Roma ore 11


Era il 14 gennaio del 1951 – mio padre sarebbe nato un mese dopo – quando di primo mattino si radunarono a largo circense a Roma tante giovani donne. Potevano avere tra i 16 e i 26 anni. All’inizio erano in due, poi venti, poi duecento. Tutte col sogno di diventare dattilografe dal ragioniere di quartiere. C’era chi era stufa di far la serva. Chi non ne poteva piu’ di far la puttana. C’era anche la nobildonna che per amore del pittore squattrinato voleva emanciparsi dalla ricca famiglia. Chi cercava lavoro perche’ il marito era senza da mesi. E chi pensava a come campare i fratelli sognando di cantare al canzoniere. La vecchia che non voleva rimanere esclusa dalla societa’, e la giovane messa incinta dall’avvocato. E poi c’era Cornelia capitata li’ quasi per caso che quella mattina aveva trovato l’amore aspettando in fila: un bel marine in missione a Mogadiscio.

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Rudavsky come Méliès: se l’eclettismo funziona

Non troppe ore fa ho visto l’ultimo film di Martin Scorsese Hugo Cabret: bei colori bella la stazione di Montparnasse e ovviamente bellissima Parigi.
Se c’è lei tutto attorno il film viene bene comunque pure se, come nella fattispecie, la favola è un po’ noiosa. Un altro elemento a favore, Hugo Cabret, ce lo aveva.
Sono stata costretta a ricordare un uomo che ha fatto la storia del cinema che io avevo completamente dimenticato: monsieur Maries-Georges-Jean Méliès, o George Méliès e basta.

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