Miti emblemi e spie: Man, Qureshi e Wutu in casa Kunsthalle <3

wutu
http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/

(due note a margine: la playlist è stata modificata in diretta durante la trasmissione per esigenze, come dire radiofoniche, e la foto in apertura è un quadro della meravigliosa kenyota Wutu di cui rimando ad approfondimento futuro ❤ ❤ ❤ )

Puntata n.6 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 25 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 29 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 6 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 25th, 2014 7-9pm. In reply Friday, March 29th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 6 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 25. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 29. März 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

Oggi volevo parlarvi di tante cose. Scorsa settimana pensavo a Cattelan Maurizio, quello che ha piazzato un dito medio di marmo di carrara alto 11 metri in Piazza Affari, però dopo due gigantoni come Ai Weiwei e Basquiat, dei quali vi prometto vi parlerò prestissimo anche in inglese e tedesco – sai le risate che vi fate, mondo – ho pensato di farla un po' leggera. E' giusto che cazzeggiamo anche un pochino di tanto in tanto.

Prima però saltelliamo con i Kinks, questa è Waterloo Sunset. Dice, non so se è vero, che se i Kinks non avessero pubblicato il loro album (Somethink else) lo stesso anno del Sergent Pepper dei Beatles, forse sarebbero diventati tipo i Rolling Stones. Invece poveri, sempre in ombra.

In questi giorni è cominciata la mostra di Victor Man in veste di “artista 2014” alla Kunsthalle, un museo che prima faceva parte del circuito di Guggeheim, ora rilevato oddio solito problema, dalla Deutsche Bank (dove sapere che ho una specie di difetto al cavo orale che non mi permette di pronunciare la parola banca deutsche bank, wall street in maniera fluida). è vero prof. che pure tu ci hai lo stesso problema mio?
Comunque, pensavo di parlarvi di lui. Perché a parte che è appunto l’artista dell’anno, quando quella cosa che è anche una banca seleziona l’artista dell’anno, di solito ci vede bene.
Come dice la mia amichetta di museo la super Cennamo, La deutsche Kunsthalle si vede che non bada a spese.
Ogni volta che c’è da fare una nuova installazione, i capi prendono e modificano l’impianto architettonico dell’edificicio, tipo spostano pareti, cambiano l’impianto luci, rifanno il pavimento, ci danno di intonaco. Tra l’altro il museo che si definisce “Die neue Platform fuer den Gegenwart” la nuova piattaforma per il contemporaneo si trova sulla Unter den Linden, cuore del cuore di Berlino. Lo scorso anno la Kunsthalle aveva pescato Imran Qureshi, l’anno prima Roman Ondàk, prima ancora Yto Barradda, e ancora prima Wagechi Mutu.

Ora ci ascoltiamo Arcade Fire, Intervention. Questo è un singolo del 2007, di sette anni fa, prima che gli Arcade Fire diventassero gli Arcade Fire

Cominciamo dalla mostra che c’è oggi a Berlino (il lunedì l’ingresso è gratis). Dicevo la Kunsthalle non bada a spese in quanto ad allestimento. Questo vuol dire che ha modificato lo spazio del museo sulla base non tanto delle richieste dell’artista quanto dell’intuito della curatrice del museo alla quale spetta di capire che sfondo mettere a quella precisa poetica artistica. Man a parte un paio di cose, una vetrata a forma di pesce, una strana rete di plastica nera a cui sta appeso una specie di rosario e un piccolo quadro incorniciato con il pellicciotto di una volpe o di un ermellino, ecco dicevo a parte queste eccezioni, mister Man dipinge su tela. E dipinge cose piuttosto per come dire normali, comprensibili, leggibili.
Solo che le leggiamo non tanto con la parte anteriore della testa. Le leggiamo con la parte posteriore, quella che appartiene al sogno, al karma, alla memoria collettiva, ai ricordi di studi di miti greci, alle nostre paure, alle nostre fobie. Queste normali sono dipinte su tele. Non teloni paretali. Qualcuno è grande ma ce ne sono anche di piccoli, medi. In tutto neanche tantissimi per essere il suo primo solo.
C’era un’atmosfera a museo l’altro girono che mi pareva di essere entrata a casa sua di nascosto. Le pareti tappezzate per l’occasione di tessuto di lino, le luci ridotte ai minimi termini, sparate dritte e soffuse, con imbrogli arcobaleni sulle tele, che essendo quasi tutte in tonalità fredde, dal bianco, al blue, all’azzurrino, al verde acqua, anche quando raccontano di donne, uomini, amanti e bambini, riflettono questo arcobaleno, che non si capisce bene da dove provenga. Forse per via di una specie di base glitterata leggera che ha usato negli acrilici e per via delle lucine soffuse.
In ogni caso, Man non parla con i giornalisti è un tipo riservato. Quindi non lo sapremo mai se usa i brillantini per dipingere.

Andiamo con il prossimo brano Because I got High di Afroman. CI tengo a dirvi che la crisalidina è straversatile. A momenti le piace la discomusic, spesso si fa le seghe con i Radiohead e i Sigur ros, ma poi ride spesso con il rap. Afroman della Westcoast. A dopo lovi miei.

Torniamo a Victor Man, artista dell’anno 2014 esposto da venerdì scorso alla Kunsthalle di Berlino. La Kunsthalle è quel museo che prima faceva parte del circuito dei Guggenheim ora rilevato dalla Deutsche Bank, l’ente finanziario più potente di Germania e mi permetto di rivelarvi, pure d’Europa. Ora Man è il quinto artista selezionato dalla Kunsthalle. Prima di lui erano passati altri di cui vi parlerò a breve. Quello che volevo dire, nonostante dire la parola banca mi fa venire il latte alle ginocchia, è che questo super Deutsche Bank Global Art Advisory Council che si compone di curatori del calibro Okwui Enwezor, Hou Hanru, Udo Kittelmann, Victoria Noorthoorn, sembra ci sappia fare. Cioè sceglie sempre uno che poi dopo magari lo chiamano al Moma, all’Hamburgher Bahnhof, in tutte le maggiori gallerie di New York.
Victor Man abbiamo detto parla poco, è rumeno, ha 40 anni, fa per lo più dipinti su tela con dei colori brillanti di tonalità sempre un po’ fredde, notturne, da sogno. Poco tempo fa era stato esposto al museo di arte contemporanea di Bergamo ed è molto sponsorizzato da questo curatore italiano che si chiama Alessandro Rabottini.
Adesso cerco di descrivervi cosa dipinge.
C’è un quadro che fa parte di quelli diciamo di grandi dimensioni. è nero, Tutto completamente nero. E poi a un certo punto con un nero che è meno nero del nero di sfondo ha disegnato precisamente al centro, senza fare giochini prospettici sulle curve dell’attenzione, un cavallo ricurvo, anzi un essere mezzo cavallo ricurvo nella parte anteriore e mezzo uomo eretto nella parte posteriore. E oltre alla difficoltà di disegnare una roba nera su nero, ci ha aggiunto dettegli nettissimi, come la criniera soffice o le palpebre chiuse degli occhi del cavallo, o la divisa militare napoleonica del semi uomo con tanto di ricami sulla giacca e polsini dorati. Ma la testa dell’uomo manca. e non è la sola testa umana a mancare nelle sue opere. Andrei avanti a descriverne un altro paio di opere di Victor per darvi l’idea del pazzo furioso che si nasconde dietro a tanta mitologia e tanto silenzio. Questa era Grand Practice del 2009. Le mie amichette di museo dicono che ancora non è maturo come nei lavori successivi, a me è parso maturissimo già con questo uomocavallo.

Ma prima ascoltiamoci…. was was… la mia amatissima Varúð, ultima canzone del penultimo album dei Sigur Ros. 2012, Varuo con una “o” strana di quelle che nel nord europa c’hanno i riccioli, vuol dire Caution, attenzione. E’ un po’ lunga, me ascoltarla è come veleggiare nel porto di Reykjavik.

Se andate lunedì pomeriggio alla Kunsthalle (per i fortunati che vivono a Berlino ricordo ingresso gratis), Unter den Linden numero 14, Victor Man, artista di Cluj, seconda città rumena dopo Bukarest, bene, se potete portatevi Varuo nell’iPhone o nel lettore mp3. Sia Varuo sia Man riescono a scatenare, uno visivamente uno uditivamente, le tipiche sensazioni del sogno. Per questo dicevo.
Volevo descrivervi un altro paio di opere del nostro artista 2014. Un ragazzo o una ragazza, dai capelli d’oro che dati i toni freddi, da notte, i capelli sembrano verdastri, sta seduto, in piedi, non si capisce, ad occhi socchiusi, ha dei bei capelli, si distinguono uno per uno, così come il bellissimo il drappo, camicia o la vestaglia che indossa. Ora voi mi potreste dire, si vabbé ma a fare i drappi per bene, era bravo già Michelangelo più di mezzo millennio fa. Avete ragione. Ma sarà che Man ha usato dei brillanti nei colori, sarà che gli piace citare gli antichi maestri, sarà che nel frattempo è arrivata la Pixar, la società della Walt Disney che fa i cartoni animati in digitale – i peli della criniera del leone di Madagascar sono stati disegnati uno ad uno con un effetto visivo inedito nella storia del disegno – da cui ha imparato, insomma l’effetto è sorprendente. Ripeto i colori sono freddi. sanno di notte di inverno di morte, ma…. a salvare il nostro pupo dagli occhi socchiusi, il fatto che attorno alla sua testa volteggiano strani motivi floreali, trasparenti circuiti di schede perforate, ricami arricciati di fili d’aria, farfalle, falene, ragnatele. Si capisce lontano un miglio che queste cose appena accennate col pennello non sono realtà, ma sono pensieri. A Man piacciono molto i dettagli. Raramente, e questo era una delle eccezioni, disegna teste umane. Quelle animali molte, ma quelle umane, nehhh un po’ meno.
C’è questo trittico assurdo di tre donne quasi identich, sedute allo sgabello, con camicetta e gillet orribili, papillon giallo di seta allacciato al collo, mocassini lucidi, gambe inclinate di lato, caviglie di quelle larghe da vecchia zia, e la sua mano si sfiora il polpaccio. In nessuno dei tre casi si vede la sua testa. In una tela la testa di una donna è appoggiata sul suo grembo, in un altra la testa di un animale, che potrebbe essere cebero, nella terza è un drappo di tessuto. Ogni figura femminile – donna senza testa con papillon – ha un colore di collant diverso. Credetemi Man è attuale e vecchio allo stesso tempo. C’è la mano che tocca la nuvola, e la mano che incornicia un budda. E tutto avviene quasi sempre in grigio.

Prossimo brano adoratissimo professor. Nikodemus: Cleopatra in New York. Scelta solo perché il titolo mi sapeva intrigante e poi mi pare come dire, rock. Bacio

Dicevo, lunedì prossimo se siete a Berlino andate a fare un salto alla Kunsthalle della Deutsche Bank, Unter den Linden 13-14, tanto più che è gratis, soprattutto se volete indagare misticismo, simbologia mitologica, centauri, minotauri, esseri mezzi uomo mezzi cavalli, donne, sirene, impiegate del terzo millennio senza testa, colori luminescenti nella notte, ragnatele di falene. Non fatevi troppe domande, lasciatevi avvolgere dall’argento misterioso e seducente delle sue tele. E magari ditemi cosa ne pensate su ineedradiofunkhaus@gmail.com.

Prima di proseguire con Qureshi, ascolterei una roba super orientale super figa super danzereccia. Riot in Laos. Laos è quello stato che sta tipo tra la Thailandia, il Vietnam, la Cambogia, ha tutte le cose belle di questi Paesi messi insieme ma costa tipo niente ed è meno Vip, very important paese. E i laotiani, mi dicono, sono persone squisite. Questo è Ruyichi Sakamoto.

Visto che ci siamo vorrei parlarvi anche degli altri artisti che hanno vinto questa vetrina negli anni passati. Lo scorso anno lo spazio fu interamente dedicato a Imran Qureshi. Mentre Berlino esponeva al di qua dell’oceano, al di là Qureshi fu ingaggiato dal Metropolitan – attenzione il metropolitan non è un museo di arte contemporanea, è un museo per come dire, generalista, è quello che affaccia su Central Park – a decorare il tetto del museo, la terrazza dove si beve un drink e si prende il sole d’estate. Il motivo pittorico che ha reso Quershi famoso sono dei fiori rossi, micro dettagliati con petali, regolari, di inchiostro, gesso, china rossa, regolari anche le foglie, gli steli, il polline, tutto in rosso. Ma non è una carta da parati, quella che ha fatto sul tetto del Metropolitan. Nossignore. Quel motivo rosso, per i miopi come me che guardano a una certa distanza certi dettagli, sembravano delle macchione macchine di sangue umano dopo trivellamento bombardamento esplosione. Imran è nato nel 1972 a Lahore nel Pakistan. E’ un bel ragazzo, vive ancora in Pakistan, parla uno scarso inglese. Era in Pakistan quando a un certo punto gli americani per acciuffare i talebani che all’inizio si sarebbero dovuti nascondere in Afganistan, hanno cominciato a colpire con i droni anche il Pakistan. Poi infatti Osama Bin Laden in Pakistan lo hanno trovato. Comunque quello che volevo dire, senza giuro dare alcuna indicazione politica antiamericana, è che in quel Paese lì (ma lo sapete che il Pakistan è la sesta nazione più popolata del mondo?) ne è sono esplose di bombe negli ultimi anni. E Imran lo ha raccontato nella maniera più poetica e delicata che gli potesse venire. Il lavoro a Nyc non nasce a caso. Due anni prima la Sharjha Art Foundation, siamo negli Emirati Arabi, gli commissionò un lavoro, Blessings Upon the Land of my Love. E allora inagurò questo motivo di fiori rossi, petali e macchie di rosso sangue.

Un salto in America. Johnny Cash. Sapete per me è tipo caffé un paio al giorno me serve proprio. The man comes around.

Qureshi lo scorso anno a Berlino portò alcuni lavori in cui rievocava questi fiori di sangue. Erano per lo più degli ovali, dei dischi di colore bianco e giallo. Ma non furono i suoi lavori più numerosi. Né quelli più sensazionali. L’istallazione di maggior effetto fu una montagna di carta accartocciata sui quali erano stati spennellati fiori di sangue, ma le opere più intense a mio avviso erano questi quadretti che riprendevano pagine del corano (o altra editoria di qualche secolo fa) con immagini di uomini che venivano decorati con cuori, vene e arterie, o interni di case arricchiti con vasche da bagno, o foreste in cui infilava dei mattoni, camicie stese ad asciugare, fili d’erba, fessure nelle pareti, tigri, ramoscelli. Queste pagine di stampe d’epoca sono piccole come i fogli dei nostri monaci ammanuensi, piccole sono le sue decorazioni, usa i pennelli che non lo so, nei negozi dal tratto così sottile neanche si trovano. neanche se li cerchiamo tra i materiale per truccarci in profumeria. Lo scorso anno su di lui avevo scritto un pezzo che intitolai “dai diamanti non nasce niente, dal sangue nascono i fiori”. È facile leggere in quelle macchie di sangue il duro prezzo che il suo Paese, forse il più odiato al mondo dopo la Corea del Nord, l’Iran e Israele, paga da anni. A chi, neanche si sa. Ma oltre la guerra c’è una vita di tradizioni e di piccole cose che mi ricorda tanto il Paese di mia nonna. Dove tutto può accadere, anche il terremoto. Ma poi i ritmi bucolici tornano. E dal sangue appunto, nascono i fiori.

The Moon Song, credo che questa canzone sia stata scritta apposta per il film Her da Spike Jonze il regista e da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs. Saranno fidanzati? (Ho controllato su google, era sposato con Sophia Coppola poi ci ha avuto c’ha una relazione con questa qui, e mo con un’altra che si chiama Michelle Williams. Sti uomini, mannaggia a loro.

Chiudo la puntata di Crisalide d’aria citandovi al volo altri i tre artisti Kunsthalle 2012, 2011 e 2010. Due anni fa fu il turno di Roman Ondàk, dalla Slovacchia. Lui era già famoso. Nel 2007 aveva realizzato al Moma di New York un’istallazione performance davvero geniale, dal titolo: Measuring the Universe. Per circa sei mesi ad ogni visitatore del Moma fu chiesto di scrivere il proprio nome e la data all’altezza diciamo della propria spalla. L’effetto complessivo, di milioni di visitatori, lasciati iberi di scrivere ovunque in una stanza bianca una serie di caratteri e di numeri (VITALORUSSO25032014) con uno stesso pennarello a un’altezza personale ma determinata dalla natura, è sorprendente. Pare di vedere uno sciame di api: la maggior parte delle linee sono vicine tra di loro creando un effetto di masse giganti nere, con spazio quasi esclusivamente bianco sul fondo e la parte superiore della parete.
Se andiamo indietro di un anno 2011 mi pare, l’artista dell’anno era la francese marocchina Yto Barrada, oggi direttrice del centro cinematografico di Tangeri. Lei è una fotografa. Una fotografa del mondo arabo. Dei colori del deserto, della luce degli edifici sul deserto. Ha fatto belle foto ma ora si sta dedicando alla cinema e allo sviluppo della città di Tangeri, non riesce non a fare più solo l’artista.
Chiudo la puntata con la Wangechi Mutu, altra donna gigante dell’arte contemporanea, nata e cresciuta a Nairobi in Kenya, ora sta a New York ed è rappresentata da una delle gallerie più potenti della città, è considerata l’artista contemporanea africana più importante del mondo. E’ bellissima, ha 42 anni, fa un po’ di tutto ma sopratutto dipinge. Sembra stare in mezzo tra Basquiat e Salvador Dalì. Ora è ripeto una delle maggiori artiste del mondo. Peccato che dal 2010 a Berlino non si è fatta più vedere….

La canzone dei saluti finali. Need your love so Bad di Little Willie John. Un saluto Soul, un saluto crisalidedaria. Alla prossima con Cattelan, che ne dite? Magari però vi porto un tipo in studio. Ma ancora non vi svelo chi è. Baci a Martedì prossimo, Ineedradio ore 19.

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