Sussurri serissimi da Chelsea. The beginning

21esima, Chelsea, Family Business Gallery

A partire da questo preciso istante le chicchiere semiserie di Brooklyn, si trasformeranno in sussurri serissimi a Chelsea.
Chelsea, se a Londra significa lusso, Kate Moss, squadretta di calcio, a New York è arte contemporanea. E’ fuori di dubbio. Tutto deve necessariamente passare di qua, altrimenti non è trendy, non entra nel giro, resta fuori da questa scintillante sfera dorata che impreziosisce cuori, case, strade e città.
Nel corso degli anni molte gallerie storiche di New York si sono spostate a Soho, nel Lower East Side, fino a Brooklyn (dove modestamente io vivo e da dove continuerò a fornire storie semiserie, giuro ;-). Ma il quadrilatero compreso tra la 14 e la 34esima al di qua della Sesta, fino all’Husdon, conserva il suo smalto e ne resta motore propulsore.
Tutto il mondo deve farci i conti. Pure se sei un’artista emergente nepalese.


Non è un caso che il 16 febbraio, qualche ora fa qui a Nyc, Maurizio Cattelan, il nostro MERAVIGLIOSO che tutto il mondo ci invidia, ha aperto in collaborazione con Massimiliano Gioni (ragazzo prodigio, amico di Maurizio da sempre, direttore nel New Museum sulla Bowery, da poco eletto curatore della Biennale di Venezia 2013) per la seconda volta nella sua carriera fonda una cosiddetta non-commercial gallery.

Il logo della Gallery. Una famiglia, appunto

Family Business, è il nome: un micromuseo di strada sulla 21esima, negli spazi della Anna Kustera – lei compra e vende quadri, però, e pure a buon prezzo.
Ero là. Incantata dalla mia prima vera serata mondana newyorkese e dal fatto che la star nel cuore mondiale dell’arte contemporanea, era lui, Cattelan. Un italiano. Quanti italiani lo sapevano. Nessuno. O quasi.
Alle sette del mattino nella rassegna stampa della Gallery non compare neanche un articolo di giornale in italiano. E mi sono sentita un po’ dispiaciuta perché, ho pensato, ce la meniamo tanto in ogni angolo del pianeta mondo per saloni di mobili, sempiterne fashion week, super expo di design, auto, pizza & mondolino, e poi quando primeggiamo nelle cose belle o in quelle colte, senza il gancio del mercato, ce ne freghiamo.
O forse semplicemente non ne siamo informati.
Cattelan fino a ieri aveva una restrosprettiva al Guggenheim, sappiamo chi è. Quello che sappiamo meno è quanto contano gli italiani nell’arte contemporanea mondiale e newyorkese.

Quanto di voi sanno che quel genio di Jean-Michel Basquiat è stato scoperto dalla meravigliosa Annina Nosei (in foto nella sua casa newyorkese, con un Basquiat alle sue spalle), una delle maggiori galleriste che New York abbia mai avuto? E che oggi sulla 20esima Chelsea un’altra super donna nostrana, Stefania Bortolami, forse silenziosamente sta seguendo le sue orme? E tolti i geni Cattelan e Gioni, quante volte ci ricordiamo che a dirigere il Moma c’è di nuovo una italica, la Paola Antonelli?
Per non parlare di invisibili magnate dal mattone o della ristorazione, che l’arte la finanziano.
Mi pare di stare nella Firenze del Rinascimento, un Botticelli di qua un Petrarca di là.
Allora lancio una proposta al web: vogliamo pensare positivo? Con lo spread a non so quanti punti base, recessione e austerity data per certa per decenni, con addosso ancora la puzza di Berlusconi e mignottocrazia, perchè non ci mettiamo a parlare di cose belle?
Di arte per esempio? Quando la realtà è brutta, io di solito mi metto a sognare. Un mese fa esatto, approdavo a New York city. Per esempio.

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