Nosei, Basquiat, Mary Boone: Il pettegolezzo continua

Nell’era dei blog, megavideo, piratebay, torrent, acta, facta de facta, rintracciare l’origine di uno scritto non è cosa semplice. Non c’è mica un libro con una copertina rigida che ti dice chi ha scritto cosa. Ti imbatti un post curato da un tipo che si firma col nome di un vitigno. E non sai se è autografo, se è una citazione, se è finzione o realtà.
Annina Nosei, gallerisa romana che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella New York dell’arte che conta tra gli anni ’70 e gli anni ’90 e Jean-Michel Basquiat, artista pittore maledetto, di buona famiglia, di quelli che a 14 anni legge libelli di filosofia ma che finisce a fare il clochard a Union Square a causa di una complicated relationship con papà. Lei lo scopre, lei gli dà i soldi, lei gli chiede di dipingere dipingere che poi assieme, assicura, faranno il colpaccio. Lui dipinge dipinge, nel frattempo si droga si droga, e si accorge che Mary Boone, gallerista, ed Andy Warhol, quello delle Campbell Soup, si facevano venire la bava alla bocca per i suoi lavori. Nulla da dire. La bava sarebbe venuta anche a me.
Lui però, droga oggi droga domani, un po’ distrugge un po’ porta via i quadri alla Nosei e li piazza in casa Mary. La Nosei si incazza. E qui la storia diventa mito. Ognuno la racconta a modo suo. Nosei vittima, Basquiat manipolato, Mary Boone la buona, oppure Nosei la stronza, Basquiat dorgato, Mary Boone la stronza.


A seguire una versione dei fatti che ho trovato in rete (web) un po’ di parte, un po’ Mary Boone oriented. Quel che non cambia è la fine. Basquiat, come Kobain, Japlin, Morrison, Winehouse, ed Hendrix, morirà di overdose a 27 anni.

«Un bastardo, un fottuto bastardo drogato, incapace, complessato. Un musicista fallito, cristo. Ma lo distruggo, così come l’ho creato. Lo distruggo. Lo faccio tornare nella sua fogna. Cosa crede di essere? Non è niente da solo, cristo, niente. Miserabile. Miserabile.» Annina Nosei si sfogava buttando fuori tutto il veleno che aveva accumulato. Andava su e giù per l’ampio scantinato a soqquadro dando calci alle scatole, ai barattoli, ai giornali, agli altoparlanti. Come aveva osato, cristo?
Non poteva accettare che quel ragazzo di colore, raccattato nella metropolitana di New York il giorno che uno si era ammazzato alla stazione della Madison con la 38ma, se ne fosse andato, avesse abbandonato lo studio che lei gli aveva offerto.
Ma sì, Jean Michel Basquiat, dopo una violentissima scenata, distruggendo le tele che aveva dipinto durante la settimana, se ne era proprio andato.
Aveva distrutto migliaia e migliaia di dollari: era tutto quanto di più crudele si potesse fare ad Annina. Perdere guadagni, buttare via dollari. Una pazzia. Per cosa aveva lavorato? Aveva puntato tutto su di lui. Gli aveva messo a disposizione conoscenze, collezionisti, critici. L’alone del genio sregolato vittima di una pesante storia familiare? Utilissimo. Le droghe? Gliene aveva procurato di tutti i tipi. La musica? A tutto volume, sempre. Charlie Parker e Miles Davis i suoi eroi? Gigantografie nello studio, collezioni di dischi a disposizione.
Annina aveva capito che quel ragazzo trasgressivo, con tutte le debolezze e i vizi in sintonia con i tempi, poteva piacere a un ambiente morbosamente avido di eroi infelici. E infatti il suo impegno stava dando ottimi risultati. Era riuscita a vendere un quadro diecimila dollari! Ovvio, ci aveva guadagnato bene: tanti dollari a Jean-Michel – quanti non aveva mai immaginato di vedere – e tanti, tantissimi dollari a lei, Annina Nosei, la gallerista di origine romana.
Da mesi stava circuendo una cricca di nuovi ricchi perchè investissero sulle tele di Jean-Michel. Azioni? No, cosa ve ne fate delle azioni…C’è un giovane, un grande talento, venite a conoscerlo, fra pochi mesi i suoi quadri varranno dieci volte tanto…
Lei li conosceva bene i nuovi ricchi: ignoranti e vanitosi, pronti a esibire milioni per appendere su una parete i mostri neri disegnati da Jean-Michel. Cominciavano a essere di moda. Si poteva guadagnarci.
Era abile e colta, lei. Li lavorava ai fianchi senza mollare e ci stava riuscendo.
E lui, quel bastardo ingrato, se ne era andato.

Annina era una donna magra, bruna, naso diritto, labbra sottili, orecchie piccole ben attaccate, con un debole per gli stilisti francesi. Purtroppo era costretta a vestire hippie per sembrare giovane. Nel suo ambiente era un obbligo.
A quarantadue anni era arrivata, ma aveva faticato non poco per affermarsi. New York era una sfida. La galleria a Soho, la prima nata in una di quelle case ristrutturate con le scale esterne, Colazione da Tiffany, per intenderci, era diventata un punto di incontro di critici, artisti, collezionisti. Animazione, musica, pettegolezzi, alcool, droghe. Tutto quanto teneva insieme quella gente.
Annina offriva questo e altro, pronta ad accettare compromessi, transazioni, complicità.
Annina non amava affatto i dipinti di Jean-Michel. Nel suo attico su Central Park mai ne avrebbe appeso uno: segni bambineschi, macabri, bruttissimi. L’ossessione di Jean-Michel di non essere bianco.
In Maurice sulla tela nera c’è un teschio che digrigna i denti, in Self Portrait un omino nero, brutto, aggressivo, sembra gridi la sua rabbia al mondo, in VNDRZ un uomo nero, macabro che scimmiotta i bianchi con giacca e cravatta.
Era la trasmissione della paura che piaceva? È possibile. Non certo la “nascita di un neoespressionismo” come Annina era riuscita a fare scrivere ad alcuni critici. Cristo, quante parole. Ma le parole diventavano dollari. Tanti dollari.



Infine, cosa importava la vita di un ragazzo nero? Era già un disadattato. Fuggiva di casa in contrasto con un padre severo, fuggiva dalle case correzionali, intollerante della disciplina, vagava nelle metropolitane con un gruppo di sbandati, e sporcava i muri con i colori e i segni di lunghe angosce infantili. Si firmava SAMO allora e il graffitismo impressionava milioni di passeggeri.
Cosa importava la vita di un ragazzo nero? Cosa importava il suo malessere di vivere? Bastava fargli intravedere i dollari, fargli credere di essere un artista, di avere potere. Lui, che di potere non ne aveva nemmeno su se stesso. Lui che veniva rifiutato persino dai tassisti.
Dai, dai Jean-Michel, dipingi. La musica è ad altissimo volume. Non sentire la tua disperazione.
Dai, dai Jean-Michel, un altro mostro nero. La droga c’è. Non fermarti a pensare.
Dai, dai Jean-Michel, ancora due, tre, otto. Conta le cose che hai, non sei una vittima. Non sei finito a pezzi, Jean-Michel. Hai tutto.
Hai solo ventuno anni, Jean-Michel.
Hai solo venticinque anni.
Hai solo ventotto anni.
Muori, Jean-Michel, muori. Non importa la vita di un ragazzo nero.
Annina ha vinto e contempla il tuo disfacimento.

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