale, dico io. No, orizzontale. Per giunta, appoggiata su uno specchio. Uno normale, questa volta, non quello dei Maya (ossidiana).
Il vetro grezzo trasparente e il suo riflesso. Un gioco perfetto e spietato, liscio e ondulato, opaco.
Come è spietato, per quanto ibernato, quel fucile adagiato sulla neve, o sulla sabbia bianca. Mentre il volto sfigurato della statua di un uomo guarda con l’unico occhio che gli resta un quadrato grande così di scotch-carta bianco che qualcuno avrà dimenticato di togliere via dall’interruttore. La parete è stata imbiancata da un po’. ALmeno così sembra.
Jorge Molder

Piccole storie, poche, in grande formato. In mostra alla Invaliden1, una galleria cool nel Kiez più cool di Berlino: Schönleinstrasse, laddove Kreuzberg coi passeggini e gli asili, si incrocia con il sud che puzza di aglio e kebabbari sudati. E mentre a Berlino stavano tutti ad aspettare il Pictoplasma (una specie di festival di manga, loghi, fumetti in tutte le salse – disegnati, fatti al computer, con l’uncinetto o con la paglia) e il sole, la invaliden zitta zitta da due settimane ha allestito una mostra capolavolo: il primo solo dedicato a Jorge Molder. Portoghese nato nel 1947 , già 15 anni fa rappresentava Lisbona alla Biennale di Venezia. Poi ha vinto non so cosa di importante in Brasile ed diventato uno degli artisti preferiti in casa Unesco. La mostra si intitola Call for Paper. Ora io non me intendo, ma questa espressione ha a che fare con il mondo accademico di oggi. Sembra che si usi per raccogliere la bibliografia di ricerche universitarie condivise online. Jorge non è che è stato tanto a spiegare il titolo. Figuriamoci. Lui studia filosofia e legge Pessoa. Però, presentando la mostra ha detto che queste opere sono tracce, resti, indicazioni stradali, inaccuratezze. Che contengono anche un’erudizione accademica un pochino presuntuosa (si pensi alla statua, al coniglio o all’ossidiana) ma anche la “volgarità” del quoditiano. La tazza sporca di caffé, il mocassino impiastrato di gesso, lo scotch.
carta
Ultimo punto. Foto o dipinti. Bella domanda. Chiaro come il sole a Berlino dopo nove mesi di inverno, che lui è un fotografo. Altrettanto chiaro che queste sono elaborazioni fotografiche sulle quali è stato fatto un bel lavoro di postproduzione (si è divertito a fare il contrario di quello che fanno tutti, anzicché aumentare la risoluzione, lui la diminuisce). Ma il punto di partenza e l’olio l’acquerello e l’acrilico. SOno foto di dipinti. O almeno questo è quello che emerge. E il risultato, su carta che chiama, è speciale.

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