C’era una volta in via Margutta…

via Margutta, Roma
via Margutta, Roma

Ogni città ha il suo salotto buono. Ogni città nel suo salotto ha il suo angolo dedicato all’arte. Così a Milano quell’angolo di salotto si chiama Brera, a New York Chelsea, a Roma via Margutta, a Londra Myfair, a Napoli via Chiatamone. In questi quartieri esclusivi, piccoli, un po’ in disparte, si sono concentrati i mercanti d’arte e pittori. Si racconta che a Roma l’arte arrivò in via Margutta, alle spalle di via del Babuino, perché era vicina all’Holtel de Russie (Piazza del Popolo) l’alloggio preferito degli Zar, clienti perfetti di dipinti italici.
Oggi non è più così. Almeno è quello che sostengono da globalartmag.com

Ecco cosa dicono:

C’era una volta la galleria d’arte contemporanea in pieno centro, vale a dire ubicata nel quartiere più sofisticato e ricco della città. Una galleria bene in vista, situata in una strada dove solitamente passano ricche signore annoiate e rampolli d’alta società. Fino a poco tempo prima della crisi la nostra galleria andava benone e riusciva anche a partecipare a molte fiere d’arte contemporanea sparse per l’italico stivale.
I suoi artisti vincevano premi importanti ed il sistema li coccolava con le sue finte speranze. In seguito sono giunti i tempi delle vacche magre e la nostra galleria, per sbarcare il lunario, ha deciso di spostarsi in un’area periferica, uno di quei quartieri un tantino  popolari che qualcuno definisce art district senza nemmeno sapere perché. Già, il quartiere popolare è spesso una fucina di giovani artisti ed un toccasana per la pratica creativa. Per quanto riguarda il mercato dell’arte, il quartiere fuori dal centro non è proprio il massimo, ma gli affitti sono incredibilmente più sostenibili e la nostra galleria sembra navigare meglio. Del resto fuori dal centro si trovano spazi più grandi ed il nostro gallerista può sempre mascherare il suo spostamento con la solita dichiarazione: “avevo bisogno di più spazio per i miei progetti”. Ma il destino a volte è cinico e baro, la crisi si fa sempre più dura e gli affitti salgono anche fuori dal centro.
Ed allora che fare? Trasformare la galleria in qualcosa d’altro, un hub creativo o un ufficio di art dealer. Niente più mostre o fiere, solo promozione e vendita tramite contatti, alla stregua di un magazine. Niente più pubblicità, spese di trasporto, soldoni per eventi vari e per pagare salatissimi curatori. Qualcuno potrebbe dire: “ma così non è più una galleria d’arte”, eppure il concetto di galleria d’arte contemporanea deve per forza di cose trasformarsi per stare al passo con i tempi che cambiano inesorabilmente. E poi quando sono in tanti a decidere che una cosa è cool…

 

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