I periti assicurativi lo chiamano capitale umano

virzi

In seguito alla condanna per omicidio colposo ed omissione di soccorso, Luca finirà di scontare la pena nel prossimo autunno.
L’assicurazione di Massimiliano ha negoziato con i familiari di Fabrizio Lupi, vittima dell’incidente, un risarcimento di 218.976 mila euro.
Import come questi vengono calcolati valutando l’aspettativa di vita di una persona e la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi.
I periti assicurativi lo chiamano capitale umano.

Paolo Virzì

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Incontrando Hong Sangsoo per caso a Berlino


Cose che capitano per caso solo a Berlino. Si va con un amico a pattinare sul ghiaccio a Postdamer Platz, si bevono due bicchieri di Glühwein, si scopre che nella FilmHaus (Cinema Arsenal per la precisione) proiettano un film coreano super apprezzato a Cannes, Tokyo, Venezia. Okey, si va: tanto il biglietto costa cinque euro. C’è molta gente al botteghino. E scopro così di essere finita alla Premiere tedesca. E che tutta quella gente sta lì per conoscere il regista. Herr Hong Sangsoo, classe 1960, Seoul, nato sotto il segno dello scorpione, famoso soprattutto per un lavoro che porta il titolo Hahaha. Tutte cose che logicamente ho scoperto dopo. Io a quella rassegna sudcoreana ci sono finita per sbaglio. Dopo 30 minuti sto per perdere le speranze: il posto in sala andava prenotato e io logicamente non l’avevo fatto. Continuo svogliatamente a stare in fila fin quando l’addetta del cinema mi fa un cenno per dirmi: questo è l’ultimo biglietto, è il tuo. Benone, penso io, E mi lancio felice in una morbida poltrona dell’Arsenal.
Vedo il film, titolo coreano: Da-reun na-ra-e-suh, titolo inglese: In another country. La pellicola corre veloce, mi piace, non mi annoio, mi faccio delle idee e delle sane risate. Tanto che a fine proiezione mi viene voglia di sakè. O meglio di Heuk Ju, il sakè di Seoul.
E poi arriva lui. Hong Sangsoo. Uomo di poche parole che non fa altro che ripetere che il suo lavoro (e i suoi lavori in genere) non sono mai il frutto di un ragionamento, ma solo dei moti di pancia. Ogni scelta estetica e scenografica ha a che fare con l’intuito, il cuore, le budella, mai con la testa. Alla domanda: ti piace la piaggia? mi ha risposto sì, il più delle volte. Alla domanda: ti capita spesso di camminare in mezzo alla strada? e ancora, la risposta è stata sì, il più delle volte.
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The Korean holiday (by a french woman in the red dress)


Da-reun na-ra-e-suh, In another country, the title in english, is the last movie of cult Korean writer-director Hong Sangsoo. Usually I do not write reviews about movies. But, yes, I met him at the German Premiere tonight, at the Arsenal Kino in Postamer Platz. After a long cue I took the last ticket, without reservation.
He told me basically two things: he likes the rain, sometimes, and he likes to walk in the middle of the street, sometimes. Exactly like his character, the wonderful Isabelle Huppert playing the role of Anne, a french woman visiting a small costal resort in South Korean. The most awful place in the world to go on holiday.
in Another country, which is of course in South-Korea, everything is so realistic. A kind of new Far East Neorealism. Because of that no tight really special is happening. The woman, Anne, is waiting is man. But he doesn’t come. He has an affair with another woman and Anne, who knows that, spends all the days (one or one hundred, doesn’t make any difference) alone, drinking bottles and bottles of Heuk Ju, the typical South Korean wine.
She is looking for the Lighthouse (there is one for sure in that place, but nobody knows where it is) but instead of it she is meeting corean people: The young lifeguard who likes her and he is always swimming in the cold sea, acting like the typical kind asian guys who meets somebody from the western world: kind gestures, bad english. Or the young assistant who is always lending umbrellas. The jealous pregnant woman and her sinner husband, the Buddhist Monks and his Mont Blanc pen, the unkind old mother-in-law and her mobile. But Anne is alone and, raining or not, she is always wearing nice dresses. In a circular way.

A bordo di un vascello fantasma nel porto di Reykjavik

Varuo non è una canzone facile. Non vi aspettate che vi piaccia a primo ascolto. E’ una preghiera islandese, un urlo di gioia, una pugno nelle viscere: si gonfia e si sgonfia mille volte. Va ascoltata di notte, quando tutto torna buio, quando i gatti dormono nelle grondaie, quando gli artisti si rintanano nel sottotetto e cominciano a immaginare vite parallele.
Dura sei minuti e trentasei secondi, sei lunghissimi minuti di cieli che si aprono, nuvole che si addensano, soli che sorgono, lune che tramontano, crisalidi che lentamente si lacerano e lasciano allo scoperto, completamente nudo e sanguinante, un cuore. Che palpita.
Il cuore quando entra a contatto con l’aria, comincia ad ossidarsi. E noi teniamo tra le mani questa carne che si lascia morire. Non possiamo farci nulla. Rallenta, poi accelera per rallentare, ancora. Fino a spegnersi. E proviamo a salvarci con quel ricordo, prodotto dalla nostra mente, di un lago perfettamente circolare che, lucido come il petrolio, riflette velocemente il rincorrersi, inutile, del sole che scappa e la luna che insegue, sole tramonta, luna si sdoppia, bambini ballano. Morti risuscitano, cervelli saltano, notti tacciono.
I Sigur Ros, cantano, nella terza canzone dell’ultimo album , dal titolo Valtari, vocali che non sono di questo mondo e pregano dei che non sono di questo universo.

A bordo di un vascello fantasma che volteggia nel porto di Reykjavik.

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Thank you Mum, thank you Alejandro

Procter & Gamble mette i soldi, Londra mette le olimpiadi, Alejandro Inarritu la regia, Ludovico Einaudi le musiche.
Nel mese della festa della mamma, nel giorno della festa del lavoro, ringraziamo colei che fai il mestiere più bello del mondo.
Guardate questo video: è uno dei commercial più belli che abbia mai visto. Grazie Mamma. Grazie Alejandro.

La folle gelosia di Gala per Gioconda

Se Salvador Dalì si trovasse a realizzare un film su di sé, lo farebbe surrealista. Eccentrico barocco colorato fantasioso e ovviamente in 3D.
Potrebbe essere difficile distinguere episodi della sua vita realmente accaduti da quelli inventati. E il regista Philippe Mora, rispettando la presunta volontà del pazzo catalano, ha scritto la sceneggiatura di quello che promette di essere il prossimo capolavoro a tre dimensioni, The Surrealist. Ha immaginato, per capirci, che Gala, moglie di Dalì, abbia trascorso una vita intera a dannarsi di gelosia per una relazione presunta, immaginata e platonica, tra il suo uomo e (questa fa ridere) il modello che avrebbe posato per Leonardo da Vinci nella Monna Lisa. Schizofrenia al quadrato.

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Roma ore 11


Era il 14 gennaio del 1951 – mio padre sarebbe nato un mese dopo – quando di primo mattino si radunarono a largo circense a Roma tante giovani donne. Potevano avere tra i 16 e i 26 anni. All’inizio erano in due, poi venti, poi duecento. Tutte col sogno di diventare dattilografe dal ragioniere di quartiere. C’era chi era stufa di far la serva. Chi non ne poteva piu’ di far la puttana. C’era anche la nobildonna che per amore del pittore squattrinato voleva emanciparsi dalla ricca famiglia. Chi cercava lavoro perche’ il marito era senza da mesi. E chi pensava a come campare i fratelli sognando di cantare al canzoniere. La vecchia che non voleva rimanere esclusa dalla societa’, e la giovane messa incinta dall’avvocato. E poi c’era Cornelia capitata li’ quasi per caso che quella mattina aveva trovato l’amore aspettando in fila: un bel marine in missione a Mogadiscio.

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