Piacere, mi chiamo gatto

Piacere, mi chiamo gatto cerco disperatamente il contatto ma se mi si avvicina uno dò di matto e scappo. Piacere, mi chiamo cane dicono sia buono come il pane, se ho fame mangio le banane, ma se gatto scappa nell’altra direzione, non resito alla tentatazione. Continua a leggere Piacere, mi chiamo gatto

Hokusai auf dem Fenster

I want to I want to be someone else or I’ll explode Floating upon this surface for the birds The birds The birds You want me? Fucking well come and find me I’ll be waiting With a gun and a pack of sandwiches And nothing Nothing Nothing You want me? Well come and break the door down You want me? Fucking come and break the door down I’m ready I’m ready Continua a leggere Hokusai auf dem Fenster

Provate a immaginare Cleopatra a spasso per New York

Poi ne riparliamo stasera su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/. Pigiate play alle 19. Si parla di artisti dell’anno. Di quello 2014 secondo Kunsthalle. Si parla di Victor Man. Cupo visionario rumeno, non necessariamente un pessimista, uno che ha visto molti dracula da piccolo. E forse da grande avrebbe voluto passeggiare a braccetto con Cleopatra per le grandi strade parallele di New York. E invece… (e poi parleremo anche di Imran Qureshi che lo scorso anno ha riempito di fiori e di sangue il tetto del Metropolitan – foto sopra). Continua a leggere Provate a immaginare Cleopatra a spasso per New York

Youvalle Levy, just too cool for school

Quando ho conosciuto Youvalle Levy, me ne sono subito innamorata. Esile nelle gonne lunghe e nei vecchi maglioni di lana, che quasi scompare. Spesso distratta, dietro quegli occhialoni da hypster, sembra sempre che da un momento all’altro ci faccia “ciao ciao” con la manina per mettersi a volare nel mondo dei sogni. Il volo è un tema centrale non solo della sua vita (suo padre lavora per la Swiss Air) ma anche della sua produzione artistica. Ha un aeroplano tatuato sul braccio. E il primo video intitolato KISLEV, parla di viaggi, gente che parte gente che resta, nuvole, areoporti. Si … Continua a leggere Youvalle Levy, just too cool for school

Spazio-tempo, Berlino-Roma, Reynold-Reynolds

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Reynold Reynolds è un ragazzo semplice. Magro, di poche parole, dal volto scavato, ma simpatico. Uno che ti fa sentire a tuo agio. E’ il videoartista più conosciuto al mondo. Vive a Prenzlauer Berg, centro degli artisti della Berlino Est, quando c’era il muro. Ma sta per trasferirsi a Roma, dove ci rimarrà per circa un anno, allo scopo di realizzare il prossimo dei suoi City Film. Dedicato appunto alla città eterna. Alla città della prospettiva come l’ha definita lui.
Reynolds è il regista che ha saputo meglio raccontare New York con il video, producendo – correva l’anno 1985 e girare in elicottero tra i grattacieli di Manhattan era un lusso che potevano permettersi in pochi – la famossissima New York Simphony http://vimeo.com/27081751#at=0. Poi ha puntato il suo obbiettivo (come preferite: obiettivo con una o con due “b”, es ist eigentlich egal!) su Berlino, realizzando nel 2004 lo Stadplan (letteralmente la mappa della città) http://artstudioreynolds.com/artworks/city-films/. Una dichiarazione d’amore a Berlino, dove ha messo su casa. Che ha preferito a New York.

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Christen, la poesia della nebbia

“Per circa due anni, ogni volta che il tempo sembrava bello, mi sono svegliato alle 5, e ho guidato per 45 minuti verso i promontori di Marin, San Francisco, e ho puntato il mio obiettivo verso il Golden Gate Bridge”. Così l’artista Simon Christen è riuscito a raccontare la nebbia. Tra oceano e baia, al di là dell’America. Adrift from Simon Christen on Vimeo. Continua a leggere Christen, la poesia della nebbia

Kapoor, come detriti di una discarica romantica

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Dicono che sia la più grande restrospettiva su Anish Kapoor, la mostra inaugurata lo scorso 19 maggio al Martin Gropious Bau di Berlino. Di certo, considerata la sua estensione, è la più larga. Nel senso che il museo ha dovuto concedere tutto il piano terra per installare le oltre 70 opere del gigante di Mumbai. Kapoor a Berlino ha voltuto evidenziare uno dei nodi chiave della sua produzione artistica. Il processo. O meglio la trasformazione della materia (dei materiali) attraverso il processo. E dalla trasformazione stassa, dal processo – come ha spiegato in conferenza stampa – scaturisce la rivelazione del significato. Dell’esistenza o delle piccole cose, non importa. E sottolinea un punto che gli sta a cuore: “Come artista io non ho niente da dire, io sono solo una chiave, ma il proesso, lui sì che ha molto da dire. Rivela il significato più profondo”.
Ma ritornaiamo alla mostra, saltando le seghe filosofiche. Così come la vedreste voi con i vostri occhi. L’ingresso è già sbalorditivo (si vede che il ragazzo ha studiato a Londra e si è fatto le ossa nella Tate Modern). L’istallazione si chiama Symphony for a Beloved Sun. La sinfonia consiste nell’incessante ronzio prodotto dalle carrucole di una discarica di balle di didò o di rossettom di colore rosso sangue (in realtà si tratta ci un mix di colori ad olio e cera che assomigliano per colore al Rouge di Chanel). Ogni tanto una balla viene issata sul tapis roulant, viaggia lentamente verso il sole rosso del tramonto tanto amato, fin quando, raggiunto l’apice, PLOP, precipita a terra, sfaldandosi ma non troppo (come se cadesse una balla di rossetto-didò di 50 chili), da un’altezza di 10 metri forse.
E a terra quello che si vede in foto. Un tappeto di materia deformata che conserva ancora qualcosa del parallepeipedo iniziale, ma che sostanziamente è diventato un unico molliccio ammasso di materia. Come i detriti di una romantica discarica. Per capire ancora meglio il senso della trasformazione della materia bisogna poi spostarsi nella saletta adiacente,  dove Kapoor ha riproposto un suo lavoro del 2009, Shooting into the Corner.

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La materia è la stessa, il colore anche. Le dinamiche completamente diverse. Di conseguenza anche l’ambientazione. Se prima ci trovavamo nel cuore di una discarica, adesso siamo in trincea. La balla è diventata un cilindro, una grande supposta o una piccola munizione. Ogni tre minuti un cannone spara la supposta molliccia nell’angolo opposto della sala. Lo schianto è potente. La materia si sfalda. Tutto, pure la tua giacca che sta a guardare attonita, si sporca di rossetto-didò-rosso-sangue. Il rimando alla mattanza è quasi scontato. Se voleva rendere la carne viva, lacerata dalle bombe a grappolo, ci è riuscito benissimo.
Dalla trincea si torna in discarica. Facendo slalom tra riccioli di gesso (Senza titolo), tranci  di quello che doveva essere l’imballo gigante di politilene espanso (1st Body), merde ciclopiche (La morte del Leviatano) e frammenti dell’asteroide più minaccioso (Apocalypse and the MIllennium). ANcora materia, ancora colore, ancora odori di plastica in ogni angolo.

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