A bordo di un vascello fantasma nel porto di Reykjavik

Varuo non è una canzone facile. Non vi aspettate che vi piaccia a primo ascolto. E’ una preghiera islandese, un urlo di gioia, una pugno nelle viscere: si gonfia e si sgonfia mille volte. Va ascoltata di notte, quando tutto torna buio, quando i gatti dormono nelle grondaie, quando gli artisti si rintanano nel sottotetto e cominciano a immaginare vite parallele.
Dura sei minuti e trentasei secondi, sei lunghissimi minuti di cieli che si aprono, nuvole che si addensano, soli che sorgono, lune che tramontano, crisalidi che lentamente si lacerano e lasciano allo scoperto, completamente nudo e sanguinante, un cuore. Che palpita.
Il cuore quando entra a contatto con l’aria, comincia ad ossidarsi. E noi teniamo tra le mani questa carne che si lascia morire. Non possiamo farci nulla. Rallenta, poi accelera per rallentare, ancora. Fino a spegnersi. E proviamo a salvarci con quel ricordo, prodotto dalla nostra mente, di un lago perfettamente circolare che, lucido come il petrolio, riflette velocemente il rincorrersi, inutile, del sole che scappa e la luna che insegue, sole tramonta, luna si sdoppia, bambini ballano. Morti risuscitano, cervelli saltano, notti tacciono.
I Sigur Ros, cantano, nella terza canzone dell’ultimo album , dal titolo Valtari, vocali che non sono di questo mondo e pregano dei che non sono di questo universo.

A bordo di un vascello fantasma che volteggia nel porto di Reykjavik.

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