Il presente per sempre. Questa è Abramovic

marina
Puntata n.10 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 29 aprile 2014 ore 19. In replica venerdì primo maggio 2014 ore 11. Ve l’ho già detto che vi amo, sì?

Episode 10 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, April 29th, 2014 7pm. In reply Friday, May the 1st, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 10 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 29. April 2014 um 19 Uhr. Wiederholung am Freitag 1. Mai 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de

1 Nummer EINS, brano italico, questa è la strada di due che si chiamano Ilaria Graziano e Francesco Forni. Badate bene che la strada si scrive attaccato. Lei è una napoletana che fa la compositrice di quelle che sono più conosciute fuori dall’Italia che a casa nostra. Lavora con Yoko Kanno con la quale ha realizzato un album che si intitola Ghost in the shell. Qui è con Francesco Forni, un altro napoletano. Questa è per il prof. Tra poco tra poco di nuovo tra noi, yes!

Nessun indovinello, oggi amici carissimi della Crisalide d’aria. Oggi vi parlo di Marina Abramovic, la madre o la nonna, come si definisce lei, della performing art, serba di Belgrado, ora insediata da riccona a New York in qualche loft da capogiro a mahnattan. Nata nel 1946, il 3 novembre per l’esattezza, sagittario, è una delle artiste più criticate in circolazione. Perché… perché suscita antipatia soprattutto a chi non ha avuto il coraggio a mettersi in dialogo empatico con lei, come lei chiede, anzi pretende, perché di carattere è una narcisista che ama stare al centro della scena, perché qualcuno la vede venduta ormai al mondo della moda della pubblicità del lusso e del benessere, che nulla ha a che fare con l’urgenza dell’arte, e perché e qui voglio portarvi oggi a riflettere, certe volte non c’è nulla di bello nell’arte, anzi l’arte è orribile, fastidiosa. Ma. Ma ma ma ma ma ma ma. Lo scopo, ce l’abbiamo fatta anche noi della crisalide a capirlo finalmente… lo scopo dell’arte è scavare dentro gli essere viventi – essere viventi e non essere umani perché anche un cane ha una roba dentro che gli permette di sentire e provare delle emozioni, e LO SAPETE BENISSIMO – e tirare fuori quella cosa che io chiamo spiritualità, altri bellezza, altri ancora poesia o addirittura amore.
Un giorno di tanti anni fa, la mia insegnate di danza, Rita Petrone, che saluto con un amore estremo, mi ricordo che eravamo in campagna elettorale, c’era Berlusconi candidato. Io ricordo che Rita anziché farci lezione si fece sedere in cerchio e ci spiegò perché gli artisti dovevano non votare Berlusconi. Allora non capì il senso. Voglio dire: Certo che Berlusconi non va votato, e non va votato perché è un delinquente, e tutta un’altra serie di robe che lo rendono de facto ineleggibile. Ma perché mai un artista fosse moralmente obbligato più di un impiegato delle poste a non votarlo, no lo capivo. Tra l’altro, voglio dire mica io sono un’artista, a me lì pr lì girarono anche i coglioni che non ho potuto farmi la mia lezioncina di danza…
Be’ ieri ripercorrendo la vita artistica di Marina Abramovic ho capito cosa Rita intendesse. Cioè voglio dire non è che uno se è artista deve votare necessariamente a sinistra, ma quello che mi è sempre più chiaro è che l’artista, ha dei doveri nei confronti della società. E’ dotato di una sorta di filtro emotivo e DEVE migliorare l’uomo, accrescere la sua dose di umanità, e sfruttando l’empatia, deve produrre armonia, favorire l’amore, combattere le guerre, il nucleare e via discorrendo. L’arte può anche nascere dal dolore più cupo, può anche parlare del dolore più terribile, ma deve contrastarlo. E questo Marina Abramovic lo sa fare. Non ha mai detto a chi votare, ma è riuscita nella sua ultima grande performance, The artist is present, a procurare EMPATIA, a sviluppare umanità.
Prima di parlare di questa meravigliosa performance che ha realizzato al Moma, ascolterei il prossima brano und zwar…

2. Dragonette, Marvellous, gruppetto indie canadese, di Toronto. Oh ma ci avete fatto caso che mo il canada va forte? Caribou, gli Arcade Fire, un momentone per questo stato che non sono gli stati uniti e fa un freddo cane.

Dicevo Marina Abramovic, amata odiata adulata ripudiata. Una che ha fatto molto parlare di sé ma che nel bene e nel male ha dato una forma a un genere artistico, quello delle performance. Lei dice una bellissima cosa sulle performance a chi le chiede che differenza c’è con il teatro. In teatro è facile: si usa il ketchup e il coltello finto, nelle performance il sangue è il tuo e il coltella taglia. Eccome.
Visto che ci siamo, stiamo parlando di coltelli e sangue, devo necessariamente parlarvi delle sue prime performance, quando – ragazzi: non ci sono dubbi – quella ragazza lì non aveva ambizioni di mercato, di soldi, di benessere. Allora le interessava solo sperimentare quell’aspetto metafisico dell’arte legato all’esperienza diretta, del suo corpo, nella relazione con gli altri. Ecco il secondo elemento fondamentale delle performance: non possono esistere senza il pubblico che è chiamato direttamente a dialogare con l’opera d’arte. Questo succede anche a teatro o in alcune forme di teatro-danza, ma ripeto, nelle performance il coltello taglia, per questo il pubblico è necessariamente più coinvolto.
Salto nel passato, siamo nel 1974 e siamo a Napoli tra l’altro. All’interno della galleria studio Morra realizza questa performance della durata di sei ore dal titolo Rhythm 0.
Offre il proprio corpo, tutti i presenti, gli invitati, sono da contratto autorizzati a fare del suo corpo quello che vogliono. Lei deve solo stare in piedi come un pupazzo. Non solo. Mette ai presenti a disposizione delle cose: oggetti di piacere (piuma, bottiglie, scarpe, ecc), oggetti di dolore (fruste, catene, martelli, ecc) e oggetti di morte (pistola, lamette). E dice loro testuale: Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore.
Dopo una iniziale titubanza, il pubblico si scatena; i vestiti di Marina vengono tagliati con le lamette, che, poi, vengono fatte scorrere sulla sua pelle denudata. Gli uomini le succhiano il sangue dalle ferite e iniziano ad avere un approccio simile alla violenza sessuale. Parte delle persone presenti cerca di preservare l’artista dalla violenza formando un gruppo di protezione. A un certo punto nelle mani dell’Abramovich viene messa la pistola carica, appoggiata al collo, con un dito dell’artista appoggiato sul grilletto. Lei dopo dirà due cose abbastanza forti: la prima è che lo stato di trance indotto dalla performance l’avrebbe portata anche a premere il grilletto, la seconda è che al termine di questa violenza quando il curatore gallerista non so bene di preciso le mette una mano sulla spalla per farle capire che time is over, che le sei ore sono passate, che può smetterla di fare il pupazzo e tornare in sé, che la performance è finita, con lei che era piena di tagli, di segni, graffi, scritte sul corpo, scotch sui capezzoli, totalmente nuda, bene in quel preciso istante, tutti i protagonisti della performance, sono scappati. Sono scappati, voglio dire, è come fare la guerra: un giorno tutti amici e fratelli, il giorno dopo animali, ci dimentichiamo di essere uomini, commettiamo crudeltà e violenze irragionevoli, come se fossimo drogati, in balia di qualche ormone misterioso, e poi puff, a guerra finita guardiano i coltelli sporchi di sangue con lo spupore di chi non li ha usati per davvero, no che non li abbiamo usati noi, non può essere vero. E invece sì.
Un corpo femminile privo di volontà nelle mani di altri esseri umani tira fuori la natura da carnefice del genere umano. Disse lei, poi.

3. Joaquin Sabina Ruido. Oggi giochiamo a strapparci la pelle dal petto fino a che non arriviamo al cuore, vi piace?

Ieri mentre preparavo la puntava ragazzi vi giuro piangevo, e ieri l’altro pure, ci sono artisti che riescono a scavare dentro il cuore, Marina Abramovic, così come Joaquin Sabina. Lo sapete perché faccio un programma di arte contemporanea di arte visuale in radio? Perché sono convinta che il mezzo è diverso: musica contro immagini, per arrivare sempre allo stesso risultato, scoperchiare questo blocco di cemento che ci siamo messi sul cuore per sopravvivere nella società che però ci ha separato dal corpo, dalle emozioni, dall’umanità.
Parlavo della prima performance di Marina, forte, non trovate? Di Rhythm lei ne ha fatti altri, spesso lei ha fatto serie. Quando vi dicevo che la nostra serba poteva tranquillamente farsi uccidere, non parlavo a vanvera.
In Rhythm 5, siamo sempre nel 1974, Marina Abramović ha cercato di rievocare l’energia prodotta dal dolore, in questo caso usando una grande stella intrisa di petrolio, che l’artista accende all’inizio dell’esecuzione. Rimanendo fuori dalla stella, Abramovic si taglia le unghie di mani e piedi, e i capelli. Finita ognuna delle operazioni, getta i ritagli nelle fiamme, creando un’esplosione di luce ogni volta.
Nell’atto finaleMarina Abramović salta attraverso le fiamme, spingendosi nel centro della grande stella. A causa della luce e del fumo che emana dal fuoco, l’osservatore non realizza che, una volta all’interno della stella, l’artista ha perso conoscenza a causa della mancanza di ossigeno. Alcuni membri del pubblico comprendono cosa è accaduto solo quando le fiamme arrivano molto vicino al corpo e lei rimane inerte. Un medico e vari spettatori intervengono per estrarla dalla stella.
Abramović più tardi commentò su questa esperienza: Ero molto arrabbiata perché avevo capito che c’è un limite fisico: quando perdi conoscenza non puoi essere presente; non puoi performare.
Avete capito che matta è la nostra ragazza? Lei è la stessa che in Rhythm 10 aveva fatto il gioco del coltello, un gioco russo di ritualità gestuale che si fa usando venti coltelli. Con colpi ritmici e veloci pianta una coltellata tra le dita aperte della mano, una, due, tre, quattro cinque coltellate e di nuovo, Uno due tre quattro cinque coltellate e di nuovo. L’operazione viene registrata. Dopo essersi tagliata venti volte, l’artista fa scorrere la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente. Tenta di esplorare le limitazioni fisiche e mentali del corpo. Altra verità: Una volta che sei entrato nello stato dell’esecuzione, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente.

4 Questa è Nightcall, Kavinsky, dj super francese. Questa era un’altra delle colonne sonore del film Drive. 2010. Era il 2010? Mica lo ricordo, sai!

Ritorniamo alla mostra che ha consacrato Marina Abramovic artista planetaria. Il Moma nel 2010 le dice facciamo una retrospettiva su di te, fermo restando che c’è il problema tecnico di esporre le performance, le tue che sono nate e sono morte nel momento in cui tu le hai realizzata, ma tu pensi come risolvere il problema (d’altronde sei tu che hai inventato il genere) e in cambio hai la libertà di usare il nostro spazio.
Carta bianca alla serba. La Abramovic fa la scuola d’arte a Berlgrado, è figlia di mamma e papà che sono due eroi combattenti della rivoluzione. Per andare ancora indietro nel tempo viene fuori che il nonno era un patriarca ortodosso che poi una volta morto lo hanno fatto santo a Belgrado (Santa Sava), mamma soldatessa, donna che ha dato poco amore, papà addirittura comandante partigiano acclamato eroe nazionale durante la guerra mondiale. Studia arte dicevo, nel 1972 è già laureata, nel 1973 comincia il ciclo di performance quelle del ritmo, nel 1976 si trasferisce ad Amsterdam a seguire il suo ammore Ulay di cui parleremo dopo. Fa tante performance fino diciamo agli anni 90, fino al ’97 quando becca il Leone d’oro a Venezia per la performance dal titolo Baroque Balkan.
L’artista era seduta al cento di un palco di un teatro ha in mano un secchio di rame, sopra a una montagna di ossa bovine, una montagna di ossa, ossa fresche, fresche di macello, con brandelli di carne morta da poco, sangue che cola e lei per ore cantava canzoni popolari juogoslave, mentre sullo sfondo venivano proiettate immagini di tre documentari sulle guerre juogoslave – 1991/1995-. La performance durò sei ore, lei col secchio di rame e una grande spazzola, seduta su 1.500 ossa di bovino, pulisce le ossa, strappa gli ultimi brandelli di carne, piangendo. Bingo, vince il leone d’oro. Tenete presente che due anni più tardi uno dei suoi adepti, che però oggi un po’ la rinnega, Bieniek Sebastien, artista tedesco polacco che vive a Berlino fece una cosa analoga facendosi rinchiudere per tre giorni in un magazzino di carne macnata, tra ringhi di ratti e odore di putrefazione. E’ scappato non ha resistito. Mentre più recentemente, Damian Hirst, l’inglese che ha fatto il teschio coi diamanti, aveva preso una testa di bue in macelleria, l’aveva fatta scuoiare, sigillata in una teca di vetro e lasciata a macerare in pasto alle mosche. Questo però 15 anni dopo Marina.
Comunque dopo l’opera Barocca la nostra Marina si trasferisce a New York, si prende svariati anti depressivi, fa tanto tanto shopping, veste Prada, Chanel, viene vista spesso sulla fifth avenue, dicono che si rifà le tette e le labbra, ingegna un metodo per far soldi con cose appunto difficili da vendere: le performance già fatte. Lei ogni volta ne pensava una – la performance, nasce e muore nel momento delle sua esecuzione, e come lei dirà spesso è strettamente legata allo state of mind, allo stato mentale dell’artista e della reazione del pubblico e quindi non è replicabile – un’altra differenza tra il teatro e la performance è che la performance in genere non ha scopo di lucro, quindi non si vende il biglietto. Ma la furbacchiona aveva fatto in modo che anche nei momenti di maggiore magra la performance fosse accuratamente documentata con foto e video di alta qualità che lei, poi, aveva sempre conservato e gelosamente custodito. Sicché un ricco gallerista di Nyc negli anni 2000 le propone di pubblicare in edizione limitatissima una raccolta di queste rarissime foto, una per performance, con descrizioni distillate e poetiche dell’esecuzione. Vendute tra i 2.500 e i 5mila dollari l’una, oggi valgono tra i 25mila e i 50 mila dollari. Io qua continuo a parlare e non riesco a raccontarvi ancora i contenuto di The artist is present. Mannagg!

5 Okey ascoltiamoci Elliot Smith e poi giuro sulla buddanatura che è in me che parlo di cosa ha fatto al Moma.

A New York c’è un progetto meraviglioso che si chiama Ballerina Project, in pratica delle ballerine bellissime filiformi abbracciano con i loro corpi la città i lampioni i ponti, i corrimano della metropolitana, i piloni dei ponti sull’Hudson, sulle punte senza punte, col tutù senza tutù, sempre estremamente eleganti e pulite contro lo sporco della city. Fotografi molto bravi le fotografano. Il senso è saper stare. Io scrissi tempo fa su una rivista che là bella la scenografia, bravo il fotografo ma il difficile non è tanto farsi arrivare la gamba dietro alla testa o di fianco alle orecchie, ma lo stare, per un tempo teoricamente infinito. E la tecnica danza non basta. Chi fa meditazione sa che il presente, l’esserci è un concetto molto più elastico molto più voluminoso del semplice cursore che avanza in linea retta verso il futuro mangiandoselo e trasformandolo in passato. Siamo stati bravi nella società occidentale a togliere ogni valore al presente, spostando energia e pensieri solo a ciò che tecnicamente non esiste, cioè passato e futuro. La consapevolezza del presente è una cosa che ci è spesso talmente tanto avulsa che se ci prestassimo al metodo che Marina Abramovic si è inventata per farcelo capire, non è detto che non ci colgano crisi di panico, ansia, convulsioni. Sto parlando del Metodo Abramovic a cui si è prestata pure la Lady Gaga, comunque il Metodo Abramovic è stato presentato dopo l’installazione al Moma nei maggiori musei del mondo. Nel 2012 era al Pac di Milano. Prima di prendere parte al Metodo, si firma un contratto con l’artista, tu ti affidi per due ore a lei – o meglio ai suoi assistenti – dimentichi cellulare, email, whazapp, indossi una tunica biance e delle cuffie – per isolarti dai suoni non per sentire la discomusic – e dopo un breve addestramento i cosiddetti performatori, quelli che previa prenotazione si prestano alla performance, a gruppi vengono messi a sedere, su sedie speciali di legno con cristalli, sdraiati, su speciali panche di legno con cristalli pure loro, o in piedi, in cabine invisibili di rame. Gli addestratori ti dicono che sarebbe meglio per capire il metodo, non addormentarsi e non chiudere gli occhi. Trenta minuti trenta minuti e trenta minuti per ognuna delle posizioni. E qui arriva il difficile: per noi tutti corsa e rock and roll, birretta con gli amici e smartophone, facebook e le foto con l’iPhone, bene per quelli come noi stare 30 minuti immobili e da diventare matti. Se ci togliamo tutti gli orpelli e assaporiamo il presente allora è possibile fare un salto emotivo in quella cosa che io chiamo l’anima, altri l’essere, altri ancora la coscienza.

6 Togliamoci ancora un altro strato di pelle che oggi è giornata. Tougher than the rest, Bruce Springsteen.

Questa è solo una parte del metodo Abramovich che comprende tutta una serie di altre attività che se uno di carattere un tipo impaziente ripeto, gli vengono le crisi di panico. Altre tecniche prevedono tipo stare a bocca aperta per ore con la bocca rivolta verso il cielo, separare chili e chili di riso bianco da sesamo nero – questa cosa del riso tenetela a mente perché la prossima performance che sta preparando a Ginevra, sei ore ogni giorno alle 11 dal primo al 10 maggio tratta proprio della tenuta della pazienza nel contare il riso.
Chiaro che stare seduta su una sedia per tre mesi, da metà febbraio a metà maggio, in una stanza del Moma, quattro riflettori puntati addosso, immobile, otto ore al giorno, per novanta giorni, più di 700 ore, è da matti. E intorno a questo luogo – che lei è riuscita con la sua presenta fatta solo di lei struccata, capelli intrecciati, abiti lunghi e pesanti, tre, uno diverso ogni mese, Rosso, Blu, Bianco. A collo alto e manica lunga – E intorno a questo luogo quadrato, una fila interminabile di esseri umani, alla fine se ne conteranno 750mila, accorsi lì per incontrare lo sguardo di lei. Molti hanno pianto, molti hanno riso, qualcuno ha fatto le facce, i bambini la imitavano, tutti con gli occhi sgranati, molti non volevano più alzarsi, volevano quell’artista presente lì, per sempre. Presente per sempre. La sua tecnica era semplice, ogni persona che si sedeva di fronte a lei (prima c’era un tavolino, poi lo ha fatto togliere) lei sollevava lo sguardo, abbassato fino a qualche istante prima come una tenda a teatro. E con gli occhi si infilava negli occhi del visitatore fino ad andare ad acciuffare dentro di loro da qualche parte la loro anima, per sbattergliela di fronte agli occhi. “Per qualche motivo”, disse, “non ero più Marina, ero lo specchio della loro anima”. Ecco, io di film strappalacrime che non mi fanno piangere ne ho visti a dozzine. Provate a guardare The Artist is present. E poi mi dite.

7 Your protector coming home, questi sono Fleet Flox, americani qualche anno fa.

C’è un pezzo di Marina che ancora non vi ho raccontato… quello della Marina in love. Quando la ragazza faceva le performance negli anni ’70 fece innamorare questo artista Frank Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay, originario della Westfalia, Germania, di base ad Amsterdam. Sembra che lui l’abbia notata alla performance dal titolo Lips of Thomas, 1975
In questa esecuzione l’artista ha portato all’estremo i limiti fisici del proprio corpo tipo si è mangiata un chilo di miele e ha bevuto un litro di vino di rosso, ha spaccato il bicchiere tra le mani, fino ad incidersi una stella a cinque punte con un rasoio sul proprio ventre: un’immagine violentissima e cruda che diventa una vera e propria icona della Performance Art. Non contenta si distende su una croce composta di blocchi di ghiaccio e, mentre un getto d’aria calda diretta sul suo ventre fa sanguinare la stella incisa, il resto del corpo comincia a gelare. Gli spettatori, che non riescono a rimanere passivi dinanzi a una simile visione, intervengono togliendola di forza dallo stato di congelamento.
Ulay si innamora, Marina si innamora. I due cominciano a girare l’Europa in un furgone per cinque anni, non avevano soldi, l’unico scopo era fare performance, provocare il pubblico, hanno fatto serie di performance in cui si sedevano l’uno di fronte all’altro per ore, una in cui lui che si cuce le labbra, un’altra in cui si piazzarono a Bologna all’ingresso di una galleria completamente nudi e chi voleva entrare doveva molto ma molto scomodamente passargli in mezzo. In altre si respiravano in bocca per ore, o trasformarono i loro corpi in tavole imbandite a festa.
Nel 1988 dopo otto anni di negoziati, il governo cinese li autorizzò a realizzare la più sensazionale delle loro performance. The Lovers: uno parte da un lato una dall’altro della muraglia cinese, mille chilometri lei mille chilometri lui, a piedi, per incontrarsi a metà strada, dopo tre mesi di cammino. The Lovers che titolo ironico. Dopo l’incontro i due si lasciano, lui decide di sposare un’altra tipa che era rimasta incinta, lei che lo tradiva da un pezzo, si dispera, sprofonda in depressione. Troppo diversi. Lui come disse dopo lei, non riusciva a staccarsi dalla vita dai vizi della vita, pardon, non riusciva a rinunciare a sesso, droga, alcol e rock and roll, lei invece era più eterea, disse lui, più spirituale. Anche se poi appunto si consolò diventando un’icona della mondanità. Chanel, Prada, Manhattan, shopping, soldi, loft
Nel 2010 al Moma Ulay fu uno dei primi a sedersi su quella sedia. E lei ruppe in un pianto dell’anima proprio.

Chat Noir, trio electro jazz, da qualche giorno è uscito il loro quindi album Elec3cities. Questa era Rovine circolari. Di qualche anno fa. E qui chiudo. Love u guys.

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