Maurizio, sposami!

cattelan
Puntata n.9 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 15 aprile 2014 ore 19. In replica venerdì 18 aprile 2014 ore 11. Ve l’ho già detto che vi amo, sì?

Episode 9 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, April 15th, 2014 7pm. In reply Friday, April 18th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 9 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 15. April 2014 um 19 Uhr. Wiederholung am Freitag 18. April 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

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Consequence, Notwist

È stato definito da Jonathan P. Binstock, curatore d’arte contemporanea come “uno dei più grandi artisti post-duchampiani e neosurrealisti viventi”. Per altri è solo un gran furbacchione che si serve dei media e abusa del mondo dell’arte per provocare e per averne il proprio tornaconto. Duchamp, vi ricordo molto brevemente è l’inventore del Dadaismo, il sovvertore delle regole per eccellenza, colui che ha preso un latrina, l’ha capovolta e ci ha scritto sopra Fontana. RESPECT. Se si parla di arte contemporanea davvero contemporanea, è lui la linea di demarcazione tra il contemporaneo meno contemporaneo e il più contemporaneo.
Oggi parliamo dell’artista italiano più pagato, più stimato, e udite udite vivo. Maurizio Cattelan. Nato a Padova il 21 settembre del 1960, vive tra Milano e New York. E’ stato lui a scolpire e a piazzare una statua alta undici metri in Piazza Affari, davanti alla sede storica della Borsa di Milano, con un dito medio sollevato. Quando si dice un vaffanculo grande come una casa. In Italia non vantiamo una finanza Wall street, come nel film meraviglioso di Scorsese e di Caprio – dovevano dargli l’oscar, comunque – ma abbiamo avuto i nostri faccendieri Lucio Gelli, Cesare Geronzi, Matteo Arpe, Enrico Cuccia, altri morti impiccati appesi ai ponti di londra. Cattelan ha vissuto in Italia negli anni di tangentopoli, molto di quanto lui ha da dire oggi come ieri, è un attacco alle porcherie dell’Italia che sono sempre state tante. E nossignore non c’è neppure la consolazione nella chiesa. Neanche Papa Giovanni Paolo poteva salvarci dalla merda, anzi:il povero Wojtyla, viene sbattuto a terra da un meteorite. Fa fare la statua del Papa di cera e lattice, la veste con tanto di bastone papale tessuti e scarpe d’oro. All’inzio secondo le sue intenzioni il Papa doveva stare in piedi. Poi decide di sbatterlo di faccia a terra. Un meteorite lo colpisce, lo scettro il bastone finisce al pavimento, lui ha le gambe ormai spezzate e tutto intorno sono tanti cocci di vetro rotti.

Gotye, Sombody that I use to know

Maurizio Cattelan è l’artista italiano vivente più famoso al mondo. Come mai mi posso permettere di dirlo? Perché il Guggenheim a New York tra il 2011 e il 2012 gli ha dedicato una personale di 124 opere – e come Ai Weiwei a Berlino – e perché il nostro veneto decide il bello e cattivo tempo ormai da circa 20 anni alla Biennale di Venezia, e in alcuni musei newyorkesi, tipo il New Museum. L’opera della Nona ora, il Papa colpito da un Meteorite, è stato battuto all’asta da Christies per 886mila dollari nel 2001, all’epoca due miliardi di lire.
Sono tanti ragazzi! A quelle cifre viene battuto Andy Warhol, Jean Michel Basquiat, Rothko, ma quelli però sono morti. Cattelan invece è vivo e vegeto e sta bene. Non viene da una famiglia ricca, e pur avendo fatto l’accademia dell’arte a Bologna, raccontano che era un indisciplinato che non amava studiare e copiava le idee dai compagni. Nel 1993 scappa a New York, aveva 33 anni, dove vive a scrocco nelle case degli amici con due dollari al giorno, costruisce coste strane – lui ha sempre costruito oggetti più che dipinto – e va in cerca galleristi o riviste di arte contemporanea che si accorgano di lui. 
“Nella lotta per l’indipendenza sono uscito di casa molto presto”, racconta, “a diciotto anni. La mia lotta per l’indipendenza significava conquistare autonomia, liberarsi dalle discussioni in famiglia su ogni decisione. Ricordo precisamente il giorno del mio diciottesimo compleanno: avevo due borse di plastica in mano. Mia madre mi chiese: «Dove stai andando?». E io: «Fuori di casa». «Ma fuori di casa dove?». «Non ti interessa. Vado via. Ciao». «Ma dai, non fare lo stupido, non va via nessuno con le borse di plastica». Ma io avevo solo le mutande e i calzini da portarmi via e non sono più tornato”. Noi di IneedRadio amiamo chi lotta per la libertà, o mi sbaglio presidentessa?

Razzmatazz, Pulp

“Ho continuato a studiare. Ma non potevo farlo di giorno, perché dovevo lavorare per mantenermi. Per tre anni ho lavorato otto ore al giorno e andavo a scuola di sera. Il mio primo lavoro è stato da apprendista contabile, poi ho pulito le scale. poi ho lavorato in un obitorio. Ma il mio obiettivo era arrivare a zero ore alla settimana, cioè non lavorare e avere comunque un reddito”. E’ rimasto a Padova fino a quando nel 1984 non ha deciso di smettere di lavorare per davvero e, causa Donne dice lui, trasferirsi in una città ancora più piccola: Forlì. “Lì è stato interessante, perché mi sono trovato con tutta la giornata libera. Non lavoravo. Era sopravvivere. In che modo?
Ti industri. Fai un po’ di tutto. Quando la tua vita costa quasi zero, non hai grosse necessità. Vivevo di cose che avevo messo da parte e che avevo fatto fruttare. Avevo sempre lavorato con l’idea che se a un certo punto avessi smesso, dovevo anche essere capace di mantenermi. Allora avevo a disposizione tutto il tempo che volevo e questo è un privilegio che non puoi comprare”. Però una cosa gli era chiara sin da allora: qualsiasi cosa avesse deciso di fare doveva essere venduta. Anche quando ha deciso a lavorare con le gallerie: “Avevo deciso che se entro tre anni non avessi prodotto benessere avrei cambiato piano. Il mio incubo era quello di finire a fare una brutta copia della mia famiglia”. E allora il nostro ragazzo cosa fa? Di tutto per farsi notare. E usa i mezzi di comunicazione. Ve ne racconto due prima del prossimo brano.
Nel 1989 Cattelan compra una pubblicità elettorale sul quotidiano La Repubblica, che recita “Il voto è prezioso, TIENITELO”, firmato dalla sedicente “Cooperativa scienziati romagnoli”. Con questa “performance” di stampo dadaista, Cattelan crea un cortocircuito di non-senso, citando un vecchio motto anarchico firmato da un’assurda cooperativa, ed inserendola in una vero spazio da campagna elettorale, tra uno scudo crociato che recitava “Vota D.C.” ed una foto ammiccante di Bettino Craxi. Se andiamo indietro nel tempo, 1986 aveva lanciato una provocazione, con «Untitled», del 1986, una tela squarciata in tre pezzi alla maniera di Lucio Fontana, creando però la «Z» di Zorro, che sarà il suo «marchio» negli anni successivi.

Vision of Johanna, Bob Dylan. Un bacino al mio amichetto milanese che sta per partire per Tokyo

Senza titolo, 1993, acrilico su tela 80 x 100 cm. La tela è squarciata in 3 pezzi, creando la z di Zorro nello stile di Lucio Fontana. In questo modo Cattelan stabilisce il suo personaggio di vendicatore mascherato che ha giurato di gettare luce sulla commedia umana, attraverso il filtro del sistema dell’arte. In questo, apparentemente semplicissimo, lavoro, a prima vista minimale ed immediatamente accessibile, si trovano tutte le figure retoriche che costituiscono il suo lavoro: l’appropriazione caricaturale di lavori del passato, la favola moralizzante e, soprattutto, questa insolente maniera di irrompere nel sistema dei valori, che è la caratteristica prima del suo fare. Lui cosa fa: parte da una struttura formale familiare, ma gradualmente ed insidiosamente ne capovolge il significato. A lui in fin dei conti la tela tagliata di Lucio Fontana non piace, o meglio, la vuole mettere in ridicolo. E vuole proprio dirci: ma voi davvero credete poveri fessi che questa è arte contemporanea?
Cattelan si impone all’attenzione nel mondo dell’arte con l’opera Strategie del 1990. L’artista si impossessa di 500 numeri di Flash Art, la più nota ed influente rivista d’arte contemporanea italiana del tempo, e ne sostituisce la copertina con una di sua concezione che ricalca il progetto grafico originario, ma che espone a tutta pagina una sua opera. In tal modo si assegna da solo il “frontespizio” di Flash Art, e vende gli spazi pubblicitari sui tre rimanenti risvolti. L’opera raffigurata rappresenta un instabile castello di carte composto dalle precedenti copertine della rivista. È questa la “strategia” che attua Cattelan per scardinare l’attenzione dell’impenetrabile establishment dell’arte contemporanea italiano, e attirare su di sé le volute attenzioni degli addetti ai lavori. Dopo di che cosa fa consegna di persona nelle maggiori gallerie non solo di Milano ma anche di New York la rivista. In 500 che contano, si accorgono di lui.
Inizia a lavorare a Milano, realizzando oggetti non-funzionanti, in sintonia con le tendenze del concettuale. Il debutto espositivo è nel 1991, nel corso di Arte Fiera a Bologna realizza una performance intitolata Stand abusivo. Sui due lati di un tavolo da calcetto, di dimensioni assolutamente abnormi, si fronteggiano due vere squadre di calcio, la prima composta da 11 uomini bianchi riserve del Cesena calcio, la seconda da 11 uomini di colore, senegalesi, che indossano una maglietta con il logo RAUSS, lo slogan con cui i nazisti appellavano gli ebrei. Cattelan scatta foto, belle, che documentano questa partita e consegna il biliardino intitolato «Stadium 1991» alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna.
“Ho pensato quale fosse la cosa più popolare in Italia e ho utilizzato il calcio per veicolare, attraverso un principio semplicissimo, il fenomeno emergente degli extracomunitari. Li ho fatti giocare delle partite dove io ero allenatore e presidente della squadra”.

Caroibou, Sun

Nel 1992 se ne inventa un’altra: dice di essere a capo di una presunta fondazione Oblomov riesce a raccogliere da segreti finanziatori 10 mila dollari e si inventa un premio da assegnare a un artista che avesse acconsentito ad astenersi per un anno dall’esibire il suo lavoro. Quando gli artisti selezionati rifiutano di accettare il premio, Cattelan prende i soldi e corre a New York.
Per la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia propone l’opera, siamo nel 1993, propone “Lavorare è un brutto mestiere”. L’artista, invece che esporre una sua opera originale, dà in affitto il proprio spazio espositivo a una agenzia di pubblicità, che lo utilizza per scopi commerciali durante l’evento. Ve la immaginate la faccia del curatore della mostra? Ditemi se non è un provocatore lui!
Nel 1997, viene invitato di nuovo a Venezia. Il tema della 47esimo festival è “la mescolanza delle generazioni nell’arte italiana postbellica”. Cattelan porta un’opera che omaggia (o ridicolizza) uno dei più importanti movimenti artistici italiani del dopoguerra, l’Arte povera, movimento in cui gli artisti realizzavano le loro opere con materiali non convenzionali o per l’appunto “poveri”. Nel visitare il padiglione italiano tempo prima della manifestazione, si narra che Cattelan lo avesse trovato in totale abbandono e degrado, pieno di piccioni, siamo a Venezia, d’altronde. La sua opera, Turisti (1997), consisteva nellasciare tutto come lo aveva trovato, aggiungendo semplicemente 200 piccioni imbalsamati posizionati sulle travi del padiglione ed escrementi degli stessi sul pavimento.
Nel 2011 Cattelan ritorna a Venezia, edizione numero 54ª edizione e ripropone la medesima installazione (Tourists, poi rinominata in Others) solo che i piccioni imbalsamati anziché 200 questa volta sono duemila e vengono disposti sui solai e sugli impianti dell’aria condizionata delle sale del Padiglione Centrale. Il giorno seguente all’inaugurazione della biennale, in segno di protesta, alcuni animalisti esposero all’interno dei Giardini striscioni di protesta, annunciando un esposto in procura.
Negli anni si sono alzate spesso polemiche per il suo utilizzo di animali imbalsamati, come il cavallo appeso al soffitto di una galleria (la ballata di Trotsky del 1997) o deposto sul pavimento con un cartello con la scritta “I.N.R.I” (I.N.R.I. 2009: vi ricordo che l’acronimo sta per Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum ovvero Gesù Nazareno re dei Giudei), conficcato nell’addome. O lo scoiattolo suicida dell’opera Bidibibodibiboo del 1996.
’La ballata di Trotsky’, messa in vendita da Sotheby’s nel 2004 a New York raggiunse i due milioni di dollari. L’opera raffigura un cavallo vero, impagliato, sospeso con cinghie al soffitto ed è del 1996: Cattelan l’ha definita ”una potente immagine dell’impotenza” riferendosi agli ideali rivoluzionari di Trotsky. La stima di partenza era 800.000 dollari. Il cavallo ha raddoppiato il valore dal 2001, quando era passato di mano l’ultima volta da Christie’s a Londra. Brandt, che nelle sue raccolte ha opere di Andy Warhol, Basquiat e Jeff Koons, l’aveva pagato 900 mila dollari e in tre anni si è visto più che raddoppiare l’investimento di partenza.

Hauschka, Elizabeth Bay

L’anno che consacra Cattelan come artista mondiale è il 1999. “Non so cosa significhi “farcela”. Diciamo però che il Papa (La nona ora, 1999) è stato il momento di passaggio, quando mi sono sentito finalmente parte del sistema”. Cattelan viene da una famiglia molto religiosa, da ragazzo faceva il chierichetto, ha trascorso molto tempo all’oratorio e in chiesa, era il suo modo di essere libero, fuori di casa. A chi gli chiede se è credente risponde che se non fosse in qualche maniera credente, certi suoi lavori non esisterebbero. Oltre a parlare con una certa iconografia religiosa, in effetti, io ricorderei che l’arte visuale, come la musica e anche certe religioni, sono dei mezzi per raggiungere uno stesso scopo cioè l’estasi metafisica. Cattelan aggiunge poi che per sua fortuna “non ho ancora affrontato la malattia e la sofferenza, quindi non ho le idee chiare in merito… Ma c’è una parte di me, quella buona che sente qualcosa”.
Dicevo 1999 anno di svolta. Anche perché presentò come opera vivente (A perfect day) il noto gallerista milanese Massimo De Carlo, appendendolo ad una parete della galleria con del nastro adesivo grigio. Al termine del lungo vernissage, lo stremato gallerista fu ricoverato al pronto soccorso privo di sensi. Lo stesso anno si mette una maschera in stile Walt Disney, con la faccia di Picasso, e si piazza all’ingresso del Moma a dare il benvenuto ai turisti.
Non contento a fine anno organizza con l’amico Jens Hoffmann una presa per il culo atomica al sistema dell’arte contemporanea. Si inventa la sesta edizione della Biennale dei Caraibi (non ci è mai tenuta una biennale) “Blown Away” che recita così: “La Biennale dei caraibi intende violare quest’ultimo tabù: l’ansia della prestazione, della produzione. Invece di inquinare il nostro mondo visivo con altre opere d’arte. la Biennale offrirà la possibilità di avviare uno spazio per una comprensione reciproca, perché, come diceva John Cage, dobbiamo fare silenzio, se vogliamo sentire meglio.#Pertanto la Biennale funzionerà come una sorta di Buco Nero, o Triangolo delle Bermuda: viaggiando nelle British West Indies, gli artisti accetteranno di non progredire nella corsa verso il podio del mondo dell’arte, dimostrando che tutte le parole chiave della nuova critica e della pratica artistica rischiano di non portarci da nessuna parte, perché, mentre gli artisti e i curatori viaggiano da una parte all’altra del mondo, ci si ritrova spesso a chiedersi se si stanno davvero muovendo”. Risultato? La Biennale è una vacanza per artisti del calibro di Olafur Eliasson (Islanda-Germania), Douglas Gordon (GB-USA), Mariko Mori (Giappone-USA), Chris Ofili (GB), Gabriel Orozco (Messico-USA), Elizabeth Peyton (USA), Tobias Rehberger (Germania), Pipilotti Rist (Svizzzera), Wolfgang Tilmans (Germania-GB) e Rirkrit Tiravanija (Tailandia-USA). E’ un genio!

Turin Brakes, The sea Change

Ormai Cattelan è mondiale. Allora arrivano le sculture choc. Nel 2001 realizza Him, che ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono), con corporatura da bambino, occhi commossi e pieni di lacrime.
Nel 2004 Cattelan appende tre bambini-manichini impiccati a un albero di Porta Ticinese a Milano. Dopo poche ore un passante sdegnato i rimosse ferendosi pure. 
Nel 2009 in coincidenza della sua mostra personale a Palazzo Reale a Milano viene notata una somiglianza impressionante fra alcuni pupazzi che espone e Massimo Tartaglia (attentatore di Silvio Berlusconi in Piazza Duomo nel dicembre 2009).
Nel 2010 produce L.O.V.E. – acronimo di libertà, odio, vendetta, eternità – scultura monumentale posta in Piazza degli Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte sede della Borsa di Milano, edificio costruito nel 1932 con i tipici stilemi del ventennio fascista. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto fascista ma con tutte le dita mozzate – tipo erose – eccetto il dito medio. Oscenità, diocenescampi. La mano sarebbe al contempo un gesto di irriverenza al simbolo del fascismo, sia al mondo della finanza. In seguito alle proteste di una parte della rappresentanza politica e culturale milanese, il critico Philippe Daverio propose di trasferire l’opera a Bologna, città “più spiritosa” e “più adatta” ad accogliere il “gesto ironico” dell’artista padovano.

The Piano, Michael Nyman

L’autorevole rivista britannica Art Review ha inserito l’artista italiano Maurizio Cattelan al quarto posto nella lista delle persone più influenti del mondo dell’arte contemporanea. Una ”consacrazione” che premia la fine di un’ottima annata per le quotazioni dell’artista padovano, le cui opere hanno raggiunto prezzi record nelle case d’aste più prestigiose del mondo. Artista, giornalista, gallerista, curatore. Maurizio Cattelan ha rivestito tutti i ruoli possibili nel mondo dell’arte contemporanea, eccetto quelli di direttore di museo e di ladro di opere. È quanto afferma l’autorevole Art Review, che lo ha consacrato l’artista e l’italiano più influente del mondo dell’arte contemporanea. Cattelan quest’anno figura infatti al quarto posto della consueta Top 100 compilata dalla rivista britannica, preceduto dal gallerista e mercante d’arte americano Larry Gagosian (primo), dal direttore del Museo di Arte Moderna di New York, Glenn Lowry (secondo) e dal direttore della Tate di Londra, Nicholas Serota (terzo). Un bel salto rispetto alla classifica del 2003 che lo vedeva alla ventiquattresima posizione.
Nel 2006 Cattelan aprì a New York una vetrina minimale sulla 20esima strada, chiamata Wrong Gallery (un metroquadro), dove di volta in volta veniva esposto un artista di suo personale gradimento. La Wrong gallery fu sostituita nel gennaio 2012 da Family Business. In metriquadri diventano tre e oggi come allora i newyorkesi di Chelsea aspettano con l’acquolina in bocca l’opening di Cattelan del venerdì sera. E’ chiaro, ora è parte dello star system anche lui. Devo però dire due cose: la prima, la sua Wrong-Family Business Gallery è una no-profit gallery, che vuol dire che non vende (la giurisprudenza almeno a NYC è molto chiara in merito e lascia poco spazio a imbrogli), la seconda, Cattelan ha tutta l’aria di non averci nessuna cazzo di voglia di presenziare ad eventi mondani. Poco tempo fa la facoltà di Sociologia dell’università di Trento gli ha assegnato, per esempio, la laurea ad honoris e lui si è presentato con un asino imbalsamato e lo ha regalato all’ateneo. Irriverente resta. Peccato che mi sembra che si sia preso una pausa negli ultimi 4 anni, o sbaglio?

Noah, di nuovo i Notwist e vi saluto.

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Ai Weiwei. Martin Goupius Bau. Berlino

aiweiwei
Per fare le cose in piccolo ha recuperato 6mila vecchi sgabelli usati dagli uomini e donne delle dinastie Ming e Quing (anche l’aristocrazia cinese sedeva su sgabelli, talvolta). E anche 3.500 preziose porcellane. Vecchie pure loro. Piazzate nelle 18 stanze da 3mila metriquadri della Martin Gropius Bau.
A partire da domani (ufficiosamente da oggi). Ai Weiwei a Berlino.
Qui qualcosa su di lui ❤ http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/wp-content/uploads/2014/01/crisalide4.mp3
Da ascoltare mentre preparate la cena, guidate, sognate.

Ai Weiwei, uno che non chiede scusa a nessuno

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Puntata n.4 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 11 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 14 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 4 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 11th, 2014  7-9pm. In reply Friday, March 14th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 4 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 11. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 14. März 2014 11 Uhr. Ich liebe dich!


(Oggi amici ci faremo una scorpacciata di femmine con i controcoglioni per festeggiare a modo nostro il Frauentag dell’altroieri. L’artista di cui parleremo è masculo, ma la musica tutta femmina l’abbiamo scelta. La prima era Nina Simone, the best, e non sapete cosa vi aspetta nel corso della puntata, ora via con la crisalidina d’aria, tutta ossigeno tutta frizzante)

Nina Simone: Dont let me be missunderstood

Ai Weiwei l’artista cinese più famoso al mondo. La Cina, oggi come oggi è lo stato più potente del mondo. Il prossimo 3 aprile il Martin Groupius Bau aprirà una mostra a lui dedicata. Eppure, ciononostante, stando le cose come stanno, non potrà prendere un aereo per venire a Berlino. Almeno fino ad oggi. Questo perché dopo averlo imprigionato per otto mesi nel 2011 (tecnicamente per evasione fiscale) oggi non ha ancora il Reisepass per uscire dal Paese. Tecnicamente le autorità tedesche si stanno muovendo per portarlo qui. E noi nei saremo stra-felici. Io mi metto sotto l’albergo e un bacio in bocca glielo do.
Allora cominciamo dal principio, vuoi perché conoscete Ai Weiwei? Io per esempio lo conoscevo, prima di decidere di fare questa puntata, per tre cose: lo stadio a forma di nido d’uccello, un groviglio di metallo, realizzato per le olimpiadi di Pechino nel 2008, l’istallazione fighissima del 2003 a Tate Modern a Londra di cento milioni di semini di girasole, di porcellana fatti a mano da 16mila persone in due anni e mezzo, e per il fatto che nel 2011 a un centro punto lo hanno arrestato per 8 mesi con la scusa dell’evasione fiscale.

Non è solo un artista, è fotografo, scultore, disegna vestisti, è un esperto di pietre preziose, un commerciante di porcellane antiche, e un architetto, è un architetto del paesaggio.
C’è un motivo per cui non ci sono molto persone come Ai Weiwei in Cina, e la ragione è perché è rischioso. Oggi lui trascorre maggior parte del suo tempo davanti a twitter. Il suo blog fu chiuso dalle autorità cinesi nel 2008. Da allora tutta la sua vita è controllata: telecamere davanti casa, telecamere davanti il suo studio, telefono, contocorrente. Tutto. Anche i giornalisti della BBC, quello che ha realizzato il documentario Without fear or Favor, non hanno mica potuto incontrarlo. E alla fine le interviste si sono svolte via internet. E lui ama internet. Ritiene che oggi è uno strumento necessario per gli artisti che vogliono esprimersi liberamente.

Patti Smith: Free money

I guai di Ai Weiwei, e la sua fama a livello internazionale cominciano quando dopo un terremoto nel 2008 nella provincia dello Sichuan magnitudo 8 scala Richter uccise una roba come 250mila persone. Quello del 2011 in Giappone un grado in più, la più violenta scossa di terremoto mai registrata da quando abbiamo le tecnologia, ha ucciso 20mila persone, per dire che i giapponesi sono meglio organizzati. In quel terremoto crollarono molte scuole e morirono migliaia di bambini, tra le macerie si intravedevano migliaia di zainetti. Allora Ai Weiwei decise, in memoria di quei ragazzi di fare un murales un po’ particolare, un’istallazione di novemila zainetti di scuola blu rosso giallo verde, che ricoprivano un’intera facciata del museo di arte contemporanea di Monaco, qui in Germania. Sullo sfondo degli zaini blu spiccava la scritta per ideogrammi cinesi che recitava: “ha vissuto felice in questo mondo per sette anni”. Quale modo più tenero e umano per raccontare la morte di migliaia di bambini se non una frase di dolore di una madre che aveva perso sua figlia? E anche se i cinesi sono abituati alle tragedie di massa, quel terremoto scosse anche loro. I genitori erano arrabbiati. I militari recatisi sul luogo del disastro cosa hanno fatto? Hanno bruciato i corpi in fretta e in furia. Insomma centinaia di persone che un attimo prima erano vive, sono scomparse nel nulla. Prima morte, poi bruciate. Neanche mezz’ora per farsi un pianto sui loro corpi devastati. L’intera lista degli scomparsi, come se non bastasse, non era e non era accessibile perché considerata segreto di stato. Ai Weiwei voleva quei nomi. Voleva condannare quello che ha definito lui stesso la vergogna degli edifici fatti col tofu. L’artista riuscì a recuperare i nomi, pubblicò la lista dei bambini sul suo blog e chiese ai suoi followers di recitarli ad alta voce, registrando con un microfono e riuplodando il suono di tutti quei nomi di tutti quei bambini sul blog. E il governo gli chiuse il blog. Ora però voglio farvi ascoltare una canzone di Skirt, Ursula Mauer, mia vicina di casa buddista, di origine rumena, donna con gli occhi più belli che io abbia mai visto. Parla di sua zia, imprigionata dai russi, durante gli anni del socialismo. E di come lei che aveva davanti a casa sua il treno che portava a Berlino, verso l’ovest, anche quando ha potuto è rimasta lì-

Ursula Mauer: The End of the start

La storia degli zainetti di Ai Weiwei ha un seguito. Uno degli attivisti che protestava contro la corruzione del governo cinese che nel settore immobiliare continuava ad appaltare scuole a società che al posto del cemento usano il tofu e al posto degli ingegneri chiamano i giocatori di briscola, viene arrestato. L’artista si reca nella città dove l’attivista era detenuto per testimoniare in sua difesa. Siamo nell’agosto 2009. E una notte 3000 poliziotti fanno irruzione nell’albergo dove stavano gli attivisti, compreso Ai Weiwei, e gliene danno di santa ragione, un po’ stile scuola Diaz a Genova. E quando qualche giorno più tardi il nostro eroe si reca a Monaco per l’inaugurazione dell’istallazione degli zainetti, va dritto in ospedale senza passare per il museo, causa emorragia cerebrale. Ci sono alcune foto che circolano da anni nella rete: tutti selfie di Ai Weiwei, uno che si fa una foto contro la specchio di ascensore, un’altra di lui in ospedale con in mano una sacca di sangue. Bene la prima se l’è fatta nella notte del blitz della polizia in quella specie di scuola Diaz, la seconda appunto quando è stato operato d’urgenza alla testa dopo le botte ricevuto.

Passiamo alla prossima canzone che è meglio. Allegre allegre allegre vi voglio, a cantare tutte con Régine Chassagne, quella grand figa degli Arcade Fire compagna moglie di Win Butler. Questa è sprawl 2.

Ai Weiwei nasce nel 1957. Nella metà degli anni ’60 comincia quella che va sotto il nome di rivoluzione culturale. Mao Tze Dong capo del partito comunista e presidente della Repubblica si adopera per ripristinare l’applicazione ortodossa dei principi marxisti e leninisti, perseguitando i moderati del partito. Ne fanno le spese per decenni intellettuali, politici, esponenti della classe dirigente. Ai Weiwei nasce lo stesso anno che suo padre diventa uno dei target, uno dei perseguitati della campagna di Mao. Piccola parentesi, il direttore del Martin Groupius Bau, in un’intervista di qualche settimana fa, presentando l’arrivo dell’artista cinese ha detto due cose molto interessanti: per capire questo artista dobbiamo tenere a mente le tre persone che lo hanno influenzato di più: suo padre, Andy Wahrol, quindi la pop art, Marcel Duchamp, quindi il Dadaismo o il rovesciamento degli schemi.

Cominciamo dal primo. Suo padre Ai Qing fu uno dei poeti più importanti della rivoluzione e membro del partito comunista, per questo un perseguitato da Mao. La sua devozione al partito fu messa in questione nel 1956 dopo aver scritto un poema breve dal titolo The gardners dreams, che parla di un fiore tra altri fiori discriminato. Finisce male. Il partito blocca la pubblicazione del libro e a lui lo mandano in esilio al confine con deserto del Gobi. Ai Weiwei cresce in una famiglia segnata, controllava sorvegliata. Suo padre non poteva più usare il suo nome per scrivere. Lo misero a pulire i cessi pubblici e fu costretto a bruciare tutti i libri che aveva, i suoi scritti da lui, e quelli della sua biblioteca. E’ chiaro che il figlio viene fuori un ribelle e si adopera tutta la vita per lottare contro ogni privazione di libertà. E non dimentichiamoci che ai tempi di Mao – 30 anni – l’uniche espressioni artistiche consentite erano quelle delle propaganda (cioè guardatevele su google, una schifezza totale).


Ritorniamo alle donne. Questa è Adele. Poi voliamo New York city.

A un certo punto Mao muore, è il 1976, il padre di Ai Wewei torna dall’esilio e viene per come dire, riabilitato a fare il poeta. Ai Weiwei che si era di gran lunga rotto i coglioni, decide di andare in America, a New York. Voleva sperimentare la libertà, assaporandola nel posto più liberale del mondo. La prima cosa che fa sono foto alla città. Alle persone emarginate ai barboni, agli hippie di Tompkins Square park, Alphabet city, east east Village a Manhattan. La sua rabbia contro il sistema e la polizia è talmente tanta che nel 1988 quando una retata della polizia in quel parco documentò tutta la violenza. Conosce Allen Ginsberg visita musei, scopre che ‘arte contemporanea può essere anche una roba concettuale.
E qui ritorniamo a Duchamp e Wahrol. Non produrre troppo, usa quello che hai, ma siccome sei un artista tu puoi dire questa è arte. Assunzione un po’ forte, ma fulcro della poetica di Marcel Duchamp. E’ quello che ha capovolto la latrina e l’ha trasformata in fontana, ha messo al centro di uno sgabello, in alto, la ruota di una bicicletta. La domanda non è cosa è arte, ma quando e dove.
Ai Weiwei comincia a produrre oggetti strani. Sgabelli che hanno le zampe arricciate sulle punte e assomigliano a polipi, la doppia scarpa, destra e sinistra allineate che si fondono una nell’altra quasi all’altezza del tallone, una cruccia di metallo, quelle per appendere gli abiti, a cui lui dà la forma di un volto, un piatto di porcellana che sembra come piegato a metà fatto di carta, con uno spigolo al centro. Come dicono i suoi curatori di allora, Ai Weiwei non era solo un genio, ma anche un precisone: che facesse la doppia scarpa, il piatto piegato o lo sgabello polipo, si assicurava di una definizione minuziosa dei particolari usando materiali di alta qualità, rifiniture di eccellenza.


Andiamo con Cat Power. Love and Communication, Amore e Comunicazione, un gran casino le due cose assieme, neh?

Mentre lui era in America, in Cina la gente, gli studenti, gli oppositori al regime scendevano in piazza Tiennammen a chiedere riforme politiche, più democrazia, più libertà. Loro erano entusiasti, volevano una voce, volevano essere rappresentati. Ai Weiwei al di là dell’oceano se ne rallegrava, senza muovere un dito. Lui in Cina non ci voleva ritornare. Fin quando un bel giorno lo chiama suo padre. Lui era sulla sedia a rotelle, lui sosteneva per come poteva il movimento studentesco. A inizio giugno del 1989 i tank entrano in Tienammen e cominciarono a sparare sui ragazzi. Il padre di Ai Weiwei comincia a stare male. Alla fine Ais torna a visitare suo padre nel 1993 che morirà nel 1996. L’artista racconta che doveva essere solo un viaggio go and return, lui con la Cina non ci voleva avere nulla a che fare. Ma i morti di Tiennamen hanno cominciato ha fargli risvegliare qualcosa, responsabilità chiamiamola così, e il padre gli ricordò che il suo disinteresse per la Cina era una forma di benevolenza nei confronti del Governo, che non se la poteva permettere. Appena tornato in Cina realizzò una serie di libri privi di casa editrice, privi di titolo, privi di ogni etichettatura editoriale, quindi illegali, li fece stampare a Hong Kong, diventarono un’icona di quel periodo. Erano una raccolta fotografica dei lavori, performance, creazioni di artisti davvero underground. C’è il governo e c’è la repressione, questi qui non potendo osare in piazza, si rinchiudevano nella cantine buie di Pechino e davano sfogo a questa urgenza di espressione artistica. Le foto di questi album sono davvero impressionanti, e tra l’altro, a parte qualche rara immagine su internet, non si trovano in giro, (Black, Grey, and White book)
Una ragazza che in piazza Tienammen si solleva la gonna e mostra le mutande (poteva morire sia lei sia il fotografo), uno che si tatua la carta di identità sulla schiena, una donna che mangia il bambino morto.


E dopo ‘sta botta ascoltiamoci Lali Puna, Together in electric dreams.

Ai Weiwei torna in Cina portando con sé quello che ha imparato in America. A Pechino fonda prima un collettivo artistico con altri colleghi e poi apre il suo studio di architettura Fake. E comincia a fare oggetti strani: Il tavolo con due piedi piegato, 2005, il due sgabelli fusi , 1997, o il grappolo di sgabelli del 2008, attaccati tutti dalla gamba in comune, Forever, 2003, un cilindro di biciclette.
Per capire il tavolo con due gambe l’ha fatto così: ha preso un tavolo di legno quadrato lo ha tagliato perfettamente nel mezzo, una metà rimaneva a terra su due piedi, l’altra metà si appoggiava alla parete con gli altri due piedi e poi lo saldava in centro. Il tavolo diventa così una panchina.
Nel 1995 ruppe un vaso cinese preziosissimo della dinastia Han. Era tutto un rievocare questa rivoluzione culturale che ha distrutto tutto e poi ha rincollato i pezzi cambiandone i connotati. E dopo la Cina si apre all’industrializzazione, all’economia, alla finanza, fino ai giorni nostri diventando la super potenza che è.
Comunque questa storia dei vasi ha un seguito. Lui nel 1995 si fa questa foto in cui rompe questo vaso risalente al 200 (no il 1200, il duecento proprio). Nel 2006 riprende il tema i vasi, tutti preziosissimi, tutti antichissimi, tutti costosissimi e per giunta tutti intatti e uno a uno li immerge nei colori o ci scrive Cocacola sopra (qua cita Andy Wahrol paro paro). Fate conto, li prende dalla bocca e ne immerge dal sedere per metà, poi li capovolge e lascia i colori colare in modo da creare delle line di colore, no. Una colorazione artificiale, fuori luogo, irrispettosa, come quello che la modernizzazione forzata ha fatto, sta facendo, alla Cina. E’ come se noi a un certo punto mandassimo degli skater a decorare con le bombolette spray tutta Pompei (i vasi Ai Weiwei se li era comprati non è che li aveva rubati a qualcuno). Una provocazione forte. Uno scandalo. Ciascuno di questi vasi, una 50ina circa, finiscono poi a collezionisti, gallerie, nei musei di tutto il mondo.

Meno di un mese fa un artista, dicono fallito, entra in un museo in Florida, dove sono conservati una decina di questi vasi ne prende uno e lo spacca per terra. Un milione di dollari in frantumi, titolano i giornali. Io personalmente, alla luce di quello che ha fatto l’artista cinese nel 1995, non credo proprio che Ais se la sia presa. Alla fine il nostro artista americano che tutti hanno giudicato sommariamente fallito, ha solo fatto una citazione. Ora però rischia cinque anni di carcere.


Ascoltiamoci la canzone che dà il nome al mio nome. Io mi chiamo Vita La Roux, per via di questa bimba qui: La Roux: In for the Kill

Nel 2009 Ai Weiwei con l’aiuto di uno studio di architetti svizzero disegna e realizza lo stadio che poi ospiterà i giochi olimpici, quello di metallo a forma di nido. Siamo ormai arrivati a un punto che Ai Weiwei è così famoso (aveva già fatto l’istallazione degli zainetti, era già stato picchiato dalla polizia cinese, aveva già rischiato l’ictus) che per come dire la commessa gli spettava quasi di diritto. Siamo a un punto della storia che la Cina, dove da un lato c’è la pena di morte per schiamazzi notturni, dall’altro vuole rispettare una specie di buon viso di fronte alla comunità internazionale.
Prima delle Olimpiadi, la Tate Modern di Londra gli aveva chiesto di fare un’istallazione. Carta bianca. Allora lui si reca per un periodo nel centro cinese della porcellana a sud di Pechino e decide di ingaggiare 16mila persone per due anni per farli fare milioni di piccoli semini di girasole. Sceglie la porcellana migliore sul mercato e la più costosa, e li fa rifinire a mano uno per uno. Ma voi lo sapete come si fa la porcellana? Si prende la pietra, pietra bianca grigia, la si frantuma con dei martelli di metallo, fino a che diventa polvere. Più è fine la polvere più di qualità è la porcellana. Questo composto poi lo si si mescola con l’acqua, la si mette in forme di pietra, nel caso dei girasoli con le forme di semini, la si mettere a cuocere nei forni a 1.400 gradi. Perché i semi di girasole? Perché il girasole era il cibo di milioni e milioni di cinesi poveri e affamati negli anni della rivoluzione culturale. Perché il seme di girasole era il simbolo di Mao Zedong, e del suo potere. Perché la Cina, dove la porcellana è stata inventata, è diventata il Paese per eccellenza della produzione seriale, e ahimè della produzione seriale di scarsa qualità, che siano magliette, bicchieri, comodini o tazze. E lui alla produzione seriale, ci appiccica la qualità delle edizioni limitate e realizza questo simbolo per la vita dei cinesi.
E a toccarli o camminarci sopra, raccontano da Londra quando poi i semini si sono fatti mezzo pianeta in aereo, era come farsi scorrere dei granelli di diamanti tra le mani, si viveva un’esperienza fisica, tattile senza precedenti. E dopo Londra, dopo Pechino, tutti credevano che Ais fosse intoccabile. Invece no. Un giorno, il 2 aprile del 2011 lo prelevano di forza dalla sua casa di Pechino e lo incarcerano. Di lui non se ne sa più nulla. Autorizzano sua moglie a incontrarlo una sola volta. Ci dice a noi Ovest che sta bene. Poi a fine giugno lo rilasciano su cauzione. Arrestato per evasione fiscale. Cauzione pagata dai suoi sostenitori. Ora è in regime di semilibertà. Ma deve pagare ancora una multa di non si sa quanto milioni di Yuan. Però forse ce lo mandano a Berlino.

Questa è Joan Beaz. L’ultima regina della lista. Here is to you, Nicola and Bart.

L’infinito, secondo voi

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In queste ore, tre anni fa, un mare violento si stava mangiano un pezzo di Giappone. E 20mila giapponesi. Come ogni 11 di marzo, riprendo un pezzo di quel dolore e lo riporto nella Crisalide fatta d’aria. Prima però ho bisogno di chiedervi due favori: aiutatemi a capire cosa è l’infinito. Dove lo dovrei cercare e in che modo. E in linea o in contraddizione con lo stare al mondo. Ditemelo qui, ditemelo su vita.laroux@gmail.com, scrivetemi stasera su ineedradiofunkhaus@gmail.com. E soprattutto non dimenticatevi che oggi alle 19 su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/ vi parlo di Ai Weiwei.
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Era il 18 giugno del 2011

Cerco di fare ordine con in pensieri. Tanto per cominciare non mi torna l’ora. Se in italia sono le 8 qua dovrebbero essere le una di notte ma considerato che mi sono svegliata tante ore fa, per recurare il mio accendino nel basement, poi ho fumato, poi ho dormito poi ho rifumato poi mi sono rimessa a letto, ho bevuto 5 bicchieri d’acqua, ho fatto due volte pipi, non può essere passata una sola ora. Credo c’entri con l’effetto fuso, e comunque visto che non ho nessuno strumento per capire che ore sono e connettermi con il resto del mondo, scrivo. In ogni caso, mi trovo in un centro termale a Aizuwakamatsu è buio la suite affaccia su una gola tra i monti, si sentono le cascate in basso, la vegetazione è da tropici, da vietnam, tanto è umido e tanto è verde a diversi toni. Zero fiori a parte le margherite giapponesi che ho raccolto per x. In zona ci sono molte risaie, tanta acqua e tanti insettini, apparentemente innocui, che hanno preso a simpatia il mio monitor.

Narita, trenino shinagawa taxi pio d’emilia. Noto subito i tetti blu delle case fuori tokyo e quella meraviglia di tralicci di cavi di acqua luce e gas che questi bei giapponesotti tengono sospesi agli angoli della strada. Li colorano pure delle volte. Loro sostengono che è meglio tenerli all’aria e non sottoterra perchè così in caso di terremoto è più facile intervenire. Pio dice che la tecnologia per risolvere questa empasse ce l’hanno (interrare cavi nonostanti i sismi) e che semplicemente ora si sono affezionati ai tralicci. D’altronde sono bellissimi. Tokyo. Da dove cazzo comincio? Due immagini dovranno rimanermi incollate nel cervello. Il ristorante di Kiss me licia, quello di M’arrabbio, vero autentico sushi da 4 generazioni piccolo come un coso, frequentato solo da giappi, dove lui, lo chef di lavoro mette in scena il cibo e si vanta di tagli di una raffinatezza sublime. Lì si è mangiato ricci di mare melanzane alla griglia, granchio bollito, sashimi, due calamari fritti, qualche strano molluschetto. L’ingresso di M’arrabbio, dove ovviamente non si parla inglese, la birra te la prendi da solo nel frigo (Ashai bandita, viva la Kirin) e la carta di credito non sanno ancora cos’è, è un edificio basso. In realtà i solai dei giappi sono tutti bassi. Apposta per loro che per la maggior parte sono piccoli, minuti, discreti, gentili, delicati. Quasi lo tocco io il soffitto! Ma questo ristornate è piccolo dentro, è piccolo fuori, è piccola la stradina, ondulate le curve che ti ci portano. Pure se, questa è la magia tokyese, alle spalle c’è un enorme grattacielo. Tanto per fare un paragone: Manhattan l’hanno fatta in modo che grattacieli stanno tutti assieme a downtown e a midtown, in mezzo il brulicare di soho greenwich village alphabet city. Tokyo, a parte che è larga 20 chilometri di diametro e ci vivono 18 milioni di persone, è come un mega piatto di sushi. Sono una miriade di unità urbane frammentate. Palazzone, gattacielo, casetta, tempio e una marea di sopraelevate, sopraelevate di sopraelevate, di strade ferrovie passaggi pedonali. Stai con il naso all’insù, ma non è huge, è tutto a Tokyo, per come dire, mescolato.
Capitolo case. Vero, questi abitano in spazi super risicati perchè sono tanti e di giappone c’è n’è poco. Sono così tanti che non esiste fermata del metrò, incroci, supermercati, stazioni non affollati. Semplicemente non esistono. Non corrono come a manhattan o a londra, camminano moderati, leggeri, senza viso tirato, in pace, mi verrebbe da dire. In questa frammentazione di unità urbane – by the way – non esistono piazze. È come se la piazza fosse un non luogo, un luogo al negativo, vuoto da riempire – loro col vuoto c’hanno un problema, ma ne riparliamo – si stagliano anche orrendi condomini, dove è possibile capire alla perfezione quanto poco spazio è stato assegnato a ciascun abitante. Micro ingresso, micro salottino con cucina, micro stanzetta che la costruisci la sera col tatami-futon, micro bagno e se sei fortunato micro terrazza (a parte pio che ne ha una maxi di terrazza). Di certo micro altezza. Queste piccole unità ordinate e abbastanza uguali a se stesse, sono visibili anche dall’esterno per quanto grande sia l’edficio, fermo restando che qua di chrysler building luccicanti non ce n’è. E comunque se ce c’è qualche grattacielo che ci assomiglia è più basso e meno luccicante, e sono sempre uffici.

Passiamo all’immagine numero due. Ginza e roppongi by night. Ora ginza è carina, elegante, pulita, dove pure la base dei lampioni o dei pali del semaforo sono stati spolverati da poco, ma a parte i giappi, pare la quinta strada. I negozi sono sempre gli stessi. Tant’è vero che qui sono famosi gli incroci. Ma dentro questa quinta strada, c’è un posto che sembra il ponte di comden town, e quando ci passi sotto, lungo i regent canals, a bordo strada trovi una roba simile ai chiringuiti di milano, dove la gente sta appollaiata su sedie di plastica di serie b, a giocare a carte, bere birra, mentre il barista PELA LE PATATE! Le pela proprio! (qui nel frattempo albeggia, credo di aver fatto male i calcoli, ancora non ho capito un cazzo col fuso).

E di fronte al chiriunguito c’è il baracchino napoletano con le due anzianotte giappe che vendono i biglietti della lotteria. Sono così malati di gioco questi qua che c’è una ricevitoria del lotto in centro a ginza dove ad ogni ora del giorno e della notte c’è un chilometro di fila per entrare. Roba da mettere al lavoro tipo 10 agenti delle forze dell’ordine (per stabilire un ordine che ci sarebbe comunque). Ginza sembra anche un po’ soho di londra quando si aprono le sue micro strade. Ma come per i palazzi anche le grandi strade, non sono mai huge. Roppongi. Ricorderò le girate con lo scooter. Non è affatto sottoilluminata questa città, le volanti della polizia in genere riportano al mondo esterno quanto si stanno comunicando tra loro, via amplificatori. Pure se a me non me ne frega niente. I negozi, per attarrre clienti, parlano, offrono, fanno marketing, con voci registrate proiettate in strada. Questo così a naso mi pare inquinamento acustico – e a me per strada non mi fanno fumare disgraziati! – ma poi riflettendoci in effetti è tutto così silenzioso, e sono solo queste voci registrate a far sentire che la cittò vive. E’ come stare in una sala silenziosa con la tivù accesa su mediashopping. Per tutto il mega centro tokyese.

Roppongi è il luogo della mala. Dova la yakuza ha lasciato spazio alla mafia coreana che si è alleata con quella africana. E’ fose il quartiere con più stranieri di tokyo, il posto dei club, dei supermercati aperti 24 ore su 24, dove si fuma per strada pure se è vietato. Dove ci sono i karaoke di lost in translation, e gli stessi colori fosforescenti, club, musica dal vivo e quant’altro. Forse, se uscirò con Hasaaki andrò lì. Io su roppongi ho solo volato un po’, stanno sul sellino dietro della scooter di piodem.

A fine serata, si ritorna a shinagawa, da mastro salvatore cuomo, l’italiano più ricco del giappone, 5 figli con 5 mogli diverse, 40 anni che sembran 30, di origine napoletana. Ha messo su un impero quand’era solo un bravo pizzaiolo. Affianco a lui il parrucchiere più famoso del giappone (con una società di centri estetici quotata in borsa), che si è preso la briga non solo di incollarmi un body painting di oro zecchino sulle mani, ma anche l’impegno di tagliarmi i capelli. Per poi riconoscere che sì in effetti per i capelli che ho io bisogna farli allungare e non cambiarli di colore.

Poi terrazza di pio, con dormite a singhiozzo. Foto a x, chat, baci e foto. E qui adesso albeggia. Come sono finita in questo posto dal nome astruso. Be’ siccome pio è uno che il weekend scappa da tokyo ed è un gran viveur, mi ha fatto capire da subito che anzicché rompersi le palle in città mi avrebbe portato alle terme. Tanto erano di strada per fukushima. Domani si incontra il sindaco di minamisoma che ci autorizza con una scusa, a entrare nell’area violata martedì 7 giugno.

Sicché, dopo avermi lasciato da sola in mezzo a una strada a ritrovare casa sua (e bada bene: ci sono riuscita) col taxi arrivamo al toyota rent car, imbraccia l’auto e via fuori dalla enorme tokyo in tangenziale (che tanto bene era chiusa per qualche minuto per “passaggio imperatore” diretto a nord come noi). Pio corre in tangenziale e tokyo corre dietro di noi, ma non finisce mai. Un lungo fiume che sembra l’hudson dove c’è qualche baracca di gente povera. Lustra come il bagno di mia madre.

Sosta in autogrill, starbucks dove ragazzine con lenti colorate e ciglia finte lunghe così, cantano all’unisono, né più né meno come i venditori di mediashopping. Cioè io a queste due canterine in falsetto per dirgli che volevo UN caffé ristretto ci ho messo una vita e alla fine me ne hanno dati due, uno caldo uno ice entrambi lunghi così. Pare davvero tutto un cartone animato a ricordare le loro vocine stridule. Pio ha un mancamento, prendo la guida verso fukushima, guidando a destra, auto enorme cambio automatico, autostrada per sendai. Per un po’, lui riposa. Poi riprende il volante e mi racconta tante storie. Quelle degli ideogrammi cinesi rubati e dei due sillabari aggiunti, della rozzezza comunicativa del dragone, contro la sofisticatezza di pensiero dei giappi, e di come si scrive.

Io andare casa, dice il cinese, e il giappo lo contestualizzia con le sillabe tonde e stilizzate che si è inventato. La lingua, complicatissima pure per i poveri cinesi, è come il taglio del sushi, un’arte difficile complessa sofisticata e piena zeppa di orpelli che non si vedono. Guido la camera durante un suo stand up, davanti a un tetto blu, con in mezzo un risaia. E scopro che il mitico piodem improvvisa davanti l’obbiettivo. Ma prima ha un momento zen, fa un pausa di riflessione, libera la mente, annienta il pensiero, e ad eccezione della prima frase, pensata, vomita tutto improvvisando con maestria e si trasforma nel pio son qua io amato da tutta italia.

Passando per un pezzo di texas, arriviamo alle terme in vietnam. Gola fiume, montagne. Montagne dove ad eccezione di qualche albergo, tipo questo dove sto, non sono abitate da umani perche stando allo shintoismo, dentro ci abitano gli dei e a loro gli piace farsi i fatti propri. I giappi che hanno imparato a sciare e a fare climbing come noi, hanno un rispetto reverenziale per le montagne e quindi non ci vanno a vivere, al massimo ci mettono delle porte. Regalano un passaggio al mondo ai loro dei, se e quando hanno voglia di metterci piede.

Arriviamo alla gola. Il protocollo prevede che io indosso il kimono allacciato al contrario di come si usa da noi, cioè a destra. L’allaccio a sinistra vale solo per le persone morte, prima della cremazione. E io appunto sono viva, farei inorridire i giappi se lo allacciassi come l’accappatoio.

Giù alle terme, divise in sezione uomo donna. Ci si spoglia, completamente, ci si lava in una sala docce da seduti, ci si immerge nella vasca al chiuso e poi nella vasca all’aperto. In mezzo alla giungla giapponese, che ha il bello di non avere zanzare. L’acqua è così bollente che ho bisogno più e più volte di farmi docce gelate in quella fantastica specchiera lavaggio da seduti da dove ho spedito foto. Alla fine perdo la cognizione del tempo, sto quasi per svenire, nelle beatitudine. L’oroscopo lo diceva che il 4 avrei trascorso una splendida giornata in compagnia di amici. Di kimono vestita e di terme purificata mi siedo a tavola mangiando la più classica delle cene giappe. È tutto fantastico, pio stappa pure lo champagne e in sala improvvisiamo il mio compleanno che non è, e loro, gli amici giappi mi cantano gli auguri.

Tra le varie leccornie questo budino salato. Uovo sbattuto molto fine fatto cuocere al microonde (alla fine avevo fatto i calcoli male, sono le 4.30 del mattino, ma i conti ancora non mi tornano, non ci sto capendo una mazza, vabbè) nel te verde. Una meraviglia. Come una meravigia quelle tre verdure in tempura che sono l’emblema del frammento, della trasparenza, della leggerezza e della delicatezza giapponese. Oh cazzo, ho mangiato il prezzemolo che dice che non si doveva mangiare a nord… cmq bevo acqua del rubinetto da due giorni.

Bevo alcool come mio solito troppo e poi collasso in un nano secondo fumate le mie 25 sigarette. Pio mi cazzia, ma x mi adora per questo. Ed eccomi qua.

Sono solo due cose che ancora non mi sono chiare: cioè cosa pensa la gente di tsunami, nucleare e terremoto. Le donne ridono sono spensierate, fanno il bagno e mangiano verdura. Non sembra un posto sconquassato dal dolore, né sembra un posto dove ci si interroga sul futuro energetico del paese. I tagli del governo hanno ridotto, per esempio, il servizio del narita express. E qua e là ci sono adesivi che dicono save energy. Ma se tutti i cessi pubblici sono dotati di water riscaldati, che continuano per giunta ad esserlo, e l’unica che si preoccupa di spegnere le luci sono io, evidentemente la decrescita per loro non è un problema. O meglio, qualsiasi sia il destino di fukushima e delle sue mostruose sorelle danneggiate loro ricostruiranno centrali per ciucciare l’energia di cui questo paese equilibrista ha bisogno. Questo è certo, è scritto nel destino, come è scritto nel destino che prima o poi arriva un terremoto più grave di quello dell11 di marzo, e non possono neanche votare no a un referendum né sanno protestare questi qua, o battere i pugni sul tavolo.
Solo gli occhi, malati di Hisaaki, tradivano un lampo piccolo di preoccupazione, mista sempre e comunque a una serena rassegnazione. Deve essere così e così sarà.

Spero tanto di riuscire a scrivere ancora. Spero tanto di tornare sana in italia. Se voglio lottare per qualcosa,  altrimenti rompo il salvadanaio e vengo a vivere qua. Japan mon amour.

 

Il doppio con pistola (Bieniek ancora e per sempre)

sempre meglio

Scusate, devo rilanciare l’intervista che ho fatto a Sebastian Bieniek qualche settimana fa. Lui continua a produrre idee divine, e a me continuano a chiedere di parlare di lui. E, lo ammetto, sono troppo orgogliosa di essere stata la prima italiana a intervistarlo. ❤

Tutto è nato dalle Doublefaced, facce doppie in una soltanto, un occhio è vero e uno dipinto, uno è blu l’altro e nocciola, uno è sveglio, uno addormentato. Mentre lei, la portatrice dell’occhio vero, esce dalla doccia, beve, un caffé, fuma una sigaretta. Le foto ritwittate e promosse da
Ai Weiwei nelle ultime due settimane hanno fatto impazzire la rete e sono state viste da più di 5milioni di persone. Alcuni, pagando il giusto prezzo, le hanno già comprate. Così ho deciso di incontrarlo, Sebastian Bieniek. Per scoprire chi è il genio che vive a Berlino entrato nelle grazie dell’artista contemporaneo più famoso del mondo. Nato il 24 aprile 1975 in Polonia da genitori tedeschi, lo considerano tedesco tra i polacchi, polacco tra i tedeschi. Lui, a prescindere dalla doppia nazionalità, si sente quello che gli altri vogliono. “Mir ist egal, cosa sta scritto sul passaporto”, dice, anche se sì, riconosce il sangue è slavo. Di certo non vive con il senso della frustrazione dei figli degli oppressi – Polonia – che vanno a vivere da grandi nel paese degli oppressori – Germania. “Certo, mi conviene passare per polacco in Israele o per tedesco in India, ma la nazionalità mi pare tanto una costruzione politica, inutile”.

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Bieniek, il genio del doppio

doubleface
Tutto è nato dalle Doublefaced, facce doppie in una soltanto, un occhio è vero e uno dipinto, uno è blu l’altro e nocciola, uno è sveglio, uno addormentato. Mentre lei, la portatrice dell’occhio vero, esce dalla doccia, beve, un caffé, fuma una sigaretta. Le foto ritwittate e promosse da
Ai Weiwei nelle ultime due settimane hanno fatto impazzire la rete e sono state viste da più di 5milioni di persone. Alcuni, pagando il giusto prezzo, le hanno già comprate. Così ho deciso di incontrarlo, Sebastian Bieniek. Per scoprire chi è il genio che vive a Berlino entrato nelle grazie dell’artista contemporaneo più famoso del mondo. Nato il 24 aprile 1975 in Polonia da genitori tedeschi, lo considerano tedesco tra i polacchi, polacco tra i tedeschi. Lui, a prescindere dalla doppia nazionalità, si sente quello che gli altri vogliono. “Mir ist egal, cosa sta scritto sul passaporto”, dice, anche se sì, riconosce il sangue è slavo. Di certo non vive con il senso della frustrazione dei figli degli oppressi – Polonia – che vanno a vivere da grandi nel paese degli oppressori – Germania. “Certo, mi conviene passare per polacco in Israele o per tedesco in India, ma la nazionalità mi pare tanto una costruzione politica, inutile”.

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Non sapevo cosa dire di Venezia…

E poi stanotte ho deciso. Niente parole, solo colore.

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Erik van Lieshout

eva kotàtkovà

Eva Kotátková

harry smith

Harry Smith, Film No. 12 (Heaven and Earth Magic)

james lee byars

James Lee Byars, The Figure of the Interrogative Philosophy.

laurent montaron

 

Laurent Montaron.

levi fisher ames

 

Levi Fisher Ames, Animals Wild and Tame.

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Marino Auriti.

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Oliver Croy & Oliver Elser.

padiglione russia

 

Padiglione Russia

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Pawel Althamer

phillida Barlow

 

Phillida Barlow

roberto cuoghi

 

Roberto Cuoghi.

sarah sze

 

Sarah Sze, American Pavillon

aiweiwei-straight-a

 

E naturalmente lui, il genio cinese. Ai Weiwei.