japan mon amour

Cerco di fare ordine con in pensieri. Tanto per cominciare non mi torna l’ora. Se in italia sono le 8 qua dovrebbero essere le una di notte ma considerato che mi sono svegliata tante ore fa, per recurare il mio accendino nel basement, poi ho fumato, poi ho dormito poi ho rifumato poi mi sono rimessa a letto, ho bevuto 5 bicchieri d’acqua, ho fatto due volte pipi, non può essere passata una sola ora. Credo c’entri con l’effetto fuso, e comunque visto che non ho nessuno strumento per capire che ore sono e connettermi con il resto del mondo, scrivo. In ogni caso, mi trovo in un centro termale a Aizuwakamatsu è buio la suite affaccia su una gola tra i monti, si sentono le cascate in basso, la vegetazione è da tropici, da vietnam, tanto è umido e tanto è verde a diversi toni. Zero fiori a parte le margherite giapponesi che ho raccolto per x. In zona ci sono molte risaie, tanta acqua e tanti insettini, apparentemente innocui, che hanno preso a simpatia il mio monitor.

Narita, trenino shinagawa taxi pio d’emilia. Noto subito i tetti blu delle case fuori tokyo e quella meraviglia di tralicci di cavi di acqua luce e gas che questi bei giapponesotti tengono sospesi agli angoli della strada. Li colorano pure delle volte. Loro sostengono che è meglio tenerli all’aria e non sottoterra perchè così in caso di terremoto è più facile intervenire. Pio dice che la tecnologia per risolvere questa empasse ce l’hanno (interrare cavi nonostanti i sismi) e che semplicemente ora si sono affezionati ai tralicci. D’altronde sono bellissimi. Tokyo. Da dove cazzo comincio? Due immagini dovranno rimanermi incollate nel cervello. Il ristorante di Kiss me licia, quello di M’arrabbio, vero autentico sushi da 4 generazioni piccolo come un coso, frequentato solo da giappi, dove lui, lo chef di lavoro mette in scena il cibo e si vanta di tagli di una raffinatezza sublime. Lì si è mangiato ricci di mare melanzane alla griglia, granchio bollito, sashimi, due calamari fritti, qualche strano molluschetto. L’ingresso di M’arrabbio, dove ovviamente non si parla inglese, la birra te la prendi da solo nel frigo (Ashai bandita, viva la Kirin) e la carta di credito non sanno ancora cos’è, è un edificio basso. In realtà i solai dei giappi sono tutti bassi. Apposta per loro che per la maggior parte sono piccoli, minuti, discreti, gentili, delicati. Quasi lo tocco io il soffitto! Ma questo ristornate è piccolo dentro, è piccolo fuori, è piccola la stradina, ondulate le curve che ti ci portano. Pure se, questa è la magia tokyese, alle spalle c’è un enorme grattacielo. Tanto per fare un paragone: Manhattan l’hanno fatta in modo che grattacieli stanno tutti assieme a downtown e a midtown, in mezzo il brulicare di soho greenwich village alphabet city. Tokyo, a parte che è larga 20 chilometri di diametro e ci vivono 18 milioni di persone, è come un mega piatto di sushi. Sono una miriade di unità urbane frammentate. Palazzone, gattacielo, casetta, tempio e una marea di sopraelevate, sopraelevate di sopraelevate, di strade ferrovie passaggi pedonali. Stai con il naso all’insù, ma non è huge, è tutto a Tokyo, per come dire, mescolato.
Capitolo case. Vero, questi abitano in spazi super risicati perchè sono tanti e di giappone c’è n’è poco. Sono così tanti che non esiste fermata del metrò, incroci, supermercati, stazioni non affollati. Semplicemente non esistono. Non corrono come a manhattan o a londra, camminano moderati, leggeri, senza viso tirato, in pace, mi verrebbe da dire. In questa frammentazione di unità urbane – by the way – non esistono piazze. È come se la piazza fosse un non luogo, un luogo al negativo, vuoto da riempire – loro col vuoto c’hanno un problema, ma ne riparliamo – si stagliano anche orrendi condomini, dove è possibile capire alla perfezione quanto poco spazio è stato assegnato a ciascun abitante. Micro ingresso, micro salottino con cucina, micro stanzetta che la costruisci la sera col tatami-futon, micro bagno e se sei fortunato micro terrazza (a parte pio che ne ha una maxi di terrazza). Di certo micro altezza. Queste piccole unità ordinate e abbastanza uguali a se stesse, sono visibili anche dall’esterno per quanto grande sia l’edficio, fermo restando che qua di chrysler building luccicanti non ce n’è. E comunque se ce c’è qualche grattacielo che ci assomiglia è più basso e meno luccicante, e sono sempre uffici.

Passiamo all’immagine numero due. Ginza e roppongi by night. Ora ginza è carina, elegante, pulita, dove pure la base dei lampioni o dei pali del semaforo sono stati spolverati da poco, ma a parte i giappi, pare la quinta strada. I negozi sono sempre gli stessi. Tant’è vero che qui sono famosi gli incroci. Ma dentro questa quinta strada, c’è un posto che sembra il ponte di comden town, e quando ci passi sotto, lungo i regent canals, a bordo strada trovi una roba simile ai chiringuiti di milano, dove la gente sta appollaiata su sedie di plastica di serie b, a giocare a carte, bere birra, mentre il barista PELA LE PATATE! Le pela proprio! (qui nel frattempo albeggia, credo di aver fatto male i calcoli, ancora non ho capito un cazzo col fuso).

E di fronte al chiriunguito c’è il baracchino napoletano con le due anzianotte giappe che vendono i biglietti della lotteria. Sono così malati di gioco questi qua che c’è una ricevitoria del lotto in centro a ginza dove ad ogni ora del giorno e della notte c’è un chilometro di fila per entrare. Roba da mettere al lavoro tipo 10 agenti delle forze dell’ordine (per stabilire un ordine che ci sarebbe comunque). Ginza sembra anche un po’ soho di londra quando si aprono le sue micro strade. Ma come per i palazzi anche le grandi strade, non sono mai huge. Roppongi. Ricorderò le girate con lo scooter. Non è affatto sottoilluminata questa città, le volanti della polizia in genere riportano al mondo esterno quanto si stanno comunicando tra loro, via amplificatori. Pure se a me non me ne frega niente. I negozi, per attarrre clienti, parlano, offrono, fanno marketing, con voci registrate proiettate in strada. Questo così a naso mi pare inquinamento acustico – e a me per strada non mi fanno fumare disgraziati! – ma poi riflettendoci in effetti è tutto così silenzioso, e sono solo queste voci registrate a far sentire che la cittò vive. E’ come stare in una sala silenziosa con la tivù accesa su mediashopping. Per tutto il mega centro tokyese.

Roppongi è il luogo della mala. Dova la yakuza ha lasciato spazio alla mafia coreana che si è alleata con quella africana. E’ fose il quartiere con più stranieri di tokyo, il posto dei club, dei supermercati aperti 24 ore su 24, dove si fuma per strada pure se è vietato. Dove ci sono i karaoke di lost in translation, e gli stessi colori fosforescenti, club, musica dal vivo e quant’altro. Forse, se uscirò con Hasaaki andrò lì. Io su roppongi ho solo volato un po’, stanno sul sellino dietro della scooter di piodem.

A fine serata, si ritorna a shinagawa, da mastro salvatore cuomo, l’italiano più ricco del giappone, 5 figli con 5 mogli diverse, 40 anni che sembran 30, di origine napoletana. Ha messo su un impero quand’era solo un bravo pizzaiolo. Affianco a lui il parrucchiere più famoso del giappone (con una società di centri estetici quotata in borsa), che si è preso la briga non solo di incollarmi un body painting di oro zecchino sulle mani, ma anche l’impegno di tagliarmi i capelli. Per poi riconoscere che sì in effetti per i capelli che ho io bisogna farli allungare e non cambiarli di colore.

Poi terrazza di pio, con dormite a singhiozzo. Foto a x, chat, baci e foto. E qui adesso albeggia. Come sono finita in questo posto dal nome astruso. Be’ siccome pio è uno che il weekend scappa da tokyo ed è un gran viveur, mi ha fatto capire da subito che anzicché rompersi le palle in città mi avrebbe portato alle terme. Tanto erano di strada per fukushima. Domani si incontra il sindaco di minamisoma che ci autorizza con una scusa, a entrare nell’area violata martedì 7 giugno.

Sicché, dopo avermi lasciato da sola in mezzo a una strada a ritrovare casa sua (e bada bene: ci sono riuscita) col taxi arrivamo al toyota rent car, imbraccia l’auto e via fuori dalla enorme tokyo in tangenziale (che tanto bene era chiusa per qualche minuto per “passaggio imperatore” diretto a nord come noi). Pio corre in tangenziale e tokyo corre dietro di noi, ma non finisce mai. Un lungo fiume che sembra l’hudson dove c’è qualche baracca di gente povera. Lustra come il bagno di mia madre.

Sosta in autogrill, starbucks dove ragazzine con lenti colorate e ciglia finte lunghe così, cantano all’unisono, né più né meno come i venditori di mediashopping. Cioè io a queste due canterine in falsetto per dirgli che volevo UN caffé ristretto ci ho messo una vita e alla fine me ne hanno dati due, uno caldo uno ice entrambi lunghi così. Pare davvero tutto un cartone animato a ricordare le loro vocine stridule. Pio ha un mancamento, prendo la guida verso fukushima, guidando a destra, auto enorme cambio automatico, autostrada per sendai. Per un po’, lui riposa. Poi riprende il volante e mi racconta tante storie. Quelle degli ideogrammi cinesi rubati e dei due sillabari aggiunti, della rozzezza comunicativa del dragone, contro la sofisticatezza di pensiero dei giappi, e di come si scrive.

Io andare casa, dice il cinese, e il giappo lo contestualizzia con le sillabe tonde e stilizzate che si è inventato. La lingua, complicatissima pure per i poveri cinesi, è come il taglio del sushi, un’arte difficile complessa sofisticata e piena zeppa di orpelli che non si vedono. Guido la camera durante un suo stand up, davanti a un tetto blu, con in mezzo un risaia. E scopro che il mitico piodem improvvisa davanti l’obbiettivo. Ma prima ha un momento zen, fa un pausa di riflessione, libera la mente, annienta il pensiero, e ad eccezione della prima frase, pensata, vomita tutto improvvisando con maestria e si trasforma nel pio son qua io amato da tutta italia.

Passando per un pezzo di texas, arriviamo alle terme in vietnam. Gola fiume, montagne. Montagne dove ad eccezione di qualche albergo, tipo questo dove sto, non sono abitate da umani perche stando allo shintoismo, dentro ci abitano gli dei e a loro gli piace farsi i fatti propri. I giappi che hanno imparato a sciare e a fare climbing come noi, hanno un rispetto reverenziale per le montagne e quindi non ci vanno a vivere, al massimo ci mettono delle porte. Regalano un passaggio al mondo ai loro dei, se e quando hanno voglia di metterci piede.

Arriviamo alla gola. Il protocollo prevede che io indosso il kimono allacciato al contrario di come si usa da noi, cioè a destra. L’allaccio a sinistra vale solo per le persone morte, prima della cremazione. E io appunto sono viva, farei inorridire i giappi se lo allacciassi come l’accappatoio.

Giù alle terme, divise in sezione uomo donna. Ci si spoglia, completamente, ci si lava in una sala docce da seduti, ci si immerge nella vasca al chiuso e poi nella vasca all’aperto. In mezzo alla giungla giapponese, che ha il bello di non avere zanzare. L’acqua è così bollente che ho bisogno più e più volte di farmi docce gelate in quella fantastica specchiera lavaggio da seduti da dove ho spedito foto. Alla fine perdo la cognizione del tempo, sto quasi per svenire, nelle beatitudine. L’oroscopo lo diceva che il 4 avrei trascorso una splendida giornata in compagnia di amici. Di kimono vestita e di terme purificata mi siedo a tavola mangiando la più classica delle cene giappe. È tutto fantastico, pio stappa pure lo champagne e in sala improvvisiamo il mio compleanno che non è, e loro, gli amici giappi mi cantano gli auguri.

Tra le varie leccornie questo budino salato. Uovo sbattuto molto fine fatto cuocere al microonde (alla fine avevo fatto i calcoli male, sono le 4.30 del mattino, ma i conti ancora non mi tornano, non ci sto capendo una mazza, vabbè) nel te verde. Una meraviglia. Come una meravigia quelle tre verdure in tempura che sono l’emblema del frammento, della trasparenza, della leggerezza e della delicatezza giapponese. Oh cazzo, ho mangiato il prezzemolo che dice che non si doveva mangiare a nord… cmq bevo acqua del rubinetto da due giorni.

Bevo alcool come mio solito troppo e poi collasso in un nano secondo fumate le mie 25 sigarette. Pio mi cazzia, ma x mi adora per questo. Ed eccomi qua.

Sono solo due cose che ancora non mi sono chiare: cioè cosa pensa la gente di tsunami, nucleare e terremoto. Le donne ridono sono spensierate, fanno il bagno e mangiano verdura. Non sembra un posto sconquassato dal dolore, né sembra un posto dove ci si interroga sul futuro energetico del paese. I tagli del governo hanno ridotto, per esempio, il servizio del narita express. E qua e là ci sono adesivi che dicono save energy. Ma se tutti i cessi pubblici sono dotati di water riscaldati, che continuano per giunta ad esserlo, e l’unica che si preoccupa di spegnere le luci sono io, evidentemente la decrescita per loro non è un problema. O meglio, qualsiasi sia il destino di fukushima e delle sue mostruose sorelle danneggiate loro ricostruiranno centrali per ciucciare l’energia di cui questo paese equilibrista ha bisogno. Questo è certo, è scritto nel destino, come è scritto nel destino che prima o poi arriva un terremoto più grave di quello dell11 di marzo, e non possono neanche votare no a un referendum né sanno protestare questi qua, o battere i pugni sul tavolo.
Solo gli occhi, malati di Hisaaki, tradivano un lampo piccolo di preoccupazione, mista sempre e comunque a una serena rassegnazione. Deve essere così e così sarà.

Spero tanto di riuscire a scrivere ancora. Spero tanto di tornare sana in italia. Se voglio lottare per qualcosa,  altrimenti rompo il salvadanaio e vengo a vivere qua. Japan mon amour.

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