Abramovic, il metodo antitempo

Pac, Milano ore 12.15. La città si prepara alla più bizzarra grandinata primaverile della sua storia recente.
Firmi un contratto, poi deliziose ragazze vestite da infermiere ti accompagnano in una sala. Ti invitano a indossare un camice bianco, ti fanno sedere. Sullo schermo appare Marina. Spiega due o tre cose sul Metodo. Ti dice il senso del patto: Tu le dai due ore del tuo tempo lei ti insegna una tecnica per superarlo.
Ti accenna che dovrai attraversare un percorso fatto di tre cicli, che coincido con le tre dimensioni dello stare dell’essere umano. Lo star in piedi, lo star seduti lo star sdraiati.
Lei offre sedie, letti e cabine. Ti avverte: Puoi desistere, nessuno te lo impedisce, ma se non resisti fino alla fine il contratto decade e a te non viene tasca niente.


Ci si prepara: Si massaggia il corpo, occhi, naso, bocca e orecchie, si fa stretching. Poi ti dividono in gruppi. Il gruppo A va a sedersi, il gruppo B va a stare in piedi, il gruppo C va sdraiarsi.

Le sedie sono troni di legno che Abramovic ha impreziosito con minerali giganti, di quelli che si vedono nelle grotte di National Geographic. Io ne avevo tre piantati nella schiena, all’altezza delle vertebre lombari fino a quelle cervicali.
I letti sono austere barelle di legno con cuscino. I quarzi ora, sotto la branda. Le cabine sono la struttura in rame di un parallelepipedo vuoto. Al centro in alto sta piazzato un magnete.
Oltre il percorso, il pubblico del museo ti guarda: il performer fossi tu. Ti fanno indossare delle cuffie che ti isolano da ogni suono esterno, ti consigliano di chiudere gli occhi.
Fai due conti: finita la preparazione ti aspetta un’ora e mezza di vuoto. Non devi far nulla. Solo stare: seduto in piedi sdraiato, con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi. Il cambio di stato, sedia-letto-cabina, ti viene suggerito dalle infermierine che con un delicato cenno sulla spalla.

Io ho deciso di avere gli occhi chiusi. Seduta, mi sono concentrata sulla schiena. Avendo i quarzi a puntello sulle vertebre, ho faticato per trovare una posizione eretta comoda. Mi ci è voluto un po’. Poi la mente ha cominciato a vagare. Le cuffie mi permettevano di sentire solo il suono regolare di un metronomo che è parte del Metodo. E quello della pioggia che fuori allagava Milano.

Mi concertavo sulla forza di gravità, linearità della schiena, peso delle palpebre, che delle volte sembravano crollare come un velo di marmo sugli occhi. Anche la testa pesava. Non devo pensare a fatti miei, mi dicevo. Pensa all’acqua, pensa al mare.
E nella mia mente ho trovato un lago. Il lago era fatto d’olio o di petrolio o di mercurio, rifletteva la luce ed era densissimo. Poi cresceva di volume fino a rompere gli argini, superare le montagne e ad allargarsi fino ad oltre l’orizzonte. Ho creduto di non resistere (Nel 2010 quando Abramovic si piazzò nel Moma per tre mesi di fila a farsi scrutare dai visitatori senza muoversi, seduta su una sedia senza braccioli, il suo marito temeva che si sarebbe ammazzata). Allora ricominciavo daccapo: schiena, gravità palpebre, fatti miei, lago d’olio. E così per diverse volte.

Poi sono stata spostata in cabina. La mia testa era proprio sotto il magnete. Qui da controllare non c’era la schiena, ma la posizione eretta: ovvero colonna vertebrale più gambe. Cerco di star ferma, non sposto un piede, ma il peso oscilla, il corpo bascula, fatico a tenere l’equilibrio, e finisco per dare la colpa al magnete che ho in testa. Continuo ad avere gli occhi chiusi, i piedi mi formicolano, controllo il respiro, cerco di ritmarlo col metronomo ma è tutto inutile.
Il respiro è forzato, penso ai fatti miei e di nuovo al lago. Ogni tanto apro gli occhi e guardo chi mi guarda. Ma poi mi stufo e li richiudo. Di nuovo scivolo a pensare ai fatti miei e poi mi sforzo a pensare a niente, e finisco ancora nel lago. Star in piedi è stata una tortura. Eppure il tempo in cabina mi è durato la metà rispetto a quello sulla sedia (in realtà, mi dicono i tre cicli hanno la stessa durata di tempo).

Poi il letto. Mi sdraio mi rilasso provo ad essere un fuscello Penso a respirare e sentire il peso del mio corpo abbandonato sulla lastra di legno. Il ritmo ora non è un problema. Fatti miei, lago d’olio e mi addormento. Poi mi sveglio di soprassalto.

Questo il metodo Abramovic. Tornata a casa ha grandinato e ho dormito due ore. Non mi sento affatto una persona migliore di prima. Né tanto meno ho imparato a controllare il tempo. Ma se non mi ci avessero costretta non mi sarei mai fermata per due ore.

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