Frances Ha, ricordando la mia Brooklyn

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“Voglio quell’istante, è quello che cerco in una relazione, il che spiega perchè ora sono single, è quella cosa che quando sei con qualcuno e lo ami e lui lo sa e lui ti ama e tu lo sai è come una festa. E se siete alla festa e tutti state parlando con della gente e ridete allegramente, vi cercate attraverso la stanza e vi guardate e non perchè siete gelosi o perché siete vittima di un sesso possessivo ma perchè quella persona sai che è parte della tua vita ed è buffo e divertente, c’è un mondo segreto che esite anche tra gli altri ma che il resto del mondo non riesce a percepire, questo è quello che vorrei in una relazione. E poi sono ubriaca”.

Dai diamanti non nasce niente, dal sangue nascono i fiori (#Irman Qureschi)

Irman Qureschi. Artista dell’anno 2013 secondo la Deutsche Bank che gli ha dedicato un Solo dal titolo Violence and Creation, aperto fino al prossimo agosto, nelle sale del vecchio Guggenheim di Berlino, ora ribattezzato KunstHalle. Oddio, non che il parere della banca conti molto, ma sì vede che talune volte dove ci sono i soldi c’è qualità.
Irman è un tipo giovane  – classe 1972 – che è stato catapultato nel firmamento dell’arte contemporanea da poco. E’ conosciuto tanto a New York quanto a Venezia, ma non ha fatto ancora in tempo a impararsi bene l’inglese. (A seguire la decorazione che ha appena completato su un roof garden a Central Park).
Rooftop_garden

Le tecniche di pittura indiane, quelle, le conosce benissimo. Come, temo, il dolore della guerra e il colore del sangue. Vive ancora a Lahore, in Pakistan. E se devo proprio dirla tutta, è diventato mezzo famoso solo dopo che un anno fa ha vinto non so quale Premio indetto dalla Sharjha Art Foundation . La finanza islamica, per capirci – con un lavoro intitolato (pesante) Blessings Upon the Land of my Love. Qui sotto.
blessingsUpontheLandOfMyLove
Sa usare molto bene il pennello. Quello sottile. E fa cose, che per noi occidentali saprebbero, uso il condizionale, di ammanuense del medioevo. Piccoli rettangoli di cartone, sbordati di carta oro, dove al centro, dentro ad almeno cinque squadrature del foglio, dipinge piccole storie di provincia indoeuropea in tecnica simil Baku molto colorate.

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Ecco come si distorce un fiore

L’artista è tedesco. Si chiama Hansjoerg Dobliar ed è originario di Ulm, sud Germania, dalle parti del lago di Cosanza. E’ nato nel 1970 e ha studiato arte a Monaco. E’ ben conosciuto tra Dusseldorf, Zurigo, Amsterdam, Roma e ovviamente Berlino. Ma ora plana di là, nella grande mela (Johannes Vogt Gallery, Chelsea), per la sua prima personale dal titolo Hysterie Und Abstraktion, che prende il via il prossimo 3 maggio. Presenterà diversi nuovi lavori. Tipo questo fiore distorto, isterico, astratto e fosforescente. Come solo un tedesco sapeva rappresentare.

distorzione di un fiore

Gocce d’acqua alla Gagosian


Dopo tanta erudizione (vedi le ossessioni di Kitaj) ho un bisogno disperato di fare un tuffo nella leggerezza estetica americana. Non si risenta la vecchia Europa: alla Gagosian Gallery di New York avete ancora pochi giorni di tempo, fino a sabato 20 ottobre, per andarvi a vedere l’ultima carrellata di lavori dell’acquarellista (a volte anche olista, nel senso che usa i colori a olio) di Dusseldorf Karin Kneffel. E ditemi che queste gocce d’acqua non vi piacciono, se avete il coraggio.

Una spirale fallica ci salverà (Bernstein @ New Museum)


Quando ho aperto la press release del New Museum di New York (diretto da Massimiliano Gioni, uno dei miei probabili futuri mariti) sull’i-Phone a momenti mi prende un coccolone. Intravedo tra le foto una striscia di scarabocchi neri su parete bianca che sembrano tante ciglia di un mega occhio. L’effetto su di me è un pugno all’ stomaco. Saprò più tardi che i graffi in realtà rappresentano un cazzo gigante spiralato.
Nel museo più figo del mondo, alla fine della scorsa settimana è stata chiamata Ms Judith Bernstein con il preciso scopo di decorare il muro di un corridoio del museo lungo 20 metri. Precisamente di apporci la sua firma. Bernstein compirà tra poco ’70 anni. E’ considerata l’artista protofemminista per eccellenza, ma solo oggi nel 2012 riceve la suprema incoronazione di una personale a New York. La città, a lei che è stata una vera provocatrice, glielo doveva da oltre 40 anni.
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Leonard: Contro l’abuso fotografico di chi non sa neanche guardare


Murray Guy è una di quelle gallerie da tenere sotto occhio. E per l’inaugurazione della sua filiale di Chelsea (è basata a Ludlow Street, Lower East Side, New York city) ha scelto l’eccellenza: Zoe Leonard una delle più geniali fotografe dei nostri tempi, in mostra sulla 17esima lato Ovest fino al prossimo 27 ottobre.
La Zoe propone non una serie di fotografie, ma la fotografia stessa.

Gli spazi della galleria sono stati trasformati per l’occasione in tante camere oscure: in una sono posizionate sui vari lati della stanza cinque fotografie state scattate direttamente contro il sole. 
In altre molto più “oscure”, il visitatore potrà riconoscere alcuni dettagli da diverse angolazioni della 17esima Street West, sede appunto della galleria che la ospita.

Tipo: le luci dell’hotel dall’altra parte della strada, il riflesso di un prefabbricato sulle pareti traslucide di un grattacielo, un palazzo in costruzione. Tutto ovviamente capovolto da una presunta lente fotografica. Sì l’idea è proprio quella di entrare nel cuore della macchina fotografica e vedere le cose secondo un diverso ordine e una diversa logica. Zoe una frecciatina la scaglia contro gli stessi galleristi che hanno la presunzione di presentare le cose – opere d’arte, fotografie, sculture o quello che altro vi pare – secondo una gerarchia predefinita. 
Leonard, classe 1961, originaria di Liberty, Stato di New York e figlia di rifugiati polacchi, non ci sta. E Murray le dà voce, anzi: luce.

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