Il Club delle visionarie

Foto del 30-07-14 alle 08.28 #3
Cara Crisalide,
ancora sveglia, eh?
ho pensato per il tuo matrimonio di regalarti un ragno.
Hai letto dell’Ucraina?
i Russi le hanno rubato i girasoli

Sì, Crisalide, ho raccolto il sangue come mia avevi detto tu
ci ho condito l’insalata
vedrai: a tuo marito piacerà.
Ieri ho incontrato Donna Agostina
mi ha detto che anche gli slavi sterminavano gli ebrei,

Sai Crisalide,
non ti salverai agrappandoti alle vite degli altri
Lo sai di che colore è la luna quando si scioglie?
(Grandfather informs me that is not possible)
Ieri ho parlato con tuo nonno,
mi ha raccontato di quando ha imparato a sparare,
si divertiva un mondo

Crisalide ti prego smettila di chiedere a tua madre di ucciderti
Piuttosto metti gli occhi al deserto
guarda le stelle dal mare dei morti
intrappola le nuvole nelle parentesi (dei Sigur Ros)
Canta, se ti riesce, in una lingua che non esiste
ma per piacere: lascia stare la moschea di Giona,

Cara Crisalide,
sai che c’é? Sabato sera c’è ne andiamo al Club dei Visionaire

 

Canzone Pop

sole_in_acqua
Nel momento esatto in cui il ragazzo siriano dai polpastrelli screpolati,
infilò, senza bussare, i suoi occhi nel suo cuore,
gli aerei cominciarono a cadere al suolo e le navi affondate a riaffiorare in superficie.
Doveva essere successo qualcosa di grosso.
Anche la radio che trasmetteva dal pianeta M, si spense all’improvviso.

(gli occhi del siriano erano rimasti incastrati nel cuore di lei)

In quei minuti al ritmo di Popplagið
nel paese dei gatti,
una donna di mezza età
vestita per bene,
raccoglieva i vuoti di bottiglie da terra
per buttarli
senza motivo
nei cassonetti dell’immondizia
Suo figlio, a cui aveva vietato di guardare la tivù,
costruiva torri gemelle con i regoli.
A lui non importava
che di lì a poche ore
sarebbe nata una sorella
che,
da come aveva capito,
aveva il cuore a destra
e tutti gli organi a sinistra.
Suo padre, cha lavorava in banca,
avrebbe dovuto bonificare il cervello a sua madre, anzicché l’assegno di divorzio.
Pensava, abbattendo divertito le torri giocattolo.

(gli occhi del siriano erano rimasti incastrati nel cuore di lei)

Poi la canzone Pop, scritta in con una lingua inventata in Islanda, riprese a suonare.
Il Paese dei gatti scomparve,
i missili ripresero il loro viaggio verso la striscia,
mentre un aereo parcheggiato ad Amsterdam
si stava preparando per portare il cuore di lei nella grande casa tinta di bianco.

Disconnect, la mattanza della realtà

disconnect
C’è un ragazzo solo, ascolta i Sigur Ròs nel buio della sua stanza, mentre il mondo attorno urla col suo modo volgare di fare. Qualcuno si prende gioco di lui. Lui si impicca, e per giunta, non riesce a morire. Giace su quel letto di ospedale per settimane, suo padre cerca Jessica, la colpevole del dolore, trova un compagno di scuola e lo prende a bastonate.
Una donna cerca conforto per la morte del suo bambino. Il marito, un marines, ne dimentica. Qualcuno le entra nel suo computer, le cracca le password, le svuota il conto. Il marines rivuole i soldi indietro trova la persona sbagliata, gli punta un fucile al cuore.
Una giornalista cerca l’amore in una chat. Lo trova: è bello, hai capelli biondi, un tatuaggio sul petto, ma è quasi minorenne. Lei non riesce a proteggerlo dall’Fbi, e alla fine ci prende un cazzoto in pancia.
A fare la cosa giusta, c’è solo un detective. Che ruba un Ipad a un bambino e cancella i suoi dati pesonali. Il pollo arrosto quando cade a terra, però, andrebbe buttato nella pattumiera. E non rimesso sul piatto dove stai mangiando.

L’America va in frantumi, l’Europa è già a pezzi, noi giochiamo a vivere su internet, mentre diventiamo vecchi. Vi ricordate come si scrive con la penna? E come si pizzicano le corde di una chitarra? Sapete che un tempo si riavvolgevano i nastri delle cassette con le matite? Io non lo ricordo più. Disconnect è un film arrivato in Italia da tre giorni, arriverà in Germania tra quattro. Presentato a Toronto e a Venezia, assomiglia, per come è intrecciato, a Babel di Alejandro Inarritu. Racconta il dramma delle vite non vissute, delle vite disconnesse, di come internet stia macellando la realtà. La colonna sonora è quella meravigliosa di Max Richter che già aveva scritto le musiche del Valzer con Bashir.

Tenete presente però che il Tornado emotivo, sonoro, che trascina il ragazzo chiuso nella sua stanza a salire su quello sgabello, prima di lanciarsi nel vuoto con la cinta al collo. Be’, quello è di Jònsi, voce dei Sigur Ròs.

E il vascello di Reykjavik salpa ancora

Ci sono stati giorni in cui avrei potuto spostare le montagne, andare all’altare e sbottonare la camicetta per fare entrare, meglio, le radiazioni nel cuore. Oggi mi riesce soltanto scrivere poesie silenziose, dipingere su tele con pennelli impregnati d’acqua, affettare lo zenzero. Mentre guardo il sole morire ad Admiralbrücke, ascolto Charlotte cantare, e combatto, senza muovere un dito, per la libertà di Istanbul. Tra 10 giorni arriva Kveikur. Me lo portano gli angeli d’Islanda. Sigur Ros.

  1. Brennisteinn (Zolfo) – 7:46
  2. Hrafntinna (Ossidiana) – 6:24.
  3. Ísjaki (Iceberg) – 5:04
  4. Yfirborð (Superficie) – 4:20
  5. Stormur (Tempesta) – 4:56
  6. Kveikur (Stoppino) – 5:56
  7. Rafstraumur (Corrente elettrica) – 4:59
  8. Bláþráður (Filo sottile) – 5:13
  9. Var (Rifugio) – 3:45

Poco più di un anno fa dal porto di Reykjavik salpava Valtari. Forse qualcuno quel vascello fantasma se lo ricorda ancora. https://crisalidedaria.com/tag/valtari/

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A bordo di un vascello fantasma nel porto di Reykjavik

Varuo non è una canzone facile. Non vi aspettate che vi piaccia a primo ascolto. E’ una preghiera islandese, un urlo di gioia, una pugno nelle viscere: si gonfia e si sgonfia mille volte. Va ascoltata di notte, quando tutto torna buio, quando i gatti dormono nelle grondaie, quando gli artisti si rintanano nel sottotetto e cominciano a immaginare vite parallele.
Dura sei minuti e trentasei secondi, sei lunghissimi minuti di cieli che si aprono, nuvole che si addensano, soli che sorgono, lune che tramontano, crisalidi che lentamente si lacerano e lasciano allo scoperto, completamente nudo e sanguinante, un cuore. Che palpita.
Il cuore quando entra a contatto con l’aria, comincia ad ossidarsi. E noi teniamo tra le mani questa carne che si lascia morire. Non possiamo farci nulla. Rallenta, poi accelera per rallentare, ancora. Fino a spegnersi. E proviamo a salvarci con quel ricordo, prodotto dalla nostra mente, di un lago perfettamente circolare che, lucido come il petrolio, riflette velocemente il rincorrersi, inutile, del sole che scappa e la luna che insegue, sole tramonta, luna si sdoppia, bambini ballano. Morti risuscitano, cervelli saltano, notti tacciono.
I Sigur Ros, cantano, nella terza canzone dell’ultimo album , dal titolo Valtari, vocali che non sono di questo mondo e pregano dei che non sono di questo universo.

A bordo di un vascello fantasma che volteggia nel porto di Reykjavik.

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Dio è morto, ad Haiti, nel 2010

Eccole le 10 canzoni del 2010. Quelle che hanno scandito l’anno, quelle che si sono incuneate in certe situazioni, si sono innestate nel mio cervello, me le sono portate dentro per giorni o mesi, e sono rimaste lì, a vegetare.
Io che però sono di palato fine, in quanto a musica, e anche troppo eclettica, mi sento di garantire sull’utilità oggettiva di certi brani. Tipo the Boss: lo prendi e lo usi sulle strade di un viaggio in auto, Sabina e Rodriguez ottimi per fare all’amore, Labradford per pensare ai massimi sistemi, Casabalancas e Broken Bells  per andare a un appuntamento a cui si è mezz’ora in ritardo. Notwist e Lali Puna, li porterei con me in paradiso, se solo esistesse. Continua a leggere “Dio è morto, ad Haiti, nel 2010”