Ai Weiwei, uno che non chiede scusa a nessuno

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Puntata n.4 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 11 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 14 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 4 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 11th, 2014  7-9pm. In reply Friday, March 14th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 4 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 11. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 14. März 2014 11 Uhr. Ich liebe dich!


(Oggi amici ci faremo una scorpacciata di femmine con i controcoglioni per festeggiare a modo nostro il Frauentag dell’altroieri. L’artista di cui parleremo è masculo, ma la musica tutta femmina l’abbiamo scelta. La prima era Nina Simone, the best, e non sapete cosa vi aspetta nel corso della puntata, ora via con la crisalidina d’aria, tutta ossigeno tutta frizzante)

Nina Simone: Dont let me be missunderstood

Ai Weiwei l’artista cinese più famoso al mondo. La Cina, oggi come oggi è lo stato più potente del mondo. Il prossimo 3 aprile il Martin Groupius Bau aprirà una mostra a lui dedicata. Eppure, ciononostante, stando le cose come stanno, non potrà prendere un aereo per venire a Berlino. Almeno fino ad oggi. Questo perché dopo averlo imprigionato per otto mesi nel 2011 (tecnicamente per evasione fiscale) oggi non ha ancora il Reisepass per uscire dal Paese. Tecnicamente le autorità tedesche si stanno muovendo per portarlo qui. E noi nei saremo stra-felici. Io mi metto sotto l’albergo e un bacio in bocca glielo do.
Allora cominciamo dal principio, vuoi perché conoscete Ai Weiwei? Io per esempio lo conoscevo, prima di decidere di fare questa puntata, per tre cose: lo stadio a forma di nido d’uccello, un groviglio di metallo, realizzato per le olimpiadi di Pechino nel 2008, l’istallazione fighissima del 2003 a Tate Modern a Londra di cento milioni di semini di girasole, di porcellana fatti a mano da 16mila persone in due anni e mezzo, e per il fatto che nel 2011 a un centro punto lo hanno arrestato per 8 mesi con la scusa dell’evasione fiscale.

Non è solo un artista, è fotografo, scultore, disegna vestisti, è un esperto di pietre preziose, un commerciante di porcellane antiche, e un architetto, è un architetto del paesaggio.
C’è un motivo per cui non ci sono molto persone come Ai Weiwei in Cina, e la ragione è perché è rischioso. Oggi lui trascorre maggior parte del suo tempo davanti a twitter. Il suo blog fu chiuso dalle autorità cinesi nel 2008. Da allora tutta la sua vita è controllata: telecamere davanti casa, telecamere davanti il suo studio, telefono, contocorrente. Tutto. Anche i giornalisti della BBC, quello che ha realizzato il documentario Without fear or Favor, non hanno mica potuto incontrarlo. E alla fine le interviste si sono svolte via internet. E lui ama internet. Ritiene che oggi è uno strumento necessario per gli artisti che vogliono esprimersi liberamente.

Patti Smith: Free money

I guai di Ai Weiwei, e la sua fama a livello internazionale cominciano quando dopo un terremoto nel 2008 nella provincia dello Sichuan magnitudo 8 scala Richter uccise una roba come 250mila persone. Quello del 2011 in Giappone un grado in più, la più violenta scossa di terremoto mai registrata da quando abbiamo le tecnologia, ha ucciso 20mila persone, per dire che i giapponesi sono meglio organizzati. In quel terremoto crollarono molte scuole e morirono migliaia di bambini, tra le macerie si intravedevano migliaia di zainetti. Allora Ai Weiwei decise, in memoria di quei ragazzi di fare un murales un po’ particolare, un’istallazione di novemila zainetti di scuola blu rosso giallo verde, che ricoprivano un’intera facciata del museo di arte contemporanea di Monaco, qui in Germania. Sullo sfondo degli zaini blu spiccava la scritta per ideogrammi cinesi che recitava: “ha vissuto felice in questo mondo per sette anni”. Quale modo più tenero e umano per raccontare la morte di migliaia di bambini se non una frase di dolore di una madre che aveva perso sua figlia? E anche se i cinesi sono abituati alle tragedie di massa, quel terremoto scosse anche loro. I genitori erano arrabbiati. I militari recatisi sul luogo del disastro cosa hanno fatto? Hanno bruciato i corpi in fretta e in furia. Insomma centinaia di persone che un attimo prima erano vive, sono scomparse nel nulla. Prima morte, poi bruciate. Neanche mezz’ora per farsi un pianto sui loro corpi devastati. L’intera lista degli scomparsi, come se non bastasse, non era e non era accessibile perché considerata segreto di stato. Ai Weiwei voleva quei nomi. Voleva condannare quello che ha definito lui stesso la vergogna degli edifici fatti col tofu. L’artista riuscì a recuperare i nomi, pubblicò la lista dei bambini sul suo blog e chiese ai suoi followers di recitarli ad alta voce, registrando con un microfono e riuplodando il suono di tutti quei nomi di tutti quei bambini sul blog. E il governo gli chiuse il blog. Ora però voglio farvi ascoltare una canzone di Skirt, Ursula Mauer, mia vicina di casa buddista, di origine rumena, donna con gli occhi più belli che io abbia mai visto. Parla di sua zia, imprigionata dai russi, durante gli anni del socialismo. E di come lei che aveva davanti a casa sua il treno che portava a Berlino, verso l’ovest, anche quando ha potuto è rimasta lì-

Ursula Mauer: The End of the start

La storia degli zainetti di Ai Weiwei ha un seguito. Uno degli attivisti che protestava contro la corruzione del governo cinese che nel settore immobiliare continuava ad appaltare scuole a società che al posto del cemento usano il tofu e al posto degli ingegneri chiamano i giocatori di briscola, viene arrestato. L’artista si reca nella città dove l’attivista era detenuto per testimoniare in sua difesa. Siamo nell’agosto 2009. E una notte 3000 poliziotti fanno irruzione nell’albergo dove stavano gli attivisti, compreso Ai Weiwei, e gliene danno di santa ragione, un po’ stile scuola Diaz a Genova. E quando qualche giorno più tardi il nostro eroe si reca a Monaco per l’inaugurazione dell’istallazione degli zainetti, va dritto in ospedale senza passare per il museo, causa emorragia cerebrale. Ci sono alcune foto che circolano da anni nella rete: tutti selfie di Ai Weiwei, uno che si fa una foto contro la specchio di ascensore, un’altra di lui in ospedale con in mano una sacca di sangue. Bene la prima se l’è fatta nella notte del blitz della polizia in quella specie di scuola Diaz, la seconda appunto quando è stato operato d’urgenza alla testa dopo le botte ricevuto.

Passiamo alla prossima canzone che è meglio. Allegre allegre allegre vi voglio, a cantare tutte con Régine Chassagne, quella grand figa degli Arcade Fire compagna moglie di Win Butler. Questa è sprawl 2.

Ai Weiwei nasce nel 1957. Nella metà degli anni ’60 comincia quella che va sotto il nome di rivoluzione culturale. Mao Tze Dong capo del partito comunista e presidente della Repubblica si adopera per ripristinare l’applicazione ortodossa dei principi marxisti e leninisti, perseguitando i moderati del partito. Ne fanno le spese per decenni intellettuali, politici, esponenti della classe dirigente. Ai Weiwei nasce lo stesso anno che suo padre diventa uno dei target, uno dei perseguitati della campagna di Mao. Piccola parentesi, il direttore del Martin Groupius Bau, in un’intervista di qualche settimana fa, presentando l’arrivo dell’artista cinese ha detto due cose molto interessanti: per capire questo artista dobbiamo tenere a mente le tre persone che lo hanno influenzato di più: suo padre, Andy Wahrol, quindi la pop art, Marcel Duchamp, quindi il Dadaismo o il rovesciamento degli schemi.

Cominciamo dal primo. Suo padre Ai Qing fu uno dei poeti più importanti della rivoluzione e membro del partito comunista, per questo un perseguitato da Mao. La sua devozione al partito fu messa in questione nel 1956 dopo aver scritto un poema breve dal titolo The gardners dreams, che parla di un fiore tra altri fiori discriminato. Finisce male. Il partito blocca la pubblicazione del libro e a lui lo mandano in esilio al confine con deserto del Gobi. Ai Weiwei cresce in una famiglia segnata, controllava sorvegliata. Suo padre non poteva più usare il suo nome per scrivere. Lo misero a pulire i cessi pubblici e fu costretto a bruciare tutti i libri che aveva, i suoi scritti da lui, e quelli della sua biblioteca. E’ chiaro che il figlio viene fuori un ribelle e si adopera tutta la vita per lottare contro ogni privazione di libertà. E non dimentichiamoci che ai tempi di Mao – 30 anni – l’uniche espressioni artistiche consentite erano quelle delle propaganda (cioè guardatevele su google, una schifezza totale).


Ritorniamo alle donne. Questa è Adele. Poi voliamo New York city.

A un certo punto Mao muore, è il 1976, il padre di Ai Wewei torna dall’esilio e viene per come dire, riabilitato a fare il poeta. Ai Weiwei che si era di gran lunga rotto i coglioni, decide di andare in America, a New York. Voleva sperimentare la libertà, assaporandola nel posto più liberale del mondo. La prima cosa che fa sono foto alla città. Alle persone emarginate ai barboni, agli hippie di Tompkins Square park, Alphabet city, east east Village a Manhattan. La sua rabbia contro il sistema e la polizia è talmente tanta che nel 1988 quando una retata della polizia in quel parco documentò tutta la violenza. Conosce Allen Ginsberg visita musei, scopre che ‘arte contemporanea può essere anche una roba concettuale.
E qui ritorniamo a Duchamp e Wahrol. Non produrre troppo, usa quello che hai, ma siccome sei un artista tu puoi dire questa è arte. Assunzione un po’ forte, ma fulcro della poetica di Marcel Duchamp. E’ quello che ha capovolto la latrina e l’ha trasformata in fontana, ha messo al centro di uno sgabello, in alto, la ruota di una bicicletta. La domanda non è cosa è arte, ma quando e dove.
Ai Weiwei comincia a produrre oggetti strani. Sgabelli che hanno le zampe arricciate sulle punte e assomigliano a polipi, la doppia scarpa, destra e sinistra allineate che si fondono una nell’altra quasi all’altezza del tallone, una cruccia di metallo, quelle per appendere gli abiti, a cui lui dà la forma di un volto, un piatto di porcellana che sembra come piegato a metà fatto di carta, con uno spigolo al centro. Come dicono i suoi curatori di allora, Ai Weiwei non era solo un genio, ma anche un precisone: che facesse la doppia scarpa, il piatto piegato o lo sgabello polipo, si assicurava di una definizione minuziosa dei particolari usando materiali di alta qualità, rifiniture di eccellenza.


Andiamo con Cat Power. Love and Communication, Amore e Comunicazione, un gran casino le due cose assieme, neh?

Mentre lui era in America, in Cina la gente, gli studenti, gli oppositori al regime scendevano in piazza Tiennammen a chiedere riforme politiche, più democrazia, più libertà. Loro erano entusiasti, volevano una voce, volevano essere rappresentati. Ai Weiwei al di là dell’oceano se ne rallegrava, senza muovere un dito. Lui in Cina non ci voleva ritornare. Fin quando un bel giorno lo chiama suo padre. Lui era sulla sedia a rotelle, lui sosteneva per come poteva il movimento studentesco. A inizio giugno del 1989 i tank entrano in Tienammen e cominciarono a sparare sui ragazzi. Il padre di Ai Weiwei comincia a stare male. Alla fine Ais torna a visitare suo padre nel 1993 che morirà nel 1996. L’artista racconta che doveva essere solo un viaggio go and return, lui con la Cina non ci voleva avere nulla a che fare. Ma i morti di Tiennamen hanno cominciato ha fargli risvegliare qualcosa, responsabilità chiamiamola così, e il padre gli ricordò che il suo disinteresse per la Cina era una forma di benevolenza nei confronti del Governo, che non se la poteva permettere. Appena tornato in Cina realizzò una serie di libri privi di casa editrice, privi di titolo, privi di ogni etichettatura editoriale, quindi illegali, li fece stampare a Hong Kong, diventarono un’icona di quel periodo. Erano una raccolta fotografica dei lavori, performance, creazioni di artisti davvero underground. C’è il governo e c’è la repressione, questi qui non potendo osare in piazza, si rinchiudevano nella cantine buie di Pechino e davano sfogo a questa urgenza di espressione artistica. Le foto di questi album sono davvero impressionanti, e tra l’altro, a parte qualche rara immagine su internet, non si trovano in giro, (Black, Grey, and White book)
Una ragazza che in piazza Tienammen si solleva la gonna e mostra le mutande (poteva morire sia lei sia il fotografo), uno che si tatua la carta di identità sulla schiena, una donna che mangia il bambino morto.


E dopo ‘sta botta ascoltiamoci Lali Puna, Together in electric dreams.

Ai Weiwei torna in Cina portando con sé quello che ha imparato in America. A Pechino fonda prima un collettivo artistico con altri colleghi e poi apre il suo studio di architettura Fake. E comincia a fare oggetti strani: Il tavolo con due piedi piegato, 2005, il due sgabelli fusi , 1997, o il grappolo di sgabelli del 2008, attaccati tutti dalla gamba in comune, Forever, 2003, un cilindro di biciclette.
Per capire il tavolo con due gambe l’ha fatto così: ha preso un tavolo di legno quadrato lo ha tagliato perfettamente nel mezzo, una metà rimaneva a terra su due piedi, l’altra metà si appoggiava alla parete con gli altri due piedi e poi lo saldava in centro. Il tavolo diventa così una panchina.
Nel 1995 ruppe un vaso cinese preziosissimo della dinastia Han. Era tutto un rievocare questa rivoluzione culturale che ha distrutto tutto e poi ha rincollato i pezzi cambiandone i connotati. E dopo la Cina si apre all’industrializzazione, all’economia, alla finanza, fino ai giorni nostri diventando la super potenza che è.
Comunque questa storia dei vasi ha un seguito. Lui nel 1995 si fa questa foto in cui rompe questo vaso risalente al 200 (no il 1200, il duecento proprio). Nel 2006 riprende il tema i vasi, tutti preziosissimi, tutti antichissimi, tutti costosissimi e per giunta tutti intatti e uno a uno li immerge nei colori o ci scrive Cocacola sopra (qua cita Andy Wahrol paro paro). Fate conto, li prende dalla bocca e ne immerge dal sedere per metà, poi li capovolge e lascia i colori colare in modo da creare delle line di colore, no. Una colorazione artificiale, fuori luogo, irrispettosa, come quello che la modernizzazione forzata ha fatto, sta facendo, alla Cina. E’ come se noi a un certo punto mandassimo degli skater a decorare con le bombolette spray tutta Pompei (i vasi Ai Weiwei se li era comprati non è che li aveva rubati a qualcuno). Una provocazione forte. Uno scandalo. Ciascuno di questi vasi, una 50ina circa, finiscono poi a collezionisti, gallerie, nei musei di tutto il mondo.

Meno di un mese fa un artista, dicono fallito, entra in un museo in Florida, dove sono conservati una decina di questi vasi ne prende uno e lo spacca per terra. Un milione di dollari in frantumi, titolano i giornali. Io personalmente, alla luce di quello che ha fatto l’artista cinese nel 1995, non credo proprio che Ais se la sia presa. Alla fine il nostro artista americano che tutti hanno giudicato sommariamente fallito, ha solo fatto una citazione. Ora però rischia cinque anni di carcere.


Ascoltiamoci la canzone che dà il nome al mio nome. Io mi chiamo Vita La Roux, per via di questa bimba qui: La Roux: In for the Kill

Nel 2009 Ai Weiwei con l’aiuto di uno studio di architetti svizzero disegna e realizza lo stadio che poi ospiterà i giochi olimpici, quello di metallo a forma di nido. Siamo ormai arrivati a un punto che Ai Weiwei è così famoso (aveva già fatto l’istallazione degli zainetti, era già stato picchiato dalla polizia cinese, aveva già rischiato l’ictus) che per come dire la commessa gli spettava quasi di diritto. Siamo a un punto della storia che la Cina, dove da un lato c’è la pena di morte per schiamazzi notturni, dall’altro vuole rispettare una specie di buon viso di fronte alla comunità internazionale.
Prima delle Olimpiadi, la Tate Modern di Londra gli aveva chiesto di fare un’istallazione. Carta bianca. Allora lui si reca per un periodo nel centro cinese della porcellana a sud di Pechino e decide di ingaggiare 16mila persone per due anni per farli fare milioni di piccoli semini di girasole. Sceglie la porcellana migliore sul mercato e la più costosa, e li fa rifinire a mano uno per uno. Ma voi lo sapete come si fa la porcellana? Si prende la pietra, pietra bianca grigia, la si frantuma con dei martelli di metallo, fino a che diventa polvere. Più è fine la polvere più di qualità è la porcellana. Questo composto poi lo si si mescola con l’acqua, la si mette in forme di pietra, nel caso dei girasoli con le forme di semini, la si mettere a cuocere nei forni a 1.400 gradi. Perché i semi di girasole? Perché il girasole era il cibo di milioni e milioni di cinesi poveri e affamati negli anni della rivoluzione culturale. Perché il seme di girasole era il simbolo di Mao Zedong, e del suo potere. Perché la Cina, dove la porcellana è stata inventata, è diventata il Paese per eccellenza della produzione seriale, e ahimè della produzione seriale di scarsa qualità, che siano magliette, bicchieri, comodini o tazze. E lui alla produzione seriale, ci appiccica la qualità delle edizioni limitate e realizza questo simbolo per la vita dei cinesi.
E a toccarli o camminarci sopra, raccontano da Londra quando poi i semini si sono fatti mezzo pianeta in aereo, era come farsi scorrere dei granelli di diamanti tra le mani, si viveva un’esperienza fisica, tattile senza precedenti. E dopo Londra, dopo Pechino, tutti credevano che Ais fosse intoccabile. Invece no. Un giorno, il 2 aprile del 2011 lo prelevano di forza dalla sua casa di Pechino e lo incarcerano. Di lui non se ne sa più nulla. Autorizzano sua moglie a incontrarlo una sola volta. Ci dice a noi Ovest che sta bene. Poi a fine giugno lo rilasciano su cauzione. Arrestato per evasione fiscale. Cauzione pagata dai suoi sostenitori. Ora è in regime di semilibertà. Ma deve pagare ancora una multa di non si sa quanto milioni di Yuan. Però forse ce lo mandano a Berlino.

Questa è Joan Beaz. L’ultima regina della lista. Here is to you, Nicola and Bart.

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