Siria, donne e bambini via da Homs

Mazza, veloci quelli dell’Onu a sgombrare (ripubblico un mio pezzo del 26 agosto scorso, by the way)
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Le navi di Stati Uniti e Gran Bretagna stanno avanzando verso la SIria, contro la Siria. Ci scotta la sedia sotto al culo, oder?Siamo tutti consapevoli che è in corso un massacro senza precedenti, che l’Onu ha di nuovo fallito la sua missione di pace, che tra Assad e ribelli non si sa ancora chi c’ha le mani più sporche. Siccome non si può stare a guardare, allora scomodamente (molto scomodamente, per quel che mi riguarda) accettiamo la presunzione anglo-americana, come il minore dei mali.
Homs existiert nicht mehr (guardare foto per credere :-( , mi disse qualche giorno fa un amico di Damasco. E Aleppo, bella Aleppo delle saponette all’olio d’oliva, e già di fatto una città divisa. Non come Berlino con un est e un ovest. Peggio. Con un centro (Assad) e una periferia (i ribelli).
Per questo che oggi nella mia crisalide d’aria che normalmente si occupa solo di cose belle, mentre quel genio di Sebastien Biniek si diverte a dipingere la doppia faccia alla gente di Berlino, volevo dedicare una riflessione a questo vicino oriente che, se non fossi buddista, penserei davvero condannato a qualche maledizione biblica.
Ad Admiral Brücke, in Kreuzberg ho incontrato due ragazzi: Fadi Tabbaa scappa dalla Siria, Danny Melkonovitzky fugge da Tel Aviv.

In teoria, racconta Fadi, nessuno voleva questa rivoluzione. Tutti avevano qualcosa da lamentare al governo corrotto di Assad, certo. Niente più niente meno di quanto DOVEVATE lamentarvi voi in Italia per 20 anni di Berlusconi. “E siamo tutti abbastanza sorpresi da come la violenza abbia preso il sopravvento. Pure al gas nervino siamo arrivati”. E Fadi abbassa gli occhi. D’altronde, pensa, è così che funziona con le guerre. Oggi mi stai antipatico, domani non ti tollero, dopodomani uccido tuo fratello.
Un punto va chiarito. Le armi. Come fanno i ribelli ad avere tutte quelle armi. ”O tra le fila dei ribelli ci sono degli islamisti protetti dal Governo di Assad”, dice Fadi, “o tra i ribelli si sono infilati dei terroristi che arrivano da fuori”. Come i Black Block a Genova. In ogni caso lo scenario è ributtante.

Più il Medioriente si scalda, più Netanjahu fa gli incubi. Più Netanjahu fa gli incubi, più diventa nervoso. Più diventa nervoso, più ammazza i sogni dei giovani israeliani. “Mentre esplode la più lunga Primavera della storia” racconta Danny, “noi 30enni a Tel Aviv siamo là a chiederci perché tanto sangue e niente sogni? Mio padre, i nostri padri, i nostri nonni, avevano un sogno, la terra promessa. Ma noi di una terra senza pace non ce ne facciamo niente. Siamo costretti a fare il militare, tre anni i maschietti e quasi due le femminucce. Ci mandano al confine, ci costringono a imbracciare le armi, quando vorremmo solo suonare la chitarra ai falò in spiaggia, e magari lavorare o studiare per il nostro futuro. Per questo finiamo  a fare la fila all’ufficio di igiene mentale a dichiarare qualche paranoia inesistente con la speranza di ottenere quel maledetto congedo militare che però poi ci impedisce di lavorare”.

In pratica funziona così: il giovane irsaeliano che vuole scampare tre anni di militare dichiara di avere qualche deficit cognitivo, ottiene il congedo e poi deve scappare via da Tel Aviv perché nessuna azienda del luogo è disposta a dare un lavoro a chi ha una sospetta depressione o problemi di concentrazione. Nella peggiore delle ipotesi, si parte per il militare e qualcuno che depresso lo è per davvero, si ammazza. Poi c’è la fatica di vivere a Tel Aviv. “E’ una città cosmopolita, aperta divertente. Tutti vogliono vivere lì, ma un microappartamento di costa 1.500 euro. E al lavoro, se hai la fotruna di trovarne uno, ne ricevi 2.000. Un po’ come milano. Col mare. Con la guerra alle sue spalle.

Wahrheit

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Dire la verità. anche quando non si hanno più parole.

vita.laroux@gmail.com

Foto del 24-01-14 alle 17.03 #3
Post di emergenza. Mi hanno bloccato la posta. Per ora sono su vita.laroux@gmail.com. E scusate per lo spamming di oggi. Non è dipeso da me. mille mila cuori per voi.

Did you know how much I love you?

johnny_cash

Well, you’re my friend and can you see,
Many times we’ve been out drinkin’,
Many times we’ve shared our thoughts,
But did you ever, ever notice, the kind of thoughts I got?

Well, you know I have a love, a love for everyone I know.
And you know I have a drive to live, I won’t let go.
But can you see this opposition comes rising up sometimes?
That it’s dreadful imposition, comes blacking in my mind.

And that I see a darkness.
And that I see a darkness.
And that I see a darkness.
Did you know how much I love you?
Is a hope that somehow you,
Can save me from this darkness.

Well, I hope that someday, buddy, we have peace in our lives.
Together or apart, alone or with our wives.
And we can stop our whoring and pull the smiles inside.
And light it up forever and never go to sleep.
My best unbeaten brother, this isn’t all I see.

Oh, no, I see a darkness.
Oh, no, I see a darkness.
Oh, no, I see a darkness.
Oh, no, I see a darkness.
Did you know how much I love you?
Is a hope that somehow you,
Can save me from this darkness.

La poesia semiotica di Epaminonda

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Ci sono dovuta andare due volte a vedere Haris Epanimonda, in mostra ancora per pochissimo (fino al 12 gennaio) all’Hamburger Bahnhof, prima di scrivere questo articolo. A Berlino  ha riproposto Chapters, l’evoluzione di Chronicles, un lavoro già presentato a Zurigo nel 2010. Definito da molti un capolavoro, il progetto Chapters-Chronicles nel 2011 era alla Kunstalle di Francoforte, l’anno successivo al Moma di New York, ora a Berlino selezionato nella sezione Preis der Nationalgalerie für junge Kunst 2013. Quella di Epaminonda, artista cipriota classe 1980 di base a Berlino è un’istallazione video della durata (ARGH!!!!) di quattro ore. I televisori sono quattro, uno in una sala, tre in un’altra. E salvo a non avere due occhi su ciascun lato del collo, è pressocché impossibile guardarne più di uno per volta. Ciascuna stanza ha il suo audio distinto fatto di semplici gong, che hanno il potere di alzare e abbassare la tensione a seconda delle immagini che scorrono in video: dall’ansia alla paura, dall’irrequietezza allo sgomento, intervallati con brevi momenti di serenità. Si accede all’istallazione tramite un corridoio bianco, quasi del tutto spoglio.
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Qua e là si intravedono pezzi di metallo scuro molto sottili, geometrici, eleganti, longiformi. E già si ha addosso il disagio. E poi arrivano le percussioni, regolari, irregolari, in sincrono con i video o fuori sincrono. I televisori trasmettono vasi, cascate, tramonti sul mare, oggetti antichi, uomini e donne del passato, geishe e mogli del presente, rovine, paesaggi aridi del Mediterraneo, interni di case di cipriote, palme, zebre. I frame hanno lunghezza diversa, succedono delle cose: il mare si muove, gli uomini del passato parlano, il vento solleva la gonna di una geisha, avvengono diversi rituali misteriosi. A noi non è dato di capire il perché. La linearità narrativa è volutamente annullata. Tutto avviene molto lentamente e inesorabilmente. Questa lentezza qualche volta si blocca. Stop Motion, dicono quelli esperti di video, ma il sangue, nelle vene nostre e in quelle degli attori (zebra compresa) continua a fluttare.
Passando da un video all’altro si ha la sensazione che parlino tutti della stessa cosa, si viene addirittura tratti in inganno dalla possibilità che trasmettano in loop, le stesse immagini in sequenze diverse. In realtà le pellicole sono quattro, quanto i televisori. Ciascuna dura, lo ripeto, quattro ore, E sono una lunga rielaborazione di tutte le immagini di repertorio che l’artista ha girato a Cipro, nell’infanzia, nell’adolescenza, l’altro ieri. In un’intervista pubblicata in occasione della personale al Moma Epaminonda ha spiegato che con questo lavoro ha tentato di costruire connessioni astratte tra le cose e il passare del tempo attraverso una metodologia semiotica, che arriva dal linguaggio: “I see these works semantically, close to how one would form sentences, and attempt to go beyond the concept of mere documents”.
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Come ha spiegato la curatrice di Zurigo Francesca Di Nardo, nella simbologia di Epaminonda c’è sempre una realzione dualistica: “Per un uomo che scava una buca, un gruppo di giovani costruisce una struttura piramidale, a una coppia di geishe risponde una coppia di servitori dai vistosi orecchini a pendaglio, a una diafana figura femminile vestita di un’arancione sgargiante attorniata da due pappagalli, si contrappone una statuaria bellezza nera che si dipinge sulle gambe le striature di una zebra”. E così via… I gesti coreografici avvengono in una cornice minimal dove però non mancano mai oggetti feticcio come amuleti, gioielli, tessuti. Il tutto rende il nostro viaggio, mentale, maledettamente malinconico. E senza senso.

Die schönste

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“Combattere col cuore è duro, perché quel che esso voglia, lo compra a prezzo dell’anima”. Eraclito

Metti un giorno a Dresda

Già lo sapete. La Crisalide d’aria è l’interspazio cerebrale, tra una membrana, una stringa, una sinapsi e tutte le altre dove lubrificare energia, creare ossigeno, mentenersi vivi. E poco importa che l’olio stia a Berlino, Milano, New York, che sia nuovo o d’annata. Così per il nuovo anno Crisalide è andata a Dresda. La chiamano la Firenze dell’ELba, pure se assomiglia a Budapest. Dicono che sia un covo di nazisti, di fatto africani e kebap per strada non ce ne sono. Più facile incontrare un tedesco con le guaciotte gonfie di birra, che non parla inglese, affiancato da moglie in pelliccia, alla guida, lui, di un mercedes verde smeraldo.
Per quanto ce ne sarebbe di male da dire su Dresda, la capitale sassone ha due pregi: si è collezionata un bel gruppo di quadri, una volta ai tempi di Augusto il forte (‘700) ha abitato un orafo, tale Johann Melchior Dinglinger, che ha usaato i noccioli di ciliege più o meno come Michelangelo usava il marmo per farci la Pietà.
Passeggiare per la città è semplice. Il bello sta tutto vicino nella Alte Stadt: il giardino dei ricchi, la pinacoteca, la chiesa di nostra signora (unsere Frau!), le birrerie.
Della Pinacoteca ricordo me ne parlavano anche i professori al Liceo. E pure se non è contemporanea per un cazzo, tiene testa a Uffizi, Galleria Borghese, o Brera. Certo, direte voi. Facile avere una Pinacoteca figa se poi dentro ci metti Raffaello, Giorgione, Canaletto. Questi per la precisione.

MadonnaSistina

venere

canaletto

Per stare un po’ esotici c’era pure qualche vellutatissimo Vermeer;

Vermeer

o quel comunista di Liotard, che con un vassioio ci ciccolata calda trasformò una cameriera in una star.
liotard

Eppure la cosa che ho amato più di Dresda – oltre alla rievocazione storica del bombardamento alleato del 1945 (città rasa al suolo, 20mila morti) che si tiente ogni anno la notte di capodanno sulle sponde del fiume quando città nuova e città vecchia fanno a gara a chi ce l’ha più lungo lanciandosi da parte a parte rauti, fuochi e varie sorte di razzi – dicevo a parte questo, ho amato tanto i noccioli di ciliegia usati dal nostro orafo di corte.

dresden

Detto questo, credo, in generale, che non sia una gran consolazione scoprire che solo tu, e nessun altro, sei il gesù cristo di te stesso. Per questo vi dedico Johnny Cash per questo 2014.

Ciao

Foto del 08-12-13 alle 17.38

Sto per lasciare Facebook. Non so se sarà per un giorno un anno una vita. La mia rivoluzione umana è cominciata. Ho meno voglia di sigarette, voglio tornare a respirare profondamente e a sognare le spiagge di notte. Ascoltando Solitary man, Johnny Cash. Mi trovate sempre qui: vita.laroux@gmail.com 0049 0179 3752328, Falckensteinstrasse 33 Berlin. E il mio cuore è sempre aperto. Ciao ragazzi. Mi avete fatto ridere molto ❤

Dear all. I will take a break from Facebook. That is my achievement for 2014. You can reach me any time you want: vita.laroux@gmail.com 0049 0179 3752328, Falckensteinstrasse 33 Berlin. My heart is always opened. My door too! Love and Peace.

Liebe,
Ich möchte eine Pause von Facebook nehmen. Ich bin immer erreichbar: um zu chanten, um Berlin spazierenzugehen, um alles der Ausstellungen zu besuchen.  Am Winter, am Sommer, am Tag, am Nacht, mit der Sonne, mit dem Schnee. vita.laroux@gmail.com 0049 0179 3752328, Falckensteinstrasse 33 Berlin. Lg.

2013

moderat
E’ stato senza dubbio un anno strano.
Niente iPhone che mi tenesse incollata alla rete 24 ore su 24. Niente iPod che mi facesse ballare per strada.
Tanta Chemio. Poche discoteche. Tanto oriente. Poco shopping. Ma la musica per fortuna non mi è mancata.

1) Lay in a shimmer – Pantha du Prince
2) Mùm – Loksins Erum Við Engin
3) Don’t let me be missunderstood – Nina Simone
4) The man comes around – Jonny Cash
5) Les grand marches – Moderat
6) Merry Christmas Mr Lawrence – Ryuchi Sakamoto
7) Fur Hildegard von Bigen – Devendra Bahnart
8) Reflektor – Arcade Fire
9) Let in the light – Moderat
10) Sapphire – Bonobo

Fuori serie due album per interi: The Eraser di Thom Yorke e Kveikur dei Sigur Ros.

I grazie a SilviaFrancescoEnzo김평화KornardRadioEinsEuplioKalina

Questo inverno è tutto uno zaffiro

berlino

La mia città a colori

berlin1900
Volevo solo mostrarvi Berlino a colori nel 1900.