Prima era ebraica, oggi è giunonica

ebraica
Questa sera la Crisalide fatta d’aria torna on air, da I needradio (http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/wp-content/uploads/2014/01/crisalide1b.mp3) alle 19. Parlerà di Dorothy Iannone, donna Giunone appassionata di sesso e arte bizantina. Prima di allora però volevo pubblicare lo speech della puntata di martedì scorso, dedicata all’Identità ebraica. In onda sempre sulla stessa rete. alla stessa ora.

Crisalide d’aria è il titolo del romanzo di Fukaeri, una ragazzina di 17 anni giapponese che una notte vede uscire dalla bocca di una capra morta dei piccoli uomini, i little people,che cominciano a tessere una crisalide fatta di fili d’aria. Loro staccano uno per uno fili di aria dal cielo e li tessono per farci un bozzolo dove dentro cresce l’embrione del doppio dell’uomo. l’embrione della sua ombra, l’embrione dell’io che sta dall’altra parte del mondo.
Da questo lato del mondo, sul pianteta terra, sul pianeta INeeDRadio, la crisalide d’aria è uno spazio che serve a far ossigenare il cervello, un viaggio nell’arte contemporanea mondiale.
Nella prima puntata (in onda il 18 febbraio dalle 19 alle 21) Vita La Roux parlerà di identità ebraica.
Nella seconda (in onda il 25 febbraio dalle 19 alle 21) di Dorothy Iannone detta Giunone, nella terza (in onda il 4 marzo dalle 19 alle 21) di Ai Wei wei.

01) Jonsi Tornado
Identità ebraica. E’ un tema che fa irrigidire molti. non si capisce bene perché. negano tutti l’anti-sionismo però poi quando c’è da prendere delle posizioni a molti viene voglia di tirare avanti.
Ora io non so se sia giusto o sbagliato calcare la mano sull’identità degli ebrei. Certo è che Berlino è una città un po’ particolare. Qui la città c’ha sempre la mano sulla coscienza. Più o meno ben ferma. Si dice che almeno una volta al mese il consiglio comunale di Berlino debba votare se finanziare o meno un nuovo momento di commemorazione all’olocausto.
Insomma, c’è il judische museum a Hallesches Tor che non so se avete mai visto la forma della pianta dall’alto: assomiglia a un serpente di metallo, a una specie di saetta, appuntita,l’ha disegnata Daniel LibesKind. Nel museo che pare un labirinto di grigio e di gelo, dove ci si perde la notte al monumento all’olucasto  a Branderbourger Tor, c’è un intero piano dedicato alla cultura ebraica, che ne so i riti religiosi, tessuti, linguaggio, biografia di alcuni grandi ebrei come Freud o Einstein, giochi per bambini, la storia della SHiva, il lutto degli ebrei, oppure quali sono e come si conservano i cibi Kosher. A un certo punto nel sali e scendi le scale di questo serpentone di metallo a un piano mezzanino mi pare c’è questa istallazione dal titolo Shalekhet (fogliecadute) Menashe Kadishman. circa 10mila disci di metallo arrugginito, che somigliano a volti impauriti. bocche spalancate, Occhi sbarrati. Insomma l’arrivo ad Auswitzt. Questa istallazione vale da sola il prezzo del biglietto. 10 min
02) A leaf Carried by the wind
Il professore mentre la crisalide d’aria si cimenta nell’identità di un popolo che qualcuno voleva sterminare, ha mandato in onda uno dei singoli di Idan Raichel, questo tipo molto esotico con i dread neri che manderebbe ini visbilio mamme, nonne e ragazzine. Non l’abbiamo scelto a caso, nossignore. Lui arriva da Tel Aviv, i nonni scamparono alla Shoah rifugiandosi in Israele, e lo chiamano il Peter Gabriel denoiantri. Un po’ tormentato, un po’ esotico un po’ mediorientale, si è preso la briga di ridare uno slancio electro alla musica tradizionale ebraica, mixata con un po’ di sound etiopi, senza dimenticare di attingere qua e là a qualche poesia araba. Insomma siamo a Berlino, non potevamo proprio farne a meno. E’ nato nel 1977,  non è sposato, almeno questo dice wikipedia, e il singolo che è appena passato è tratto dall’album Idan Raichel Project, del 2002, disco di platino Musicisti arabi, vocalisti tradizionali yemeniti, un percussionista del Suriname, cantanti africani e, in questo nuovo disco, la cantante colombiana Marta Gómez e la voce di Shimon Buhkila, marocchino israeliano, la stella di Capo Verde Mayra Andrade e Somi, che rappresenta la tradizione del Rwanda e dell’Uganda. . Mi piace molto come rauca la voce quando ci racconta che caldo fa a Tel Aviv. Ne approfitto per fare una considerazione personale. Ora gli ebrei ci hanno avuto i problemi che ci hanno avuto, causando i problemi che stanno causando ai Palestinesi, ma io ho conosciuto talmente tanti 20enni e 30enni di israele che vorrebbero davvero tirarsi fuori dall’imbarazzo delle castronerie di quel deficiente di Ariel Sharon (si può dire Deficiente su I need radio, sì?). Insomma io ancora devo conoscere un ragazzo (e ragazze che pure loro tocca 2 anni di servizio militare obbligatorio) contento di essere mandato al fronte a sparare agli amici palestinesi. Anzi, questi che finito il liceo vorrebbero andare a scoprire il mondo, gli tocca di fare il militare per forza. Molti si ammalano di depressione, alcuni si fingono matti, altri si ammazzano. Non è proprio una cosa bella. ANdiamo con il prossimo pezzo, va. 10 min
03) Aphex Twin Avril 14
Ma ritorniamo all’amministrazione comunale di Berlino. Dicevo, si dice che una volta al mese il comune si trovi a votare se approvare o meno il budget per un progetto artistico dedicato o alla memoria, o all’olocausto o alla cultura ebraica. E questo non avviene solo a Berlino. Metteteci pure, francoforte, dresda, Amburgo, monaco. Insomma si sentono tutti un po’ in colpa. Un israeliano che tecnicamente è un extracomunitario, ha anche strada facile per avere il visto europeo. basta che va a ripescare un lontano parente vissuto in  europa. Insomma le istituzioni si sentono in colpa, mogli israeliani vogliono scappare da israele per la storia del servizio militare obbligatorio, perché non si riconoscono nelle porcate di Sharon, in più a ragionare da quando sono nati sull’identità viene fuori che hanno tanta voglia di fare l’artisti. E vengono a cercarsi i finanziatori qui, in Germania, a Berlino.
Di certo come dire il monumento simbolo della città è quello dedicato all’olocausto, che per quel che mi riguarda è l’installazione di arte contemporanea più bella e azzeccata al mondo. progettato dall’architetto Peter Eisenman, assieme all’ingegnere Buro Happold, realizzato tra il 2003 e il 2004, inaugurato nel 2005, ci sono voluti una roba come due o tre concorsi pubblici e circa 25 milioni di euro per realizzarlo. Diamo un po’ di numeri. Il memoriale si trova dove un tempo stava il palazzo di Goebbels, a un lato della Branderburger Tor, su una superficie di 19mila metri quadri ci sono una roba come 2.711 stele di calcestruzzo grigio e anche se a guardare sto robo dall’altro, le steli sembrano essere alte tutte più o meno uguali, poggiano su un fondo profondo da mezzo metro fino a quattro. Provate ad andarci di notte, e vedete se non vi viene la sensazione di venire inghiottiti nell’inferno.
04) On the Sabbath
A Dresda, nel Kunsthaus, che è una specie di Hamburger Banhof, un museo per il gegenwart, per il tempo presente, che si trova nel NeueStadt dal 2 dicembre scorso fino al 4 di maggio c’è questa mostra che si intitola Vot Ken you mach? Una strofa di una poesia americana, in alte English che significa proprio What can you do? che c’è poi fa se sei nato ebreo. Sono stati chiamati una ventina di artisti di sangue ebreo sparsi un po’ in tutto il mondo, da Praga, a Varsavia, da Roma a Vienna, da Amsterdam a Londra da Budapest a Francoforte, da Belgrado a Nairobi, da Berlino a Tel Aviv. A ciascuno è stato chiesto di riflettere sul loro essere ebrei. Sull’identità. che vuol dire essere ebrei oggi. Un mio amico mi ha detto che ci sarebbe bisogno che questi bambini di Israele che oggi hanno tre anni, che magari ci hanno la bisnonna che era stata nei campi di concentramento, che se l’è scampata per un pelo, ma forse anche no, dovrebbero avere avere la serenità di non trascinarsi addosso questa identità perché sennò cominceranno per forza di cose a sentirsi dei disadattati, a pensare veramente che tutti ce l’hanno con loro, i cristiani i mussulmani i nazisti i tedeschi. E che quindi, secondo il suo ragionamento, questo crogiolarsi nella memoria, questo voler a tutti costi rievocare l’olocausto non farebbe altro che rafforzare quel senso di persecuzione. Lui in soldoni suggerisce che per risolvere la questione mediorientale ci vorrebbe un po’ di leggerezza da parte degli israeliani. Ora io non me la sento proprio di dire che bisogna vivere senza memoria. Insomma, alla fine ne hanno sterminati in malo modo 6 milioni, e sei milioni sono un botto. Ma prima di parlare dei contenuti della mostra di Dresda, manderei in onda la prossima canzone, professore, via.
05) College Ft Electrict Youth
Nella Kunsthaus c’era varia roba, prevalentemente però, va detto video. Video che più che artistici, mi sentirei di dire, documenti. Poetici però Per esempio la mia amichetta che si chiama Claire Waffel quando l’hanno chiamata per fare un’opera d’arte dedicata alla sua identità ebraica che l’è venuto in mente di fare, siccome suo padre che era stato avvocato di una di questa associazioni di imprese, tipo una confindustria tedesca piccolina, lo scorso anno è andato in pensione. Allora doveva presentare una specie di discorso d’addio alla associazione per la quale aveva lavorato buoni 35 anni. Il papà di Claire è un tedesco doc, mentre la mamma è un’ebrea di origini ucraine. Il papà prima di scrivere il discorso d’addio si siede a tavola con tutta la famiglia e chiede ad alta voce: ragazzi, secondo voi cosa ho sbagliato in questi 35 anni di lavoro? cosa ho fatto male che avrei potuto fare meglio? Tutti a tavola tacciono. Poi la mamma di Claire, mentre sparecchia, a voce bassa sferza il colpo: avresti potuto non nascondere come hai fatto direi egregiamente, che la tua è una famiglia ebraica. Sai visto che siamo in Germania avresti potuto fare di meglio, come cittadino e come esponente della società civile. Il papà resta paralizzato, Claire con la forchetta a mezz’aria, il fratello ammutolito. Silenzio. Tutti si puliscono la bocca e tornano a fare le cose di sempre. Il papà scrive il discorso, e ovviamente non menziona neanche per scherzo, nella lista degli errori, quello di aver come dire oscurato l’identità ebraica.
Claire che di lavoro fa l’artista, prende il discorso del padre, chiama un’attrice di Berlino, la mette a recitare quello stesso discorso nell’aula magna della Haus der Kulturen der Welt di Berlino. La sala potrebbe contenere boh, 400, 500 persone. Ma la sala e vuota. Il padre dice addio alla società civile, va in pensione. Elenca gli errori, nessuna menzione al cognome della moglie. La vergogna è ancora tanta. Non lo sappiamo. Ci pensa la figlia a fare il resto. E ora ascoltiamoci un altro capolavoro di Idan Raichel (sentite come Rauca bene sto tipo qui cioè io lo amo)
06) From the depths
A Dresda c’è anche altra roba da vedere. Il video di Mariuki da Nairobi, per esempio. Che di identità ebraica non dice molto, ma comunque racconta di come vivono le patate a Nairobi, non ridete. Le patate sono importanti, anche in germania dopo la fine della seconda guerra mondiale se non fosse stato per le patate, per le kartoffeln il tedesco mi moriva di fame. Non so se lo sapete ma Alexander platz che nel 1946 era un cumulo di macerie, i russi dovevano decidere se ripavimentare oppure no, la gente c’aveva troppa fame e allora hanno deciso di no, hanno deciso che fin quando non ci si riorganizzava col cibo alexander plaz, che è grandicella, doveva essere utilizzata in parte per fare falò delle macerie per riscaldarsi quando era freddo, e in parte per coltivare le patate. Insomma per dire che la patata è importante, il professore sarà d’accordo con me. Anche oggi a Nairobi. L’artista nel video in questione racconta il ciclo della patata nella cittadona africana. Donna sotto al sole che raccoglie patate, artista che lungo autostrade improbabili dispone patate a piramidi. Belli anche se poco coerenti. Più belli invece i lavori di Ruth Novaczek, di Londra che ha assemblato cinque suoi corti realizzati tra il 2004 e il 2011 titolo Episode, Sense, Phoneo, Alibi, Radio, tra Londra, Venezia, Tel Aviv, New York, usando filtri di verde blu o rosso. Raccontano il senso del viaggio, il correre da un posto all’altro come se si stesse violando il diario segreto dell’autrice. E’ chiaro che gli ebrei questa storia del viaggio, della valigia sempre pronta, shoa o non shoa ce l’hanno. E l’identità quando non si ha la casa o la perdi e la prendi a schiaffi a ogni stazione del treno, oppure diventa la tua colonna vertebrale. Ho la sensazione che a vivere così ci si diverte ma si diventa anche pazzi. Bisogna essere bravi a restare centrati.
07) The Strenght is Still with me
Ritorniamo a Berlino. Voglio parlare di una kunstlerin che ancora deve diventare famosa ma che è già il mio mito Youvalle Levy. Lei il senso del viaggio e della valigia c’è l’ha nel sangue, ce l’ha sulla pelle. Lei nasce e cresce a Israele. Fa parte di quelle ragazze mandate a fare il servizio militare a 18 anni, ovviamente contro la sua volontà e non è proprio bastato dire (non so se sia vero oppure no) che aveva problemi di concentrazione, non l’hanno mandata a sparare sulla striscia di gaza ma l’hanno tenuta per 18 mesi o 24 mesi, non ricordo a sbrigare pratiche burocratiche per l’esercito. Lei giustamente mi racconta, uno a 18 anni la sera vuole uscire, l’estate vuole andare al mare, andare alle feste, vedere gli amici invece no. Se sei israeliano lo stato ti ruba due anni della tua vita. Sicché siccome ci ha il papà che lavoro per la Swiss Air, appena ha potuto si è messa su un aereo. Vive da un paio di anni a Berlino, si è tatuata un aereo sul braccio e ha fatto un bel lavoro sempre video che potete trovare facilmente su vimeo se digitate Plane in KISLEV. Okey è un lavoro ancora acerbo ma lei ha 22 anni. Qui racconta il senso del viaggio, dell’aeroporto, del decollo, dei tapis roulant, dalle corse con la ventiquattro ore degli uomini di affari ai ai mocassini delle hostess. Credo che Youvalle abbia raccontato il più suggestivo dei viaggi (quello che si fa prendendo appunto un aereo, perché preclude, appunto il volo, e l’uscita dal sistema spaziotempo che noi conosciamo) attraverso una serie di abitudini. Ritmate.
MA ora mandiamo in onda un altro pezzo e torniamo dopo con un altro bravo videoartista israeliano.
8) Of All the loves
Ban tornati ragazzi, ora è il turno di un altro ragazzotto israeliano. Si chiama Yoav Shavit ha 31 anni e vive a Berlino anche lui. Il suo sangue è arabo. Iraniano per la precisione, ma è nato, ha vissuto, ha studiato a Tel Aviv. Quando è stato il tempo di indignarsi contro il governo di Sharon, si è anche indignato ed è rimasto per settimane per strada a protestare contro il governo. Qualche hanno fa dopo aver conosciuto un palestinese che gli ha mostrato la foto di una ragazza che trasportava dei secchi d’acqua, ha deciso di correre il rischio, e andare a vedere con i suoi occhi come si vive nella West Bank. Superando il confine, i check point tra Israele e Palestina sulla strada verso Hebron, alla ricerca di quella ragazza. Yoav, che il passaporto israeliano ce l’ha, come l’acqua corrente il riscaldamento e tutto il resto, alla fine quella ragazza l’ha trovata. E una delle donne del villaggio di Refaiya. E assieme all’amico regista Yael Perlov, mettendo anche in pericolo la sua vita ha realizzato un documentario, le donne di Refaiya, andato anche alla mostra del cinema di Venezia nel 2012.
Il villaggio è piccolo, vivono una 20ina di persone. Tre sorelle, tra gli 11 e i 17 anni si incamminano ogni giorno all’alba, le 5.30 per capirci, per raggiungere il pozzo più vicino. Sette minuti di cammino all’andata con i secchi vuoti, il doppio al ritorno con i secchi pieni d’acqua. Quella è la razione quotidiana per una famiglia di 12 persone. Devono stare tutti attenti a non sprecarne neanche un goccio: 8 bicchieri d’acqua per pulire la casa, 4 per lavare i piatti, 6 per il bucato, 9 per l’igiene personale, 7 per mangiare. Con l’acqua sporca con cui si è lavato i piatti si scarica il bagno, con quella del bucato, si lava a terra. Spesso d’estate nel pozzo vicino casa non c’è abbastanza acqua, allora comincia il pellegrinaggio alla ricerca di un altro pozzo. Ovviamente questa è la storia dell’acqua non potabile. Per quella a ora di pranzo, tutti i giorni, si fa la fila dalle organizzazioni umanitarie che quando ce l’hanno consegnano acqua in bottiglia, quando non ce l’hanno, consegnano i filtri per l’acqua dei pozzi. Vi giuro mi è tornato il mal di pancia a parlare di questa roba. Professore salvami tu con una canzone. E’ sempre l’amico Idan, ma questa volta fa cantare la bella Ravid Kahalani
9) Prettier words than these

Amici siamo quasi in chiusura. Volevo per chiudere citarvi un altro israeliano videoartista. Omer Fast, di Gerusalemme, classe 1972. Uno che ha già esposto da solo al Guggheneim e al Whitney a New York, al Caxia di Barcellona qui a Berlino all’Hamburger Bahnhof, e all’edizione numero 13 di dOCUMENTA di Kassel, nel Nord della Germania (Kassel è la mostra di arte contemporanea più alternativa al mondo, quella meno legata a sponsor e se vogliamo più pura). Quando lo scorso anno nella Arratia Beer di Merhingdamm 55, ho visto il suo ultimo video Continuity, 2012, mi si sono rivoltate le budella. Nel video si parla di guerra e del disordine mentale dell’uomo.
Chiaro nessuno è normale e tutti siamo matti a modo nostro. Ma lui va ad indagare cosa succede quando nella routine quotidiana, mentre tutti si arrabattano per conservare l’equilibrio, torna un pezzo del puzzle che nel frattempo se ne andato a sparare ai Mujaheddin di Herat (o Kabul, non è dato sapere) o ai colleghi di Islamabad. Continuty parla del ritorno del soldato a casa. Nella fattispecie di tre soldati tedeschi del comando dell’Isaf.
10) Yes I am
La famiglia è sempre la stessa. La mamma del soldato è bellissima, il papà del soldato è un maniaco biondo ossessivo-compulsivo, la villa è di quelle medio borghesi nel cuore della Baviera, a tavola si mangia il brasato, patate bollite e cavoletti di bruxelles. Si beve buon vino. Bisogna brindare al ritorno del figlio vivo. Ormai il peggio e passato e tutto tornerà come era prima. Anche nella stanza del soldato tutto è rimasto al suo posto. Di soldati ce ne sono tre. Il primo scambia le patate con i vermi, si fa umiliare dal padre per un piercing sulla lingua ed costretto a scappare da una madre che per riavere il controllo su di lui vuole trombarselo.
Il secondo racconta tutto fiero di quella notte che per colpa di un commilitone che si è pisciato addosso, ha dovuto ammazzare decine di bambini, donne e anziani del villaggio asiatico. Anche lui viene colpevolizzato dal padre per uno zaino dimenticato non si sa dove. Ma lui ammicca sostenendo di star tranquillo che gli attributi, quelli, li ha portati sani e salvi a casa. Ma la guerra ritorna, sottoforma di fitte al cervello. E la mamma, che vorrebbe trombarselo, lo sa.
Poi è il turno del soldato numero tre. Neanche li mangia i cavoletti di Bruxelles. Preferisce bere vino e starsene zitto davanti al camino. Non è che è tornato dalla gita, dice a mamma e papà. E mamma e papà, soprattutto mammà, messi di fronte all’evidenza che il pezzo di puzzle è tornato rotto e deforme, devono fare i conti con una vita che non sarà più la stessa. La continuità è stata spezzata.
11) Jonsi Tornado

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...