Kapoor, come detriti di una discarica romantica

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Dicono che sia la più grande restrospettiva su Anish Kapoor, la mostra inaugurata lo scorso 19 maggio al Martin Gropious Bau di Berlino. Di certo, considerata la sua estensione, è la più larga. Nel senso che il museo ha dovuto concedere tutto il piano terra per installare le oltre 70 opere del gigante di Mumbai. Kapoor a Berlino ha voltuto evidenziare uno dei nodi chiave della sua produzione artistica. Il processo. O meglio la trasformazione della materia (dei materiali) attraverso il processo. E dalla trasformazione stassa, dal processo – come ha spiegato in conferenza stampa – scaturisce la rivelazione del significato. Dell’esistenza o delle piccole cose, non importa. E sottolinea un punto che gli sta a cuore: “Come artista io non ho niente da dire, io sono solo una chiave, ma il proesso, lui sì che ha molto da dire. Rivela il significato più profondo”.
Ma ritornaiamo alla mostra, saltando le seghe filosofiche. Così come la vedreste voi con i vostri occhi. L’ingresso è già sbalorditivo (si vede che il ragazzo ha studiato a Londra e si è fatto le ossa nella Tate Modern). L’istallazione si chiama Symphony for a Beloved Sun. La sinfonia consiste nell’incessante ronzio prodotto dalle carrucole di una discarica di balle di didò o di rossettom di colore rosso sangue (in realtà si tratta ci un mix di colori ad olio e cera che assomigliano per colore al Rouge di Chanel). Ogni tanto una balla viene issata sul tapis roulant, viaggia lentamente verso il sole rosso del tramonto tanto amato, fin quando, raggiunto l’apice, PLOP, precipita a terra, sfaldandosi ma non troppo (come se cadesse una balla di rossetto-didò di 50 chili), da un’altezza di 10 metri forse.
E a terra quello che si vede in foto. Un tappeto di materia deformata che conserva ancora qualcosa del parallepeipedo iniziale, ma che sostanziamente è diventato un unico molliccio ammasso di materia. Come i detriti di una romantica discarica. Per capire ancora meglio il senso della trasformazione della materia bisogna poi spostarsi nella saletta adiacente,  dove Kapoor ha riproposto un suo lavoro del 2009, Shooting into the Corner.

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La materia è la stessa, il colore anche. Le dinamiche completamente diverse. Di conseguenza anche l’ambientazione. Se prima ci trovavamo nel cuore di una discarica, adesso siamo in trincea. La balla è diventata un cilindro, una grande supposta o una piccola munizione. Ogni tre minuti un cannone spara la supposta molliccia nell’angolo opposto della sala. Lo schianto è potente. La materia si sfalda. Tutto, pure la tua giacca che sta a guardare attonita, si sporca di rossetto-didò-rosso-sangue. Il rimando alla mattanza è quasi scontato. Se voleva rendere la carne viva, lacerata dalle bombe a grappolo, ci è riuscito benissimo.
Dalla trincea si torna in discarica. Facendo slalom tra riccioli di gesso (Senza titolo), tranci  di quello che doveva essere l’imballo gigante di politilene espanso (1st Body), merde ciclopiche (La morte del Leviatano) e frammenti dell’asteroide più minaccioso (Apocalypse and the MIllennium). ANcora materia, ancora colore, ancora odori di plastica in ogni angolo.


La mostra poi si fa più leggera e divertente quando proprio con i materiali Kapoor, si prende il lusso di prenderci in giro.
Ma è mai possibile che un disco nero in fibra di vetro piazzato al centro di una sala del museo, diventi per noi la porta per il Limbo? (Ora la foto non rende, ma l’illusione è reale, almeno quanto è reale la Germania: quel coso al centro sembra davvero l’ingresso agli inferi, un buco nero).

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E possibile ancora che una lastra di specchio rettangolare convesso prima ci capovolga e poi ci rifletta al contrario? Ed è possibile mai che a guardarsi allo specchio ci vengano le vertigini? E credetemi, pure l’ottica dell’iPhone con i giochini di Kapoor va in pappa completa. Mr Mumbai d’altronde per quanto riguarda gli specchi è un maestro. Basta ricordare il meraviglioso Albero di palle al Guggenheim di Bilbao e lo sbalorditivo Cloud Gate di Chigaco.
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Gli specchi, nelle sue ultime sperimentazioni diventano prismi ovali e rettangolari in torsione, o piastre di esagoni infiniti.
E poi, nella sezione finale della mostra torna al cuore, oltre che alla novità, dell’evento berlinese. La materia – bella come il rossetto, morbida quanto il didò, ma che ricorda, disgrazia mia, il sangue della Siria – diventa materiale per l’edilizia. Di un’edilizia un po’ particolare. Dove non si costruiscono case ma impianti, non mattoni ma campane, non automobili ma astronavi. E il cerchio si chiude. La materia gettata in discarica, diventa cemento per nuove cose. Passando, chiaro, per le budella dei morti ammazzati di tutto il mondo di tutte le guerre.

Foto di Francesco Iocca.

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