Maurizio, sposami!

cattelan
Puntata n.9 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 15 aprile 2014 ore 19. In replica venerdì 18 aprile 2014 ore 11. Ve l’ho già detto che vi amo, sì?

Episode 9 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, April 15th, 2014 7pm. In reply Friday, April 18th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 9 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 15. April 2014 um 19 Uhr. Wiederholung am Freitag 18. April 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

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Consequence, Notwist

È stato definito da Jonathan P. Binstock, curatore d’arte contemporanea come “uno dei più grandi artisti post-duchampiani e neosurrealisti viventi”. Per altri è solo un gran furbacchione che si serve dei media e abusa del mondo dell’arte per provocare e per averne il proprio tornaconto. Duchamp, vi ricordo molto brevemente è l’inventore del Dadaismo, il sovvertore delle regole per eccellenza, colui che ha preso un latrina, l’ha capovolta e ci ha scritto sopra Fontana. RESPECT. Se si parla di arte contemporanea davvero contemporanea, è lui la linea di demarcazione tra il contemporaneo meno contemporaneo e il più contemporaneo.
Oggi parliamo dell’artista italiano più pagato, più stimato, e udite udite vivo. Maurizio Cattelan. Nato a Padova il 21 settembre del 1960, vive tra Milano e New York. E’ stato lui a scolpire e a piazzare una statua alta undici metri in Piazza Affari, davanti alla sede storica della Borsa di Milano, con un dito medio sollevato. Quando si dice un vaffanculo grande come una casa. In Italia non vantiamo una finanza Wall street, come nel film meraviglioso di Scorsese e di Caprio – dovevano dargli l’oscar, comunque – ma abbiamo avuto i nostri faccendieri Lucio Gelli, Cesare Geronzi, Matteo Arpe, Enrico Cuccia, altri morti impiccati appesi ai ponti di londra. Cattelan ha vissuto in Italia negli anni di tangentopoli, molto di quanto lui ha da dire oggi come ieri, è un attacco alle porcherie dell’Italia che sono sempre state tante. E nossignore non c’è neppure la consolazione nella chiesa. Neanche Papa Giovanni Paolo poteva salvarci dalla merda, anzi:il povero Wojtyla, viene sbattuto a terra da un meteorite. Fa fare la statua del Papa di cera e lattice, la veste con tanto di bastone papale tessuti e scarpe d’oro. All’inzio secondo le sue intenzioni il Papa doveva stare in piedi. Poi decide di sbatterlo di faccia a terra. Un meteorite lo colpisce, lo scettro il bastone finisce al pavimento, lui ha le gambe ormai spezzate e tutto intorno sono tanti cocci di vetro rotti.

Gotye, Sombody that I use to know

Maurizio Cattelan è l’artista italiano vivente più famoso al mondo. Come mai mi posso permettere di dirlo? Perché il Guggenheim a New York tra il 2011 e il 2012 gli ha dedicato una personale di 124 opere – e come Ai Weiwei a Berlino – e perché il nostro veneto decide il bello e cattivo tempo ormai da circa 20 anni alla Biennale di Venezia, e in alcuni musei newyorkesi, tipo il New Museum. L’opera della Nona ora, il Papa colpito da un Meteorite, è stato battuto all’asta da Christies per 886mila dollari nel 2001, all’epoca due miliardi di lire.
Sono tanti ragazzi! A quelle cifre viene battuto Andy Warhol, Jean Michel Basquiat, Rothko, ma quelli però sono morti. Cattelan invece è vivo e vegeto e sta bene. Non viene da una famiglia ricca, e pur avendo fatto l’accademia dell’arte a Bologna, raccontano che era un indisciplinato che non amava studiare e copiava le idee dai compagni. Nel 1993 scappa a New York, aveva 33 anni, dove vive a scrocco nelle case degli amici con due dollari al giorno, costruisce coste strane – lui ha sempre costruito oggetti più che dipinto – e va in cerca galleristi o riviste di arte contemporanea che si accorgano di lui. 
“Nella lotta per l’indipendenza sono uscito di casa molto presto”, racconta, “a diciotto anni. La mia lotta per l’indipendenza significava conquistare autonomia, liberarsi dalle discussioni in famiglia su ogni decisione. Ricordo precisamente il giorno del mio diciottesimo compleanno: avevo due borse di plastica in mano. Mia madre mi chiese: «Dove stai andando?». E io: «Fuori di casa». «Ma fuori di casa dove?». «Non ti interessa. Vado via. Ciao». «Ma dai, non fare lo stupido, non va via nessuno con le borse di plastica». Ma io avevo solo le mutande e i calzini da portarmi via e non sono più tornato”. Noi di IneedRadio amiamo chi lotta per la libertà, o mi sbaglio presidentessa?

Razzmatazz, Pulp

“Ho continuato a studiare. Ma non potevo farlo di giorno, perché dovevo lavorare per mantenermi. Per tre anni ho lavorato otto ore al giorno e andavo a scuola di sera. Il mio primo lavoro è stato da apprendista contabile, poi ho pulito le scale. poi ho lavorato in un obitorio. Ma il mio obiettivo era arrivare a zero ore alla settimana, cioè non lavorare e avere comunque un reddito”. E’ rimasto a Padova fino a quando nel 1984 non ha deciso di smettere di lavorare per davvero e, causa Donne dice lui, trasferirsi in una città ancora più piccola: Forlì. “Lì è stato interessante, perché mi sono trovato con tutta la giornata libera. Non lavoravo. Era sopravvivere. In che modo?
Ti industri. Fai un po’ di tutto. Quando la tua vita costa quasi zero, non hai grosse necessità. Vivevo di cose che avevo messo da parte e che avevo fatto fruttare. Avevo sempre lavorato con l’idea che se a un certo punto avessi smesso, dovevo anche essere capace di mantenermi. Allora avevo a disposizione tutto il tempo che volevo e questo è un privilegio che non puoi comprare”. Però una cosa gli era chiara sin da allora: qualsiasi cosa avesse deciso di fare doveva essere venduta. Anche quando ha deciso a lavorare con le gallerie: “Avevo deciso che se entro tre anni non avessi prodotto benessere avrei cambiato piano. Il mio incubo era quello di finire a fare una brutta copia della mia famiglia”. E allora il nostro ragazzo cosa fa? Di tutto per farsi notare. E usa i mezzi di comunicazione. Ve ne racconto due prima del prossimo brano.
Nel 1989 Cattelan compra una pubblicità elettorale sul quotidiano La Repubblica, che recita “Il voto è prezioso, TIENITELO”, firmato dalla sedicente “Cooperativa scienziati romagnoli”. Con questa “performance” di stampo dadaista, Cattelan crea un cortocircuito di non-senso, citando un vecchio motto anarchico firmato da un’assurda cooperativa, ed inserendola in una vero spazio da campagna elettorale, tra uno scudo crociato che recitava “Vota D.C.” ed una foto ammiccante di Bettino Craxi. Se andiamo indietro nel tempo, 1986 aveva lanciato una provocazione, con «Untitled», del 1986, una tela squarciata in tre pezzi alla maniera di Lucio Fontana, creando però la «Z» di Zorro, che sarà il suo «marchio» negli anni successivi.

Vision of Johanna, Bob Dylan. Un bacino al mio amichetto milanese che sta per partire per Tokyo

Senza titolo, 1993, acrilico su tela 80 x 100 cm. La tela è squarciata in 3 pezzi, creando la z di Zorro nello stile di Lucio Fontana. In questo modo Cattelan stabilisce il suo personaggio di vendicatore mascherato che ha giurato di gettare luce sulla commedia umana, attraverso il filtro del sistema dell’arte. In questo, apparentemente semplicissimo, lavoro, a prima vista minimale ed immediatamente accessibile, si trovano tutte le figure retoriche che costituiscono il suo lavoro: l’appropriazione caricaturale di lavori del passato, la favola moralizzante e, soprattutto, questa insolente maniera di irrompere nel sistema dei valori, che è la caratteristica prima del suo fare. Lui cosa fa: parte da una struttura formale familiare, ma gradualmente ed insidiosamente ne capovolge il significato. A lui in fin dei conti la tela tagliata di Lucio Fontana non piace, o meglio, la vuole mettere in ridicolo. E vuole proprio dirci: ma voi davvero credete poveri fessi che questa è arte contemporanea?
Cattelan si impone all’attenzione nel mondo dell’arte con l’opera Strategie del 1990. L’artista si impossessa di 500 numeri di Flash Art, la più nota ed influente rivista d’arte contemporanea italiana del tempo, e ne sostituisce la copertina con una di sua concezione che ricalca il progetto grafico originario, ma che espone a tutta pagina una sua opera. In tal modo si assegna da solo il “frontespizio” di Flash Art, e vende gli spazi pubblicitari sui tre rimanenti risvolti. L’opera raffigurata rappresenta un instabile castello di carte composto dalle precedenti copertine della rivista. È questa la “strategia” che attua Cattelan per scardinare l’attenzione dell’impenetrabile establishment dell’arte contemporanea italiano, e attirare su di sé le volute attenzioni degli addetti ai lavori. Dopo di che cosa fa consegna di persona nelle maggiori gallerie non solo di Milano ma anche di New York la rivista. In 500 che contano, si accorgono di lui.
Inizia a lavorare a Milano, realizzando oggetti non-funzionanti, in sintonia con le tendenze del concettuale. Il debutto espositivo è nel 1991, nel corso di Arte Fiera a Bologna realizza una performance intitolata Stand abusivo. Sui due lati di un tavolo da calcetto, di dimensioni assolutamente abnormi, si fronteggiano due vere squadre di calcio, la prima composta da 11 uomini bianchi riserve del Cesena calcio, la seconda da 11 uomini di colore, senegalesi, che indossano una maglietta con il logo RAUSS, lo slogan con cui i nazisti appellavano gli ebrei. Cattelan scatta foto, belle, che documentano questa partita e consegna il biliardino intitolato «Stadium 1991» alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna.
“Ho pensato quale fosse la cosa più popolare in Italia e ho utilizzato il calcio per veicolare, attraverso un principio semplicissimo, il fenomeno emergente degli extracomunitari. Li ho fatti giocare delle partite dove io ero allenatore e presidente della squadra”.

Caroibou, Sun

Nel 1992 se ne inventa un’altra: dice di essere a capo di una presunta fondazione Oblomov riesce a raccogliere da segreti finanziatori 10 mila dollari e si inventa un premio da assegnare a un artista che avesse acconsentito ad astenersi per un anno dall’esibire il suo lavoro. Quando gli artisti selezionati rifiutano di accettare il premio, Cattelan prende i soldi e corre a New York.
Per la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia propone l’opera, siamo nel 1993, propone “Lavorare è un brutto mestiere”. L’artista, invece che esporre una sua opera originale, dà in affitto il proprio spazio espositivo a una agenzia di pubblicità, che lo utilizza per scopi commerciali durante l’evento. Ve la immaginate la faccia del curatore della mostra? Ditemi se non è un provocatore lui!
Nel 1997, viene invitato di nuovo a Venezia. Il tema della 47esimo festival è “la mescolanza delle generazioni nell’arte italiana postbellica”. Cattelan porta un’opera che omaggia (o ridicolizza) uno dei più importanti movimenti artistici italiani del dopoguerra, l’Arte povera, movimento in cui gli artisti realizzavano le loro opere con materiali non convenzionali o per l’appunto “poveri”. Nel visitare il padiglione italiano tempo prima della manifestazione, si narra che Cattelan lo avesse trovato in totale abbandono e degrado, pieno di piccioni, siamo a Venezia, d’altronde. La sua opera, Turisti (1997), consisteva nellasciare tutto come lo aveva trovato, aggiungendo semplicemente 200 piccioni imbalsamati posizionati sulle travi del padiglione ed escrementi degli stessi sul pavimento.
Nel 2011 Cattelan ritorna a Venezia, edizione numero 54ª edizione e ripropone la medesima installazione (Tourists, poi rinominata in Others) solo che i piccioni imbalsamati anziché 200 questa volta sono duemila e vengono disposti sui solai e sugli impianti dell’aria condizionata delle sale del Padiglione Centrale. Il giorno seguente all’inaugurazione della biennale, in segno di protesta, alcuni animalisti esposero all’interno dei Giardini striscioni di protesta, annunciando un esposto in procura.
Negli anni si sono alzate spesso polemiche per il suo utilizzo di animali imbalsamati, come il cavallo appeso al soffitto di una galleria (la ballata di Trotsky del 1997) o deposto sul pavimento con un cartello con la scritta “I.N.R.I” (I.N.R.I. 2009: vi ricordo che l’acronimo sta per Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum ovvero Gesù Nazareno re dei Giudei), conficcato nell’addome. O lo scoiattolo suicida dell’opera Bidibibodibiboo del 1996.
’La ballata di Trotsky’, messa in vendita da Sotheby’s nel 2004 a New York raggiunse i due milioni di dollari. L’opera raffigura un cavallo vero, impagliato, sospeso con cinghie al soffitto ed è del 1996: Cattelan l’ha definita ”una potente immagine dell’impotenza” riferendosi agli ideali rivoluzionari di Trotsky. La stima di partenza era 800.000 dollari. Il cavallo ha raddoppiato il valore dal 2001, quando era passato di mano l’ultima volta da Christie’s a Londra. Brandt, che nelle sue raccolte ha opere di Andy Warhol, Basquiat e Jeff Koons, l’aveva pagato 900 mila dollari e in tre anni si è visto più che raddoppiare l’investimento di partenza.

Hauschka, Elizabeth Bay

L’anno che consacra Cattelan come artista mondiale è il 1999. “Non so cosa significhi “farcela”. Diciamo però che il Papa (La nona ora, 1999) è stato il momento di passaggio, quando mi sono sentito finalmente parte del sistema”. Cattelan viene da una famiglia molto religiosa, da ragazzo faceva il chierichetto, ha trascorso molto tempo all’oratorio e in chiesa, era il suo modo di essere libero, fuori di casa. A chi gli chiede se è credente risponde che se non fosse in qualche maniera credente, certi suoi lavori non esisterebbero. Oltre a parlare con una certa iconografia religiosa, in effetti, io ricorderei che l’arte visuale, come la musica e anche certe religioni, sono dei mezzi per raggiungere uno stesso scopo cioè l’estasi metafisica. Cattelan aggiunge poi che per sua fortuna “non ho ancora affrontato la malattia e la sofferenza, quindi non ho le idee chiare in merito… Ma c’è una parte di me, quella buona che sente qualcosa”.
Dicevo 1999 anno di svolta. Anche perché presentò come opera vivente (A perfect day) il noto gallerista milanese Massimo De Carlo, appendendolo ad una parete della galleria con del nastro adesivo grigio. Al termine del lungo vernissage, lo stremato gallerista fu ricoverato al pronto soccorso privo di sensi. Lo stesso anno si mette una maschera in stile Walt Disney, con la faccia di Picasso, e si piazza all’ingresso del Moma a dare il benvenuto ai turisti.
Non contento a fine anno organizza con l’amico Jens Hoffmann una presa per il culo atomica al sistema dell’arte contemporanea. Si inventa la sesta edizione della Biennale dei Caraibi (non ci è mai tenuta una biennale) “Blown Away” che recita così: “La Biennale dei caraibi intende violare quest’ultimo tabù: l’ansia della prestazione, della produzione. Invece di inquinare il nostro mondo visivo con altre opere d’arte. la Biennale offrirà la possibilità di avviare uno spazio per una comprensione reciproca, perché, come diceva John Cage, dobbiamo fare silenzio, se vogliamo sentire meglio.#Pertanto la Biennale funzionerà come una sorta di Buco Nero, o Triangolo delle Bermuda: viaggiando nelle British West Indies, gli artisti accetteranno di non progredire nella corsa verso il podio del mondo dell’arte, dimostrando che tutte le parole chiave della nuova critica e della pratica artistica rischiano di non portarci da nessuna parte, perché, mentre gli artisti e i curatori viaggiano da una parte all’altra del mondo, ci si ritrova spesso a chiedersi se si stanno davvero muovendo”. Risultato? La Biennale è una vacanza per artisti del calibro di Olafur Eliasson (Islanda-Germania), Douglas Gordon (GB-USA), Mariko Mori (Giappone-USA), Chris Ofili (GB), Gabriel Orozco (Messico-USA), Elizabeth Peyton (USA), Tobias Rehberger (Germania), Pipilotti Rist (Svizzzera), Wolfgang Tilmans (Germania-GB) e Rirkrit Tiravanija (Tailandia-USA). E’ un genio!

Turin Brakes, The sea Change

Ormai Cattelan è mondiale. Allora arrivano le sculture choc. Nel 2001 realizza Him, che ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono), con corporatura da bambino, occhi commossi e pieni di lacrime.
Nel 2004 Cattelan appende tre bambini-manichini impiccati a un albero di Porta Ticinese a Milano. Dopo poche ore un passante sdegnato i rimosse ferendosi pure. 
Nel 2009 in coincidenza della sua mostra personale a Palazzo Reale a Milano viene notata una somiglianza impressionante fra alcuni pupazzi che espone e Massimo Tartaglia (attentatore di Silvio Berlusconi in Piazza Duomo nel dicembre 2009).
Nel 2010 produce L.O.V.E. – acronimo di libertà, odio, vendetta, eternità – scultura monumentale posta in Piazza degli Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte sede della Borsa di Milano, edificio costruito nel 1932 con i tipici stilemi del ventennio fascista. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto fascista ma con tutte le dita mozzate – tipo erose – eccetto il dito medio. Oscenità, diocenescampi. La mano sarebbe al contempo un gesto di irriverenza al simbolo del fascismo, sia al mondo della finanza. In seguito alle proteste di una parte della rappresentanza politica e culturale milanese, il critico Philippe Daverio propose di trasferire l’opera a Bologna, città “più spiritosa” e “più adatta” ad accogliere il “gesto ironico” dell’artista padovano.

The Piano, Michael Nyman

L’autorevole rivista britannica Art Review ha inserito l’artista italiano Maurizio Cattelan al quarto posto nella lista delle persone più influenti del mondo dell’arte contemporanea. Una ”consacrazione” che premia la fine di un’ottima annata per le quotazioni dell’artista padovano, le cui opere hanno raggiunto prezzi record nelle case d’aste più prestigiose del mondo. Artista, giornalista, gallerista, curatore. Maurizio Cattelan ha rivestito tutti i ruoli possibili nel mondo dell’arte contemporanea, eccetto quelli di direttore di museo e di ladro di opere. È quanto afferma l’autorevole Art Review, che lo ha consacrato l’artista e l’italiano più influente del mondo dell’arte contemporanea. Cattelan quest’anno figura infatti al quarto posto della consueta Top 100 compilata dalla rivista britannica, preceduto dal gallerista e mercante d’arte americano Larry Gagosian (primo), dal direttore del Museo di Arte Moderna di New York, Glenn Lowry (secondo) e dal direttore della Tate di Londra, Nicholas Serota (terzo). Un bel salto rispetto alla classifica del 2003 che lo vedeva alla ventiquattresima posizione.
Nel 2006 Cattelan aprì a New York una vetrina minimale sulla 20esima strada, chiamata Wrong Gallery (un metroquadro), dove di volta in volta veniva esposto un artista di suo personale gradimento. La Wrong gallery fu sostituita nel gennaio 2012 da Family Business. In metriquadri diventano tre e oggi come allora i newyorkesi di Chelsea aspettano con l’acquolina in bocca l’opening di Cattelan del venerdì sera. E’ chiaro, ora è parte dello star system anche lui. Devo però dire due cose: la prima, la sua Wrong-Family Business Gallery è una no-profit gallery, che vuol dire che non vende (la giurisprudenza almeno a NYC è molto chiara in merito e lascia poco spazio a imbrogli), la seconda, Cattelan ha tutta l’aria di non averci nessuna cazzo di voglia di presenziare ad eventi mondani. Poco tempo fa la facoltà di Sociologia dell’università di Trento gli ha assegnato, per esempio, la laurea ad honoris e lui si è presentato con un asino imbalsamato e lo ha regalato all’ateneo. Irriverente resta. Peccato che mi sembra che si sia preso una pausa negli ultimi 4 anni, o sbaglio?

Noah, di nuovo i Notwist e vi saluto.

Le luci di New York, secondo Saul Leiter

Qualche settimana fa sono stata a un bella – seppur piccola piccola – mostra fotografica allo Spazio Forma, Milano, che mi ha convinta addirittura a cambiare lo sfondo di Crisalidina. Sto parlando delle luci di New York, di Saul Leiter, on the stage fino al prossimo 16 di settembre.
Leitner è un fotografo di strada di marciapiedi e di pioggia. Ama le Polaroid, ama i colori, ama la condensa e le gocce d’acqua.  I tram i taxi il metrò. Le donne.
Recentemente si è dato alla moda. Ma il tipo è bello che navigato: nasce nel 1923, viene da Pittsburgh, è innamorato di Herni Cartier-Bresson (che ieri avrebbe compiuto  104 anni, se fosse stato ancora in vita) e della Leika, ogni tanto dipinge e vive a Nyc da un pezzo. Un tipo modesto, che soleva dire: “I don’t if my life was  what I would have like to be, as I never knew what I wanted. I just think that I learned to see what people see and do not see”.

Qui vi propongo una piccola selezione di quanto troverete lì.

Seul Leitner
Saul Leitner

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Yes I am: E’ caccia al carnefice

YES I AM. Non solo un titolo: una dichiarazione al mondo. Come quando a lezione di inglese, all’appello con la mano alzata, rispondevamo Here I am, Io sono qui. O come quando Barack Obama ha lanciato la sua campagna elettorale anti-Bush, affermando, con determinazione: Yes We Can. Sì noi possiamo.
L’opera di teatro che urla al mondo, SI’ IO SONO, debutterà all’Elfo Puccini di Milano il prossimo 30 ottobre. E replicherà ogni sera fino al 4 di novembre (qui il link che rimanda alla pagina Facebook)
Il giovane bello scugnizzo che ha ideato la performance – Alessandro Rugnone, 28 anni non ancora compiuti – è una di quelle rivelazioni del teatro italiano che non so quanti premi di miglior attore ha già portato a casa, nella sua Bagheria. Da due anni, tra un palcoscenico e un altro, lavora a una trasformazione. Privata. Ma di un senso universale. Che ha riversato in questo lavoro.
Non vuole, per scaramanzia o per creare il giusto grado di pathos che fa tanto bene a un’opera contemporanea nuova, rivelarne i contenuti. Ma qualcosa siamo riusciti a farci raccontare.

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Campiture, rettangoli, suicidio. E Rothko va a ruba

Rothko, record da Christie's
Rothko, record da Christie’s

Eccone un altro. A meno di una settimana dal record incassato da uno dei 4 Urli di Munch in casa Sotheby’s, il concorrente Christie’s vende un Marc Rothko dal titolo “Orange, Red, Yellow”, a 87 milioni di dollari.  Conoscendo qualche commentatore pignolo del settore potrebbe essere che mi senta dire “e vabbé, allora vuol dire che Rothko è una pippa (tradotto: vale niente rispetto al norvegese)”. Facendo due calcoli direi proprio di no. Quei milioni di dollari spesi per un po’ di canapa colorata, restano una cifra enorme che equivalgono a circa 87 attici nel centro di Milano. Per dire.

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Abramovic, il metodo antitempo

Pac, Milano ore 12.15. La città si prepara alla più bizzarra grandinata primaverile della sua storia recente.
Firmi un contratto, poi deliziose ragazze vestite da infermiere ti accompagnano in una sala. Ti invitano a indossare un camice bianco, ti fanno sedere. Sullo schermo appare Marina. Spiega due o tre cose sul Metodo. Ti dice il senso del patto: Tu le dai due ore del tuo tempo lei ti insegna una tecnica per superarlo.
Ti accenna che dovrai attraversare un percorso fatto di tre cicli, che coincido con le tre dimensioni dello stare dell’essere umano. Lo star in piedi, lo star seduti lo star sdraiati.
Lei offre sedie, letti e cabine. Ti avverte: Puoi desistere, nessuno te lo impedisce, ma se non resisti fino alla fine il contratto decade e a te non viene tasca niente.

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C’era una volta in via Margutta…

via Margutta, Roma
via Margutta, Roma

Ogni città ha il suo salotto buono. Ogni città nel suo salotto ha il suo angolo dedicato all’arte. Così a Milano quell’angolo di salotto si chiama Brera, a New York Chelsea, a Roma via Margutta, a Londra Myfair, a Napoli via Chiatamone. In questi quartieri esclusivi, piccoli, un po’ in disparte, si sono concentrati i mercanti d’arte e pittori. Si racconta che a Roma l’arte arrivò in via Margutta, alle spalle di via del Babuino, perché era vicina all’Holtel de Russie (Piazza del Popolo) l’alloggio preferito degli Zar, clienti perfetti di dipinti italici.
Oggi non è più così. Almeno è quello che sostengono da globalartmag.com

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