Man, artista dell’anno

Image

E questo sarebbe l’artista dell’anno. Victor Man, da domani primavera in mostra fino a tardo giugno alla Deutschebank Kunsthalle (ma perché scrivo una cosa che finisce in –bank e mi viene subito la diarrea, mannaggia!).

Man arriva da Cluj, compirà quest’anno 40 anni. In teoria, stando a quanto si legge sui comunicati stampa della suddetta banca (colite, di nuovo) quest’uomo approfondisce il rapporto tra uomo e iconografia in epoca moderna. Io cercherò di capire se si trova nei suoi dipinti qualcosa che ha a che fare con questa memoria – mente collettiva, con una diversa concezione del tempo, e con una diversa percezione del vivere. Andrò vedrò e vi dirò. Lo scorso anno era stato il turno di Qureschi. E lui nonostante la parola che finisce in -bank, mi era piaciuto un bel po’. DOmani, crisalidedaria on air alle 11 su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/.

Basquiat, il bambino radioso

Canticchio Bob Dylan, sogno il Village nel 1979, e vi appiccico un capolavoro raro, firmato Basquiat, Wahrol, Clemente, dal titolo Origins of cotton, mentre giro lo speech della puntata di crisalide d’aria n. 5 andata in onda la sera del 18 marzo 2014 che andrà in replica 21 marzo alle 11, giusto in tempo con la primavera.
Origin-of-Cotton_759

Puntata n.5 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 18 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 21 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 5 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 18th, 2014 7-9pm. In reply Friday, March 21st, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 5 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 18. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 21. März 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

Basquiat è il più rockettaro dei pittori. E’ nato nel 1960 a New York, è morto nel 1988 a New York per un overdose di eroina. A soli 27 anni. Lui assieme a Keith Haring, ha portato l’arte dei graffiti nelle gallerie e nei musei. E considerata la morte e l’età rientra a pieno titolo nel club di Amy Winehouse, Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin.
Prima dei rockettari del rock, i rockettari erano i pittori. Prendiamo ad esempio Van Gogh. Uno che fino a 30 anni fa un po’ l’insegnate un po’ il mercante d’arte ma non il pittore, poi scopre il suo talento, produce un monte di quadri, se ne contano più di 800, diventa matto, dipendente da assenzio e alcool, sembra avesse schizofrenia, sindrome bipolare, sifilide. Muore a 37 anni per ferita d’arma da fuoco, presumibilmente auto-inflittasela.
Oppure Jackson Pollock, quello dell’action painting, che ha inventato la pittura del dripping della sgocciolatura, pure lui è morto prima del tempo. Era un alcolizzato, fu espulso da suola per indisciplina andò a morire a 44 anni a un miglio dalla sua casa a Long Island schiantandosi ubriaco con la macchina. E per finire cito Marc Rothko. Nato in Lettonia si trasferisce da piccolo negli Stati Uniti. E’ quello che fa queste tele mono cromatico di nero su nero, bianco su rosso, rosso su rosso, giallo su giallo. Le sue opere sono tra le più pagate al mondo. Un Rothko nel 2007 è stato venduto a 73 milioni di dollari. Lui si uccise tagliandosi le vene nel 1970, aveva 67 anni.
Adesso però torniamo al nostro Jean Michel Basquiat e voliamo un attimo nella Factory di Andy Warhol, dove Basquiat ci aveva passato un bel po’ di tempo.

Dove andavano molto di moda i Velvet Underground. E pure l’Heroin.

La New York dove nasce e cresce Basquiat è quella di cui si parla nel film Taxi drive. Siamo alla fine degli anni ’70. La grande mela è un posto pericoloso. Manhattan era un posto pericoloso, fatto di criminalità, droga, eroina, prostituzione. Nel centro, nel Village precisamente attorno a questo stradone perpendicolare che si chiama la Bowery, vivano questo artisti tutto fare, li chiamavano i Downtown 500, un gruppo di 500 artisti che si conoscevano tutti tra di loro, che facevano film, scrivevano poesie, erano pittori, o erano studenti di arte alla Columbia University, o vivevano di niente quindi vivevano in case occupate e mangiavano come i clochard dalla spazzatura: Questo il caso di Basquiat. Che scappò di casa la prima volta a 15 anni quando i genitori si separarono. I suoi genitori, padre di Haiti e madre afro-portoricana, quindi per chi non avesse mai visto una foto di Basquait sottolineo che è di colore e poi vedremo anche come questa cosa ha influenzato la sua breve, intensa vita carriera, non erano poverissimi, se è per questo il padre era un ragioniere famoso di New Jersey, ma i dissapori tra Jean Michel e Gerad talmente tanti che preferisce vivere di niente. Alla fine il mondo della strada è dei neri quello delle gallerie d’arte prima di lui era solo esclusivamente bianco. Bianco occidentale. Era il 1980. Siamo a New York e mi fa un po’ strano credere che c’è un ragazzo di colore che deve sgomitare per farsi largo tra i bianchi. Comunque dopo qualche anno di vita in strada attorno a Union Square, mentre disegna cartoline a mano e venderle per fare due spicci, quando conosce questo tipo il graffitaro Al Diaz e assieme fondano questo doppio collettivo Samo. Poesia di strada.

Prima di parlare i Samo ascoltiamoci Blondie. Heart of Glass. Fu proprio Deborah Harry, ex coniglietta di playboy, attrice del film di Cronenberg Videodrome, che comprò il primo disegno a Basquiat, pagandoglielo 200 dollari.

Diaz e Basquiat cominciarono a scrivere sui muri del village. Il primo scopo di fare graffiti è la fama. Se io ho il controllo del quartiere, qualcuno prima o poi mi noterà. Il Soho news pubblicò un articolo con i loro graffiti e gli dicono di farsi avanti. Loro si faranno avanti e furbetti, venderanno la loro storia, che per altro era vera, per 100 dollari. Avevano bisogno di soldi. Questo ho capito di Basquiat. Lui che pure non veniva da una famiglia povera, dentro casa sua c’erano i libri di filosofia, vista la sua vita di strada, aveva un disperato bisogno di soldi. Oltre a vendere cartoline il ragazzo dipingeva Tshirt e si prostituiva pure. Qualche volta. E dopo il Soho news, nel 1978 arriva addirittura il Village Voice a pubblicare un’intervista su questo strano Samo.
Definire le scritte di Samo “graffiti” non era più appropriato. Erano delle Tag accompagnate da frasi ad effetto spesso apparentemente senza senso con contenuti poetici e erano poco pittorici. Samo stava per Same old shit.
“Origin of cotton”
“Il silenzio assoluto come un odore pungente”
“Paga una prostituta costruisci un forte e dagli fuoco”
“SAMO come la fine della religione che ti lava il cervello, della politica inconcludente e della falsa filosofia”
SAMO come clausola liberatoria”
“SAMO salva gli idioti”
SAMO come la fine del punk in vinile”
“SAMO come alternativa al fare arte con la setta radical-chic finanziata dai dollari di papà”
“SAMO come espressione dell’amore spirituale”
“SAMO per la cosiddetta avanguardia”

Queste immagini mi fanno troppo pensare a New York e a un film bellissimo ambientato nel village diciamo un decennio prima, dal titolo I am not there, è una sorta di film sulla vita di Bob Dylan. E questa è I want you…

“Non avevamo soldi, viaggiavamo a scrocco dei treni. Così vivevano i ventenni che arrivavano a Nyc. Vivevo come capitava, racimolavo i soldi per terra, mangiavamo sempre gli stessi cheese noodles, tozzi di pane e vino con gli ubriaconi, non ho mai pensato di accettare un lavoro neppure partime. Se vivi controcorrente e fai un vita sovversiva è difficile tornare indietro. Allora pensavo che avrei fatto il mendicante per sempre”. Però siccome Jean Michel Basquiat era come dire uno che piaceva molto alle donne – ci tengo a ricordare che tra le donne che persero la testa per lui cera anche Madonna, sì la Ciccone che di lui disse: He was one of the people I was truly envious of… bit he was too fragile for ths world – molte lo come dire accoglievano in casa con loro. Così fece la storica fidanzatina Susanne Mallouk. Questa ragazza faceva la barista in uno squallido bar tra la seconda e la quinta, lui entrava e si appoggiava a jubox e la fissava, senza prendere mai niente per settimane indossava un lungo soprabito e i capelli rasta. E la leggenda vuole che un giorno fece un disegno per lei sul tavolino col Ketchup per sedurla. Insomma i due si fidanzano, e nel 1979 lui va a vivere da lei, tempo poco lei gli chiede di contribuire alle bollette, all’affitto, e lui ci prova pure mi pare a fare l’aiuto elettricista o l’aiuto idraulico. Dopo uno due giorni di lavoro torna distrutto a casa, crolla in un pianto dicendo che proprio non ce la faceva a fare un lavoro normale, lui voleva dipingere, e lei Susanne: Così abbiamo deciso che io avrei lavorato e lui dipinto. Le donne. Sante tutte

E ora cosa ci ascoltiamo… mumble mumble mumble…. Madonna. Isla Bonita. Caro il mio professore.

Ritorniamo a Basquiat. Un pittore rivoluzionario. Di colore, ex graffitaro ex artista di strada del Village new yorkese della fine degli anni ’70, quando New York era pericolosa, sporca, piena zeppa di droga e di criminalità da un lato, e fresca e vivissima sotto il profilo artistico. Erano gli anni della Factory di Andy Warhol, del club 57 di Bob Dylan e Patti Smith.
Citavo Andy Wahrol. Quando questo ragazzo aveva 18 anni, entrò sfacciatamente in un ristorante dove c’era Wahrol che stava pranzando con degli amici e prova a vendergli alcune delle sue creazioni. Cartoline ma fatte con polaroide decorate, ritagli di giornali. Andy gliene comprò un paio.
Ma la vera svolta nella vita di Basquiat arrivò nel 1980 quando a Time Square si organizzò una roba simile a un live-painting dove presero parte una 80ina di artisti, tra cui appunto Basquiat e Haring.
Qui che i due vengono notati da Annina Nosei. Annina Nosei è una donna giovane italiana, laureata in psicologia, con tesi su Marcel Duchamp, appassionata di arte contemporanea, aveva la sua piccola galleria a Soho, decise di provare a portare la street art nei musei. Così scopre questi due ragazzi al Time Square show – in realtà Haring aveva già come dire avuto accesso a un luogo più istituzionale della strada – e decide di far visita a Baquiat e vedere qualcosa dei suoi lavori.
Questa è buffa perché quando Annina Nosei ha raccontato di aver conosciuto Basquiat ed essersi recata a casa sua, della Susanne, si è accorta che non aveva neanche una tela dipinta. Jean Michel dipingeva sugli oggetti che trovava per strada: Porte, finestre, dove l’intelaiatura era la cornice e poi il vetro o il pannello il fondo del quadro. Dipingeva i vestiti di lei, su migliaia di fogli di carta, sul frigo. Sicché Annina gli fa: ragazzo mio io vorrei anche prenderti nella mia galleria ma qui c’è poca roba, a me servono delle tele, non posso portar via finestre, porte, frigoriferi. Basquiat le risponde, finanziami tu. E Annina, ottimo intuito di donna, sganciò sull’unghia 3mila dollari, gli mise a disposizione il seminterrato della sua galleria, gli diede due mesi di tempo per realizzare una ventina di tele (Annina Nosei ora sta a New York, vive in un appartamento immenso che affaccia sul West River di Manhattan, è tra le italiane più ricche in città – insomma quell’investimento le andò bene).
Finanziò la prima mostra. E’ chiaro che il nostro bambino di 20 anni era felice come una pasqua. Sì già prendeva droghe. Praticamente le aveva prese da quando è nato, era già molto conosciuto negli ambienti underground del village per via della sua storia da graffitaro e ex ragazzo di strada. Ma rimaneva uno straccione e questa era la sua grande occasione. In una sera, quella della inaugurazione della mostre, vedette tutto. 200Mila dollari in un colpo solo.

Andiamo con American Land, Bruce Springsteen. Ieri era san Patrizio ragazzotti. E San Patrizio mi fa pensare agli irlandesi che costruiscono New York.

Proviamo a descrivere le opere di Basquiat. La crisalide d’aria, amici ha smesso di fumare da tre giorni, ho talmente tanto ossigeno nel cervello che mi sento drogata. Cioè se le infiltrazioni di ossigeno che fa l’arte contemporanea fossero come smettere di fumare,
Qui nascono i suoi teschi, gli scheletri, i buoi televisori, gli uomini antenne, i bidoni robot. La prima persona a cui volle mostrare i suoi quadri fu suo padre, la sua prima esposizione pubblica, fu da Annina Nosei. “Sai descrivere e tue opere” non credo sia possibile, è come chiedere a Miles Davis di chiedere come suona la sua tromba.
Robert Ferry Stomson.
Aveva un talento speciale a prendere le sue esperienze di strada e trasferirle in arte. Il suo bagaglio culturale era superiore alla media. Molti si stupivano di fronte alla sue conoscenze e non capivano da dove le avesse pescate, quello dio santo faceva il mendicante. Sapeva anche un po’ di francese e di spagnolo…
Anche Picasso era cresciuto per strada e parlava catalano spagnolo francese. E per tornare alla prima opera che è piaciuta a Basquiat, be’ il Guernica di Picasso.
Sto ragazzo da piccolo voleva fare il fumettista.
A un certo punto a cominciato a citare gli artisti che apprezzava. Dalla Gioconda di Leonardo, a una stilizzazione della venere d Milo. Quando disegna i grattacieli di Nyc li disegna bene, molto semplici, stilizzati, grigi, neri, poche finestre e poi è come se a un certo punto gli prende un attacco isterico e in un lato del quadro si mette a distruggere la pace, no. Come se questa città avesse i suoi problemi di insonnia di dipendenze di smog, che ne so. Utilizza moltissimo le parole. Parole senza senso, parole come simboli decorativi. Urine, Mary Boone, Charlie Parker. Lui teneva il pennello come lo tengono i bambini, lo impugnava a tutta mano e lo muoveva sulla tela, con tratto sicuro ma insicuro. Io per esempio quando disegno senza senso ho la tentazione di replicare le forme morbide della natura, tipo le onde, i mondi il sole, i frattali degli alberi. Lui replicava New York. Quadrati, triangoli, corone, simboli geometrici numeri seriali, lettere seriali, pezzi di essere umano. Ci sono molte cose su fondo nero. Però perché lui nero. Gli occhi dei suoi teschi sono spirali. I denti sono tabelline. Molti dei suoi esseri hanno l’aureola (sua madre era religiosa e disegnava spesso immagini bibliche).

Ora i Pulp. Un po’ di anni ’80 Like a Friend.

Quando Basquiat accede alla galleria di Annina nosei ha 20 anni. Otto anni dopo muore. Cosa succede ne frattempo. Questo è il problema. Leggeva Mark Tawin e William S. Burroughs. L tecnica di frammentare le informazioni. Prendete un giornale tagliatelo in quattro parti, e ricomponetele in mixando le parti. Lui che usava una fracca di parole questa roba di Burroughs gli piaceva un bel po’. Anche se questo ragazzo stava fuori tutte le sere a bere, drogarsi, anche se quando era in casa dice che accendeva la tivù, accendeva la radio, prendeva un libro e lo leggeva pure, bene, lui aveva sempre tra le mani un blocchetto per gli schizzi dove appoggiare le proprie idee. Tra l’altro anche ben concentrato.
Ma se qualcuno disgraziatamente, come è capitato si recava nel suo studio (soffitta di Crosby street dove viveva con Susanne) e gli commissionava una quadro, chiedendo che fosse il linea con i colori del divano o della tappezzeria, lui li mandava via in malo modo e lanciava loro anche oggetti dalla finestra, una volta che erano scesi giù in strada. Nel frattempo lui che va detto era un gran calcolatore, dopo solo un anno abbandona la Nosei e passa tutte i galleristi più fighi di New York, se lo litiga tutta la creme dell’arte contemporanea di Nyc. Dalla Gagosian Gallery (Larry Gagosian) Alla Mary Boone, passando per lo svizzero Bruno Bishopberger che gli presenterà ufficialmente e per la seconda volta Warhol. Con la Gagosian mette anche il suo primo piedino a Los Angeles. A Hollywood. E addirittura arriva in Italia per questa collettiva sulla Transavanguardia assieme a Francesco Clemente. Nel 1982 va a Kassel, Documenta, nel 1983 arriva al Withney Museum. Nel giro di due anni passa da morto di fame a milionario. Lasciava ancora i soldi, migliaia di dollari, in giro per casa li nascondeva in mezzo ai libri, non sapeva neanche aprirsi un conto in banca… Faceva i soldi ma si faceva pure una valanga di pippe mentali: Tipo Julian Schanbel fa le mostre al Whitney museum e io no…. (Schnabel è ancora vivo, sta a Brooklyn e ha 62 anni, l’età di mio padre).

Prossimo brano, Questa l’ho tirata fuori rivedendo Factory Girl, That’s the way it’s got to be (1965)
A dopo my love ❤

Voglio fare un volo pindarico che un po’ c’entra. Perché siamo a Berlino e a Berlino c’è il monumento più visitato di tutta la Germana. La East Side gallery non è solo il pezzo di muro di Berlino più lungo rimasto a Berlino (1,3 chilometri tra Ostbahnhof e Warschauer strasse), anche la galleria a cielo aperto più estesa al mondo. Quello che non tutti sanno è che purtroppo è anche una gran patacca. Torniamo indietro negli anni. Siamo nel 1990, questo pezzo di muro era ancora in piedi. Era una enorme tavolozza bianca. Le associazioni di artisti dell’est e dell’ovest per celebrare la riunificazione delle due Germanie hanno chiamato altri colleghi provenienti da 20 Paesi, per realizzare una sequenza di oltre 100 murales. La gallery nasce come un’operazione culturale ma anche commerciale. Ciascun murales una volta realizzato doveva essere ceduto a un altro Paese e lì poi messo all’asta. Insomma la East side gallery nacque per essere smantellata, anche perché almeno allora, i berlinesi non avevano nessuna voglia di vedersi ancora un muro attraversare la città. Di fatto la qualità delle opere d’arte era quelle dei murales. Ovvero vernici di serie b su parete già corrose da un meteo, che ve lo assicuro, qui d’inverno, sa essere impietoso,
Già a fine anni ’90 i murales originali risultavano danneggiati, e altri writers hanno cominciato a scarabocchiarlo. Per questo nel 2008 la East side gallery fu sottoposta a un’inedita operazione di restauro. Vennero levigate le pareti, rinforzate le ossature metalliche e bonificato il calcestruzzo. Risultato? ( i vecchi murales andavano tutti rifatti. 85 artisti (i sopravvissuti dei 118 originari) furono richiamati a Berlino per ridipingersi il murales. In cambio di un assegno di 3000 euro e di un biglietto aereo per Berlino. Molti distorsero il naso e non si presentarono all’invito della galleria. Altri polemicamente ritornarono a Berlino ma anziché replicare gli originali ne realizzarono altri.

Prossimo brano. More than I feeling. La canzone di JD, del dottor Cox, Turk. I tempi di Scrubs (dovevo alleggerire).

Jean Michel Basquiat fa colpo, anche sessualmente su una persona: Andy Warhol. Colui che nel frattempo aveva in mano la Factory, che aveva scelto di non dipingere mai più (erano anni in cui si occupava di dirigere i video in sequenza all’interno appunto della Factory), eccolo a pendere dalle labbra di questo ragazzo. E questo ragazzo che veniva dalla strada che improvvisamente si scopre un milionario. Non riconosce i vecchi amici, sta sempre più sulle sue, si droga dalla mattina alla sera. Ricordo: passano 8 anni da quando viene scoperto a quando muore di overdose. Però a lui non era concesso fare un quadro e basta. A lui veniva chiesto a partire dal 1982 di fare solo capolavori. E qui, a questo punto che comincia ad assumere eroina. Cioè, lui altre droghe le prendeva e sapeva benissimo gli effetti dell’eroina, cominciò proprio per rispondere alle aspettative di un mercato mangia anima.
Voglio dire un’ultima cosa. Negli anni’80 i neri a Nyc erano ancora vittima di razzismo. Un amico della sua Susanne, graffitaro, una sera viene beccato dalla polizia, menato, tanto finisce in ospedale e poi muore. Basquiat quando veniva intervistato, molto gli dicevano: Hey ma non è che c’è una sorta di animo scimmiesco nei tuoi lavori? Ovviamente no.. ma ma era la domanda che tutti i giornalisti gli facevano per non so quale ragione. Ma a un certo punto ha cominciato effettivamente a raccontare personaggi di colore. Neri. Spiega perché c’è un re nero nel mondo e il mondo non lo celebra.

Superstar, ispirata dal film Juno. Non chiedete altro, Ieri, quando preparavo la puntata ho dovuto bere tanta vodka per non accendermi una sigaretta che voi non avete idea.

Diffidava di molte situazioni, gli vendevano i bozzetti all’asta, molte persone cominciarono a stargli vicino per sfruttarlo, ma lui d’altro canto non riusciva a liberarsi Non aveva gli strumenti per navigare in un mare di merda. Ha cominciato a viaggiare Hawai Maui, papino, distacco dal mondo, distacco da Nyc.
Considerava il mondo dell’arte come un mondo di cani. Allora provò anche con Los Angeles. Lasciò la soffitta dove viveva con Susanne e si trasferisce in un atelier proprio di Warhol. Andy Warhol lo aiutava su tutto, a un certo punto questo due decidono di organizzare una mostra (Attenzione i due ora sono anche amanti) Basquiat era il genio, Andy il cagnolino. La doppia mostra fu stra-criticata. La stampa diceva chiaro e tondo che Basquiat era il servo di Andy, d’altrocanto fu Basquiat a spingere a Andy a tornare a dipingere. Siamo nel 1984. Fanno assieme questo Bananas, China, e con Clemente un anno dopo Alba Breakfast (Di nuovo il simbolo della General Electrict)
Nel 1987 Wahrol muore per un intervento alla cistifellea. Un intervento di routine, non sarebbe dovuto succedere. Invece è successo. Basquiat da allora non si è più ripreso. La droga diventò il suo pensiero fisso.
Basquiat non vive molto dopo la morte di Andy. Annina Nosei dirà che lui ha fatto i suoi capolavori maturi a 27 anni, cazzo. Fa cavalcare scheletri su scheletri di cavalli, ragazzi se esiste un evoluzione di Picasso (e lui amava Guernica) bene, allora quell’evoluzione è Basquiat. I lavori erano meno chiassosi, più rarefatti. Maturo. Però nel suo rinchiudersi in se stesso, nuova fidanzata, Hawai col papà, promette a tutti i suoi galleristi di pulirsi dalla droga. Ma non ce la fa. Torna a New York, nell’estate del 1988. Un posto di merda l’estate a New York negli anni ’80.

E ora Weekend Wars, un weekend di guerra. MGMT. Capolavoro di qualche anno fa. Io ero a Amsterdam.

Di cosa parliamo la prossima puntata? Vogliamo parlare di Maurizio Cattelan? Maybe.

“Il silenzio assoluto come un odore pungente”

jean-michael-basquiat
Questo è Jean Micheal Basquiat. Martedì prossimo, alle 19, su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/. Milioni di Baci. Notturni. Metropolitani.

Hannah, e la banalità del male

hannah

E fumavi mille sigarette passeggiando nei boschi. E fumavi mille sigarette mentre pensavi. E amavi in tuo uomo che ti amava sopra ogni altra cosa, e non sapevi cosa volesse dire amare il popolo, il tuo, amare la patria, la tua. E dicevi che il male perggiore del mondo è il male commesso dai “NESSUNO”, e dicevi che il carnefice, Adolf Eichmann, non ha sterminato. Nossignore. Lui ha solo obbedito alla gerarchia. Lui ha semplicemente non ha pensato. E che drammaticamente, il male è una cosa banale.

Ai Weiwei, uno che non chiede scusa a nessuno

Image

Puntata n.4 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 11 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 14 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 4 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 11th, 2014  7-9pm. In reply Friday, March 14th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 4 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 11. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 14. März 2014 11 Uhr. Ich liebe dich!


(Oggi amici ci faremo una scorpacciata di femmine con i controcoglioni per festeggiare a modo nostro il Frauentag dell’altroieri. L’artista di cui parleremo è masculo, ma la musica tutta femmina l’abbiamo scelta. La prima era Nina Simone, the best, e non sapete cosa vi aspetta nel corso della puntata, ora via con la crisalidina d’aria, tutta ossigeno tutta frizzante)

Nina Simone: Dont let me be missunderstood

Ai Weiwei l’artista cinese più famoso al mondo. La Cina, oggi come oggi è lo stato più potente del mondo. Il prossimo 3 aprile il Martin Groupius Bau aprirà una mostra a lui dedicata. Eppure, ciononostante, stando le cose come stanno, non potrà prendere un aereo per venire a Berlino. Almeno fino ad oggi. Questo perché dopo averlo imprigionato per otto mesi nel 2011 (tecnicamente per evasione fiscale) oggi non ha ancora il Reisepass per uscire dal Paese. Tecnicamente le autorità tedesche si stanno muovendo per portarlo qui. E noi nei saremo stra-felici. Io mi metto sotto l’albergo e un bacio in bocca glielo do.
Allora cominciamo dal principio, vuoi perché conoscete Ai Weiwei? Io per esempio lo conoscevo, prima di decidere di fare questa puntata, per tre cose: lo stadio a forma di nido d’uccello, un groviglio di metallo, realizzato per le olimpiadi di Pechino nel 2008, l’istallazione fighissima del 2003 a Tate Modern a Londra di cento milioni di semini di girasole, di porcellana fatti a mano da 16mila persone in due anni e mezzo, e per il fatto che nel 2011 a un centro punto lo hanno arrestato per 8 mesi con la scusa dell’evasione fiscale.

Non è solo un artista, è fotografo, scultore, disegna vestisti, è un esperto di pietre preziose, un commerciante di porcellane antiche, e un architetto, è un architetto del paesaggio.
C’è un motivo per cui non ci sono molto persone come Ai Weiwei in Cina, e la ragione è perché è rischioso. Oggi lui trascorre maggior parte del suo tempo davanti a twitter. Il suo blog fu chiuso dalle autorità cinesi nel 2008. Da allora tutta la sua vita è controllata: telecamere davanti casa, telecamere davanti il suo studio, telefono, contocorrente. Tutto. Anche i giornalisti della BBC, quello che ha realizzato il documentario Without fear or Favor, non hanno mica potuto incontrarlo. E alla fine le interviste si sono svolte via internet. E lui ama internet. Ritiene che oggi è uno strumento necessario per gli artisti che vogliono esprimersi liberamente.

Patti Smith: Free money

I guai di Ai Weiwei, e la sua fama a livello internazionale cominciano quando dopo un terremoto nel 2008 nella provincia dello Sichuan magnitudo 8 scala Richter uccise una roba come 250mila persone. Quello del 2011 in Giappone un grado in più, la più violenta scossa di terremoto mai registrata da quando abbiamo le tecnologia, ha ucciso 20mila persone, per dire che i giapponesi sono meglio organizzati. In quel terremoto crollarono molte scuole e morirono migliaia di bambini, tra le macerie si intravedevano migliaia di zainetti. Allora Ai Weiwei decise, in memoria di quei ragazzi di fare un murales un po’ particolare, un’istallazione di novemila zainetti di scuola blu rosso giallo verde, che ricoprivano un’intera facciata del museo di arte contemporanea di Monaco, qui in Germania. Sullo sfondo degli zaini blu spiccava la scritta per ideogrammi cinesi che recitava: “ha vissuto felice in questo mondo per sette anni”. Quale modo più tenero e umano per raccontare la morte di migliaia di bambini se non una frase di dolore di una madre che aveva perso sua figlia? E anche se i cinesi sono abituati alle tragedie di massa, quel terremoto scosse anche loro. I genitori erano arrabbiati. I militari recatisi sul luogo del disastro cosa hanno fatto? Hanno bruciato i corpi in fretta e in furia. Insomma centinaia di persone che un attimo prima erano vive, sono scomparse nel nulla. Prima morte, poi bruciate. Neanche mezz’ora per farsi un pianto sui loro corpi devastati. L’intera lista degli scomparsi, come se non bastasse, non era e non era accessibile perché considerata segreto di stato. Ai Weiwei voleva quei nomi. Voleva condannare quello che ha definito lui stesso la vergogna degli edifici fatti col tofu. L’artista riuscì a recuperare i nomi, pubblicò la lista dei bambini sul suo blog e chiese ai suoi followers di recitarli ad alta voce, registrando con un microfono e riuplodando il suono di tutti quei nomi di tutti quei bambini sul blog. E il governo gli chiuse il blog. Ora però voglio farvi ascoltare una canzone di Skirt, Ursula Mauer, mia vicina di casa buddista, di origine rumena, donna con gli occhi più belli che io abbia mai visto. Parla di sua zia, imprigionata dai russi, durante gli anni del socialismo. E di come lei che aveva davanti a casa sua il treno che portava a Berlino, verso l’ovest, anche quando ha potuto è rimasta lì-

Ursula Mauer: The End of the start

La storia degli zainetti di Ai Weiwei ha un seguito. Uno degli attivisti che protestava contro la corruzione del governo cinese che nel settore immobiliare continuava ad appaltare scuole a società che al posto del cemento usano il tofu e al posto degli ingegneri chiamano i giocatori di briscola, viene arrestato. L’artista si reca nella città dove l’attivista era detenuto per testimoniare in sua difesa. Siamo nell’agosto 2009. E una notte 3000 poliziotti fanno irruzione nell’albergo dove stavano gli attivisti, compreso Ai Weiwei, e gliene danno di santa ragione, un po’ stile scuola Diaz a Genova. E quando qualche giorno più tardi il nostro eroe si reca a Monaco per l’inaugurazione dell’istallazione degli zainetti, va dritto in ospedale senza passare per il museo, causa emorragia cerebrale. Ci sono alcune foto che circolano da anni nella rete: tutti selfie di Ai Weiwei, uno che si fa una foto contro la specchio di ascensore, un’altra di lui in ospedale con in mano una sacca di sangue. Bene la prima se l’è fatta nella notte del blitz della polizia in quella specie di scuola Diaz, la seconda appunto quando è stato operato d’urgenza alla testa dopo le botte ricevuto.

Passiamo alla prossima canzone che è meglio. Allegre allegre allegre vi voglio, a cantare tutte con Régine Chassagne, quella grand figa degli Arcade Fire compagna moglie di Win Butler. Questa è sprawl 2.

Ai Weiwei nasce nel 1957. Nella metà degli anni ’60 comincia quella che va sotto il nome di rivoluzione culturale. Mao Tze Dong capo del partito comunista e presidente della Repubblica si adopera per ripristinare l’applicazione ortodossa dei principi marxisti e leninisti, perseguitando i moderati del partito. Ne fanno le spese per decenni intellettuali, politici, esponenti della classe dirigente. Ai Weiwei nasce lo stesso anno che suo padre diventa uno dei target, uno dei perseguitati della campagna di Mao. Piccola parentesi, il direttore del Martin Groupius Bau, in un’intervista di qualche settimana fa, presentando l’arrivo dell’artista cinese ha detto due cose molto interessanti: per capire questo artista dobbiamo tenere a mente le tre persone che lo hanno influenzato di più: suo padre, Andy Wahrol, quindi la pop art, Marcel Duchamp, quindi il Dadaismo o il rovesciamento degli schemi.

Cominciamo dal primo. Suo padre Ai Qing fu uno dei poeti più importanti della rivoluzione e membro del partito comunista, per questo un perseguitato da Mao. La sua devozione al partito fu messa in questione nel 1956 dopo aver scritto un poema breve dal titolo The gardners dreams, che parla di un fiore tra altri fiori discriminato. Finisce male. Il partito blocca la pubblicazione del libro e a lui lo mandano in esilio al confine con deserto del Gobi. Ai Weiwei cresce in una famiglia segnata, controllava sorvegliata. Suo padre non poteva più usare il suo nome per scrivere. Lo misero a pulire i cessi pubblici e fu costretto a bruciare tutti i libri che aveva, i suoi scritti da lui, e quelli della sua biblioteca. E’ chiaro che il figlio viene fuori un ribelle e si adopera tutta la vita per lottare contro ogni privazione di libertà. E non dimentichiamoci che ai tempi di Mao – 30 anni – l’uniche espressioni artistiche consentite erano quelle delle propaganda (cioè guardatevele su google, una schifezza totale).


Ritorniamo alle donne. Questa è Adele. Poi voliamo New York city.

A un certo punto Mao muore, è il 1976, il padre di Ai Wewei torna dall’esilio e viene per come dire, riabilitato a fare il poeta. Ai Weiwei che si era di gran lunga rotto i coglioni, decide di andare in America, a New York. Voleva sperimentare la libertà, assaporandola nel posto più liberale del mondo. La prima cosa che fa sono foto alla città. Alle persone emarginate ai barboni, agli hippie di Tompkins Square park, Alphabet city, east east Village a Manhattan. La sua rabbia contro il sistema e la polizia è talmente tanta che nel 1988 quando una retata della polizia in quel parco documentò tutta la violenza. Conosce Allen Ginsberg visita musei, scopre che ‘arte contemporanea può essere anche una roba concettuale.
E qui ritorniamo a Duchamp e Wahrol. Non produrre troppo, usa quello che hai, ma siccome sei un artista tu puoi dire questa è arte. Assunzione un po’ forte, ma fulcro della poetica di Marcel Duchamp. E’ quello che ha capovolto la latrina e l’ha trasformata in fontana, ha messo al centro di uno sgabello, in alto, la ruota di una bicicletta. La domanda non è cosa è arte, ma quando e dove.
Ai Weiwei comincia a produrre oggetti strani. Sgabelli che hanno le zampe arricciate sulle punte e assomigliano a polipi, la doppia scarpa, destra e sinistra allineate che si fondono una nell’altra quasi all’altezza del tallone, una cruccia di metallo, quelle per appendere gli abiti, a cui lui dà la forma di un volto, un piatto di porcellana che sembra come piegato a metà fatto di carta, con uno spigolo al centro. Come dicono i suoi curatori di allora, Ai Weiwei non era solo un genio, ma anche un precisone: che facesse la doppia scarpa, il piatto piegato o lo sgabello polipo, si assicurava di una definizione minuziosa dei particolari usando materiali di alta qualità, rifiniture di eccellenza.


Andiamo con Cat Power. Love and Communication, Amore e Comunicazione, un gran casino le due cose assieme, neh?

Mentre lui era in America, in Cina la gente, gli studenti, gli oppositori al regime scendevano in piazza Tiennammen a chiedere riforme politiche, più democrazia, più libertà. Loro erano entusiasti, volevano una voce, volevano essere rappresentati. Ai Weiwei al di là dell’oceano se ne rallegrava, senza muovere un dito. Lui in Cina non ci voleva ritornare. Fin quando un bel giorno lo chiama suo padre. Lui era sulla sedia a rotelle, lui sosteneva per come poteva il movimento studentesco. A inizio giugno del 1989 i tank entrano in Tienammen e cominciarono a sparare sui ragazzi. Il padre di Ai Weiwei comincia a stare male. Alla fine Ais torna a visitare suo padre nel 1993 che morirà nel 1996. L’artista racconta che doveva essere solo un viaggio go and return, lui con la Cina non ci voleva avere nulla a che fare. Ma i morti di Tiennamen hanno cominciato ha fargli risvegliare qualcosa, responsabilità chiamiamola così, e il padre gli ricordò che il suo disinteresse per la Cina era una forma di benevolenza nei confronti del Governo, che non se la poteva permettere. Appena tornato in Cina realizzò una serie di libri privi di casa editrice, privi di titolo, privi di ogni etichettatura editoriale, quindi illegali, li fece stampare a Hong Kong, diventarono un’icona di quel periodo. Erano una raccolta fotografica dei lavori, performance, creazioni di artisti davvero underground. C’è il governo e c’è la repressione, questi qui non potendo osare in piazza, si rinchiudevano nella cantine buie di Pechino e davano sfogo a questa urgenza di espressione artistica. Le foto di questi album sono davvero impressionanti, e tra l’altro, a parte qualche rara immagine su internet, non si trovano in giro, (Black, Grey, and White book)
Una ragazza che in piazza Tienammen si solleva la gonna e mostra le mutande (poteva morire sia lei sia il fotografo), uno che si tatua la carta di identità sulla schiena, una donna che mangia il bambino morto.


E dopo ‘sta botta ascoltiamoci Lali Puna, Together in electric dreams.

Ai Weiwei torna in Cina portando con sé quello che ha imparato in America. A Pechino fonda prima un collettivo artistico con altri colleghi e poi apre il suo studio di architettura Fake. E comincia a fare oggetti strani: Il tavolo con due piedi piegato, 2005, il due sgabelli fusi , 1997, o il grappolo di sgabelli del 2008, attaccati tutti dalla gamba in comune, Forever, 2003, un cilindro di biciclette.
Per capire il tavolo con due gambe l’ha fatto così: ha preso un tavolo di legno quadrato lo ha tagliato perfettamente nel mezzo, una metà rimaneva a terra su due piedi, l’altra metà si appoggiava alla parete con gli altri due piedi e poi lo saldava in centro. Il tavolo diventa così una panchina.
Nel 1995 ruppe un vaso cinese preziosissimo della dinastia Han. Era tutto un rievocare questa rivoluzione culturale che ha distrutto tutto e poi ha rincollato i pezzi cambiandone i connotati. E dopo la Cina si apre all’industrializzazione, all’economia, alla finanza, fino ai giorni nostri diventando la super potenza che è.
Comunque questa storia dei vasi ha un seguito. Lui nel 1995 si fa questa foto in cui rompe questo vaso risalente al 200 (no il 1200, il duecento proprio). Nel 2006 riprende il tema i vasi, tutti preziosissimi, tutti antichissimi, tutti costosissimi e per giunta tutti intatti e uno a uno li immerge nei colori o ci scrive Cocacola sopra (qua cita Andy Wahrol paro paro). Fate conto, li prende dalla bocca e ne immerge dal sedere per metà, poi li capovolge e lascia i colori colare in modo da creare delle line di colore, no. Una colorazione artificiale, fuori luogo, irrispettosa, come quello che la modernizzazione forzata ha fatto, sta facendo, alla Cina. E’ come se noi a un certo punto mandassimo degli skater a decorare con le bombolette spray tutta Pompei (i vasi Ai Weiwei se li era comprati non è che li aveva rubati a qualcuno). Una provocazione forte. Uno scandalo. Ciascuno di questi vasi, una 50ina circa, finiscono poi a collezionisti, gallerie, nei musei di tutto il mondo.

Meno di un mese fa un artista, dicono fallito, entra in un museo in Florida, dove sono conservati una decina di questi vasi ne prende uno e lo spacca per terra. Un milione di dollari in frantumi, titolano i giornali. Io personalmente, alla luce di quello che ha fatto l’artista cinese nel 1995, non credo proprio che Ais se la sia presa. Alla fine il nostro artista americano che tutti hanno giudicato sommariamente fallito, ha solo fatto una citazione. Ora però rischia cinque anni di carcere.


Ascoltiamoci la canzone che dà il nome al mio nome. Io mi chiamo Vita La Roux, per via di questa bimba qui: La Roux: In for the Kill

Nel 2009 Ai Weiwei con l’aiuto di uno studio di architetti svizzero disegna e realizza lo stadio che poi ospiterà i giochi olimpici, quello di metallo a forma di nido. Siamo ormai arrivati a un punto che Ai Weiwei è così famoso (aveva già fatto l’istallazione degli zainetti, era già stato picchiato dalla polizia cinese, aveva già rischiato l’ictus) che per come dire la commessa gli spettava quasi di diritto. Siamo a un punto della storia che la Cina, dove da un lato c’è la pena di morte per schiamazzi notturni, dall’altro vuole rispettare una specie di buon viso di fronte alla comunità internazionale.
Prima delle Olimpiadi, la Tate Modern di Londra gli aveva chiesto di fare un’istallazione. Carta bianca. Allora lui si reca per un periodo nel centro cinese della porcellana a sud di Pechino e decide di ingaggiare 16mila persone per due anni per farli fare milioni di piccoli semini di girasole. Sceglie la porcellana migliore sul mercato e la più costosa, e li fa rifinire a mano uno per uno. Ma voi lo sapete come si fa la porcellana? Si prende la pietra, pietra bianca grigia, la si frantuma con dei martelli di metallo, fino a che diventa polvere. Più è fine la polvere più di qualità è la porcellana. Questo composto poi lo si si mescola con l’acqua, la si mette in forme di pietra, nel caso dei girasoli con le forme di semini, la si mettere a cuocere nei forni a 1.400 gradi. Perché i semi di girasole? Perché il girasole era il cibo di milioni e milioni di cinesi poveri e affamati negli anni della rivoluzione culturale. Perché il seme di girasole era il simbolo di Mao Zedong, e del suo potere. Perché la Cina, dove la porcellana è stata inventata, è diventata il Paese per eccellenza della produzione seriale, e ahimè della produzione seriale di scarsa qualità, che siano magliette, bicchieri, comodini o tazze. E lui alla produzione seriale, ci appiccica la qualità delle edizioni limitate e realizza questo simbolo per la vita dei cinesi.
E a toccarli o camminarci sopra, raccontano da Londra quando poi i semini si sono fatti mezzo pianeta in aereo, era come farsi scorrere dei granelli di diamanti tra le mani, si viveva un’esperienza fisica, tattile senza precedenti. E dopo Londra, dopo Pechino, tutti credevano che Ais fosse intoccabile. Invece no. Un giorno, il 2 aprile del 2011 lo prelevano di forza dalla sua casa di Pechino e lo incarcerano. Di lui non se ne sa più nulla. Autorizzano sua moglie a incontrarlo una sola volta. Ci dice a noi Ovest che sta bene. Poi a fine giugno lo rilasciano su cauzione. Arrestato per evasione fiscale. Cauzione pagata dai suoi sostenitori. Ora è in regime di semilibertà. Ma deve pagare ancora una multa di non si sa quanto milioni di Yuan. Però forse ce lo mandano a Berlino.

Questa è Joan Beaz. L’ultima regina della lista. Here is to you, Nicola and Bart.

L’infinito, secondo voi

Image
In queste ore, tre anni fa, un mare violento si stava mangiano un pezzo di Giappone. E 20mila giapponesi. Come ogni 11 di marzo, riprendo un pezzo di quel dolore e lo riporto nella Crisalide fatta d’aria. Prima però ho bisogno di chiedervi due favori: aiutatemi a capire cosa è l’infinito. Dove lo dovrei cercare e in che modo. E in linea o in contraddizione con lo stare al mondo. Ditemelo qui, ditemelo su vita.laroux@gmail.com, scrivetemi stasera su ineedradiofunkhaus@gmail.com. E soprattutto non dimenticatevi che oggi alle 19 su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/ vi parlo di Ai Weiwei.
——————————-
Era il 18 giugno del 2011

Cerco di fare ordine con in pensieri. Tanto per cominciare non mi torna l’ora. Se in italia sono le 8 qua dovrebbero essere le una di notte ma considerato che mi sono svegliata tante ore fa, per recurare il mio accendino nel basement, poi ho fumato, poi ho dormito poi ho rifumato poi mi sono rimessa a letto, ho bevuto 5 bicchieri d’acqua, ho fatto due volte pipi, non può essere passata una sola ora. Credo c’entri con l’effetto fuso, e comunque visto che non ho nessuno strumento per capire che ore sono e connettermi con il resto del mondo, scrivo. In ogni caso, mi trovo in un centro termale a Aizuwakamatsu è buio la suite affaccia su una gola tra i monti, si sentono le cascate in basso, la vegetazione è da tropici, da vietnam, tanto è umido e tanto è verde a diversi toni. Zero fiori a parte le margherite giapponesi che ho raccolto per x. In zona ci sono molte risaie, tanta acqua e tanti insettini, apparentemente innocui, che hanno preso a simpatia il mio monitor.

Narita, trenino shinagawa taxi pio d’emilia. Noto subito i tetti blu delle case fuori tokyo e quella meraviglia di tralicci di cavi di acqua luce e gas che questi bei giapponesotti tengono sospesi agli angoli della strada. Li colorano pure delle volte. Loro sostengono che è meglio tenerli all’aria e non sottoterra perchè così in caso di terremoto è più facile intervenire. Pio dice che la tecnologia per risolvere questa empasse ce l’hanno (interrare cavi nonostanti i sismi) e che semplicemente ora si sono affezionati ai tralicci. D’altronde sono bellissimi. Tokyo. Da dove cazzo comincio? Due immagini dovranno rimanermi incollate nel cervello. Il ristorante di Kiss me licia, quello di M’arrabbio, vero autentico sushi da 4 generazioni piccolo come un coso, frequentato solo da giappi, dove lui, lo chef di lavoro mette in scena il cibo e si vanta di tagli di una raffinatezza sublime. Lì si è mangiato ricci di mare melanzane alla griglia, granchio bollito, sashimi, due calamari fritti, qualche strano molluschetto. L’ingresso di M’arrabbio, dove ovviamente non si parla inglese, la birra te la prendi da solo nel frigo (Ashai bandita, viva la Kirin) e la carta di credito non sanno ancora cos’è, è un edificio basso. In realtà i solai dei giappi sono tutti bassi. Apposta per loro che per la maggior parte sono piccoli, minuti, discreti, gentili, delicati. Quasi lo tocco io il soffitto! Ma questo ristornate è piccolo dentro, è piccolo fuori, è piccola la stradina, ondulate le curve che ti ci portano. Pure se, questa è la magia tokyese, alle spalle c’è un enorme grattacielo. Tanto per fare un paragone: Manhattan l’hanno fatta in modo che grattacieli stanno tutti assieme a downtown e a midtown, in mezzo il brulicare di soho greenwich village alphabet city. Tokyo, a parte che è larga 20 chilometri di diametro e ci vivono 18 milioni di persone, è come un mega piatto di sushi. Sono una miriade di unità urbane frammentate. Palazzone, gattacielo, casetta, tempio e una marea di sopraelevate, sopraelevate di sopraelevate, di strade ferrovie passaggi pedonali. Stai con il naso all’insù, ma non è huge, è tutto a Tokyo, per come dire, mescolato.
Capitolo case. Vero, questi abitano in spazi super risicati perchè sono tanti e di giappone c’è n’è poco. Sono così tanti che non esiste fermata del metrò, incroci, supermercati, stazioni non affollati. Semplicemente non esistono. Non corrono come a manhattan o a londra, camminano moderati, leggeri, senza viso tirato, in pace, mi verrebbe da dire. In questa frammentazione di unità urbane – by the way – non esistono piazze. È come se la piazza fosse un non luogo, un luogo al negativo, vuoto da riempire – loro col vuoto c’hanno un problema, ma ne riparliamo – si stagliano anche orrendi condomini, dove è possibile capire alla perfezione quanto poco spazio è stato assegnato a ciascun abitante. Micro ingresso, micro salottino con cucina, micro stanzetta che la costruisci la sera col tatami-futon, micro bagno e se sei fortunato micro terrazza (a parte pio che ne ha una maxi di terrazza). Di certo micro altezza. Queste piccole unità ordinate e abbastanza uguali a se stesse, sono visibili anche dall’esterno per quanto grande sia l’edficio, fermo restando che qua di chrysler building luccicanti non ce n’è. E comunque se ce c’è qualche grattacielo che ci assomiglia è più basso e meno luccicante, e sono sempre uffici.

Passiamo all’immagine numero due. Ginza e roppongi by night. Ora ginza è carina, elegante, pulita, dove pure la base dei lampioni o dei pali del semaforo sono stati spolverati da poco, ma a parte i giappi, pare la quinta strada. I negozi sono sempre gli stessi. Tant’è vero che qui sono famosi gli incroci. Ma dentro questa quinta strada, c’è un posto che sembra il ponte di comden town, e quando ci passi sotto, lungo i regent canals, a bordo strada trovi una roba simile ai chiringuiti di milano, dove la gente sta appollaiata su sedie di plastica di serie b, a giocare a carte, bere birra, mentre il barista PELA LE PATATE! Le pela proprio! (qui nel frattempo albeggia, credo di aver fatto male i calcoli, ancora non ho capito un cazzo col fuso).

E di fronte al chiriunguito c’è il baracchino napoletano con le due anzianotte giappe che vendono i biglietti della lotteria. Sono così malati di gioco questi qua che c’è una ricevitoria del lotto in centro a ginza dove ad ogni ora del giorno e della notte c’è un chilometro di fila per entrare. Roba da mettere al lavoro tipo 10 agenti delle forze dell’ordine (per stabilire un ordine che ci sarebbe comunque). Ginza sembra anche un po’ soho di londra quando si aprono le sue micro strade. Ma come per i palazzi anche le grandi strade, non sono mai huge. Roppongi. Ricorderò le girate con lo scooter. Non è affatto sottoilluminata questa città, le volanti della polizia in genere riportano al mondo esterno quanto si stanno comunicando tra loro, via amplificatori. Pure se a me non me ne frega niente. I negozi, per attarrre clienti, parlano, offrono, fanno marketing, con voci registrate proiettate in strada. Questo così a naso mi pare inquinamento acustico – e a me per strada non mi fanno fumare disgraziati! – ma poi riflettendoci in effetti è tutto così silenzioso, e sono solo queste voci registrate a far sentire che la cittò vive. E’ come stare in una sala silenziosa con la tivù accesa su mediashopping. Per tutto il mega centro tokyese.

Roppongi è il luogo della mala. Dova la yakuza ha lasciato spazio alla mafia coreana che si è alleata con quella africana. E’ fose il quartiere con più stranieri di tokyo, il posto dei club, dei supermercati aperti 24 ore su 24, dove si fuma per strada pure se è vietato. Dove ci sono i karaoke di lost in translation, e gli stessi colori fosforescenti, club, musica dal vivo e quant’altro. Forse, se uscirò con Hasaaki andrò lì. Io su roppongi ho solo volato un po’, stanno sul sellino dietro della scooter di piodem.

A fine serata, si ritorna a shinagawa, da mastro salvatore cuomo, l’italiano più ricco del giappone, 5 figli con 5 mogli diverse, 40 anni che sembran 30, di origine napoletana. Ha messo su un impero quand’era solo un bravo pizzaiolo. Affianco a lui il parrucchiere più famoso del giappone (con una società di centri estetici quotata in borsa), che si è preso la briga non solo di incollarmi un body painting di oro zecchino sulle mani, ma anche l’impegno di tagliarmi i capelli. Per poi riconoscere che sì in effetti per i capelli che ho io bisogna farli allungare e non cambiarli di colore.

Poi terrazza di pio, con dormite a singhiozzo. Foto a x, chat, baci e foto. E qui adesso albeggia. Come sono finita in questo posto dal nome astruso. Be’ siccome pio è uno che il weekend scappa da tokyo ed è un gran viveur, mi ha fatto capire da subito che anzicché rompersi le palle in città mi avrebbe portato alle terme. Tanto erano di strada per fukushima. Domani si incontra il sindaco di minamisoma che ci autorizza con una scusa, a entrare nell’area violata martedì 7 giugno.

Sicché, dopo avermi lasciato da sola in mezzo a una strada a ritrovare casa sua (e bada bene: ci sono riuscita) col taxi arrivamo al toyota rent car, imbraccia l’auto e via fuori dalla enorme tokyo in tangenziale (che tanto bene era chiusa per qualche minuto per “passaggio imperatore” diretto a nord come noi). Pio corre in tangenziale e tokyo corre dietro di noi, ma non finisce mai. Un lungo fiume che sembra l’hudson dove c’è qualche baracca di gente povera. Lustra come il bagno di mia madre.

Sosta in autogrill, starbucks dove ragazzine con lenti colorate e ciglia finte lunghe così, cantano all’unisono, né più né meno come i venditori di mediashopping. Cioè io a queste due canterine in falsetto per dirgli che volevo UN caffé ristretto ci ho messo una vita e alla fine me ne hanno dati due, uno caldo uno ice entrambi lunghi così. Pare davvero tutto un cartone animato a ricordare le loro vocine stridule. Pio ha un mancamento, prendo la guida verso fukushima, guidando a destra, auto enorme cambio automatico, autostrada per sendai. Per un po’, lui riposa. Poi riprende il volante e mi racconta tante storie. Quelle degli ideogrammi cinesi rubati e dei due sillabari aggiunti, della rozzezza comunicativa del dragone, contro la sofisticatezza di pensiero dei giappi, e di come si scrive.

Io andare casa, dice il cinese, e il giappo lo contestualizzia con le sillabe tonde e stilizzate che si è inventato. La lingua, complicatissima pure per i poveri cinesi, è come il taglio del sushi, un’arte difficile complessa sofisticata e piena zeppa di orpelli che non si vedono. Guido la camera durante un suo stand up, davanti a un tetto blu, con in mezzo un risaia. E scopro che il mitico piodem improvvisa davanti l’obbiettivo. Ma prima ha un momento zen, fa un pausa di riflessione, libera la mente, annienta il pensiero, e ad eccezione della prima frase, pensata, vomita tutto improvvisando con maestria e si trasforma nel pio son qua io amato da tutta italia.

Passando per un pezzo di texas, arriviamo alle terme in vietnam. Gola fiume, montagne. Montagne dove ad eccezione di qualche albergo, tipo questo dove sto, non sono abitate da umani perche stando allo shintoismo, dentro ci abitano gli dei e a loro gli piace farsi i fatti propri. I giappi che hanno imparato a sciare e a fare climbing come noi, hanno un rispetto reverenziale per le montagne e quindi non ci vanno a vivere, al massimo ci mettono delle porte. Regalano un passaggio al mondo ai loro dei, se e quando hanno voglia di metterci piede.

Arriviamo alla gola. Il protocollo prevede che io indosso il kimono allacciato al contrario di come si usa da noi, cioè a destra. L’allaccio a sinistra vale solo per le persone morte, prima della cremazione. E io appunto sono viva, farei inorridire i giappi se lo allacciassi come l’accappatoio.

Giù alle terme, divise in sezione uomo donna. Ci si spoglia, completamente, ci si lava in una sala docce da seduti, ci si immerge nella vasca al chiuso e poi nella vasca all’aperto. In mezzo alla giungla giapponese, che ha il bello di non avere zanzare. L’acqua è così bollente che ho bisogno più e più volte di farmi docce gelate in quella fantastica specchiera lavaggio da seduti da dove ho spedito foto. Alla fine perdo la cognizione del tempo, sto quasi per svenire, nelle beatitudine. L’oroscopo lo diceva che il 4 avrei trascorso una splendida giornata in compagnia di amici. Di kimono vestita e di terme purificata mi siedo a tavola mangiando la più classica delle cene giappe. È tutto fantastico, pio stappa pure lo champagne e in sala improvvisiamo il mio compleanno che non è, e loro, gli amici giappi mi cantano gli auguri.

Tra le varie leccornie questo budino salato. Uovo sbattuto molto fine fatto cuocere al microonde (alla fine avevo fatto i calcoli male, sono le 4.30 del mattino, ma i conti ancora non mi tornano, non ci sto capendo una mazza, vabbè) nel te verde. Una meraviglia. Come una meravigia quelle tre verdure in tempura che sono l’emblema del frammento, della trasparenza, della leggerezza e della delicatezza giapponese. Oh cazzo, ho mangiato il prezzemolo che dice che non si doveva mangiare a nord… cmq bevo acqua del rubinetto da due giorni.

Bevo alcool come mio solito troppo e poi collasso in un nano secondo fumate le mie 25 sigarette. Pio mi cazzia, ma x mi adora per questo. Ed eccomi qua.

Sono solo due cose che ancora non mi sono chiare: cioè cosa pensa la gente di tsunami, nucleare e terremoto. Le donne ridono sono spensierate, fanno il bagno e mangiano verdura. Non sembra un posto sconquassato dal dolore, né sembra un posto dove ci si interroga sul futuro energetico del paese. I tagli del governo hanno ridotto, per esempio, il servizio del narita express. E qua e là ci sono adesivi che dicono save energy. Ma se tutti i cessi pubblici sono dotati di water riscaldati, che continuano per giunta ad esserlo, e l’unica che si preoccupa di spegnere le luci sono io, evidentemente la decrescita per loro non è un problema. O meglio, qualsiasi sia il destino di fukushima e delle sue mostruose sorelle danneggiate loro ricostruiranno centrali per ciucciare l’energia di cui questo paese equilibrista ha bisogno. Questo è certo, è scritto nel destino, come è scritto nel destino che prima o poi arriva un terremoto più grave di quello dell11 di marzo, e non possono neanche votare no a un referendum né sanno protestare questi qua, o battere i pugni sul tavolo.
Solo gli occhi, malati di Hisaaki, tradivano un lampo piccolo di preoccupazione, mista sempre e comunque a una serena rassegnazione. Deve essere così e così sarà.

Spero tanto di riuscire a scrivere ancora. Spero tanto di tornare sana in italia. Se voglio lottare per qualcosa,  altrimenti rompo il salvadanaio e vengo a vivere qua. Japan mon amour.

 

Smetti di produrre, usa quello che hai (e connettiti ad IneedRadio)

Fountain 1917, replica 1964 by Marcel Duchamp 1887-1968
Smetti di produrre

usa quello che hai
l’artista sei tu
e solo tu stabilisci cosa è arte e cosa no.

(Marcel Duchamp, ne parliamo domani sera 11 marzo alle 19, parlando di Ai Weiwei su I Need radio & love  http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/)

Scrivanie piene di niente

C’è un brulicare di insetti. Prima del tempo. A Berlino girano vorticose le idee. In questi giorni di primavera sbagliata, anche più del solito.
Nella galleria di Lehman, c’è Tilman Horning che ci spiega i contenuti. Contenuti digitali. E ce li ha mostrati così. Scrivanie piene di niente.
Content

Questa notte tutti sono seri. Tranne me

Image
(Ginsberg a sinistra, Ai Weiwei a destra)
America ti ho dato tutto e ora non sono nulla.
America due dollari e ventisette centesimi 17 gennaio 1956.
Non posso sopportare la mia mente.
America quando finiremo la guerra umana?
Va’ a farti fottere dalla tua bomba atomica.
Non sto bene non mi seccare.
Non scriverò la poesia finchè non avrò la mente a posto.
America quando sarai angelica?
Quando ti toglierai i vestiti?
Quando ti guarderai attraverso la tomba?
Quando sarai degna del tuo milione di Trotzkisti?
America perché le tue biblioteche sono piene di lacrime?
America quando manderai le tue uova in India?
Sono stufo delle tue folli pretese.
Quando potrò andare al supermarket a comprare ciò che mi occorre con la mia bella faccia?
America dopotutto siamo tu e io ad essere perfetti non il mondo vicino.
Il tuo macchinario è troppo per me.
Mi hai fatto voler diventare un santo.
Dev’esserci qualche altro modo di risolvere questo argomento.
Burroughs è a Tangeri non credo che tornerà è una cosa sinistra.
Sei tu a essere sinistra o si tratta di qualche scherzo pratico?
Sto cercando di venire al punto.
Mi rifiuto di rinunciare alla mia ossessione.
America smetti di spingermi so quello che sto facendo.
America i fiori dei prugni stanno cadendo.
Non leggo da mesi i giornali, ogni giorno qualcuno va sotto processo per assassinio.
America mi sento sentimentale a pensare ai Wobblies.
America ero comunista da ragazzo non mi dispiace.
Fumo marijuana ogni volta che posso.
Resto in casa intere giornate a guardare le rose nell’armadio.
Quando vado a Chinatown mi ubriaco e non mi faccio mai scopare.
Mi sono deciso ci saranno guai.
Dovevi vedermi quando leggevo Marx.
Lo psicanalista dice che sono perfettamente a posto.
Non dirò le preghiere del signore.
Ho visioni mistiche e vibrazioni cosmiche.
America non ti ho ancora detto che cosa hai fatto allo zio Max quando è arrivato dalla Russia.
Sto parlando a te.
Lascerai che la tua vita emotiva sia guidata dalla rivista Time?
Sono ossessionato dalla rivista Time.
La leggo tutte le settimane.
La sua copertina mi fissa ogni volta che sguscio davanti al pasticciere sull’angolo.
La leggo nel sotterraneo della Biblioteca Pubblica di Berkeley.
Non fa che parlarmi di responsabilità.
Gli industriali sono seri.
I produttori di cinema sono seri.
Tutti sono seri tranne me.
Mi viene in mente che io sono l’America.
Sto parlando di nuovo a me stesso.
L’Asia sta sorgendo contro di me.
Non ho l’opportunita’ di un cinese.
È meglio che mi basi sulle mie risorse nazionali.
Le mie risorse nazionali consistono in due cicche di marijuana milioni di genitali una letteratura privata impubblicabile che va a 1400 miglia all’ora e venticinquemila manicomi.
Non parlo delle mie prigioni o dei milioni di sottoprivilegiati che vivono nei miei vasi di fiori alla luce di cinquecento soli.
Ho abolito i postriboli in Francia, Tangeri è la prossima di turno.
La mia ambizione è essere Presidente nonostante il fatto che sono Cattolico.
America come posso scrivere una litania santa nel tuo stupido mood?
Continuero’ come Henry Ford le mie strofe sono individui come le sue automobili e in più sono tutte di sessi diversi.
America ti vendero’ le strofe a $ 2500 l’una $ 500 per la strofa vecchia
America libera Tom Mooney
America salva i Lealisti Spagnoli
America Sacco e Vanzetti non devono morire
America io sono i ragazzi Scottsboro.
America quando avevo sette anni la mamma mi portava alle riunioni di una Cellula Comunista ci vendevano garbanzos una manciata per un biglietto costava un nickel e i discorsi erano gratis tutti erano angelici e sentimentali verso i lavoratori era tutto cosi’ sincero che non avete idea
che cosa bella era il partito nel 1835
Scott Nearing era un gran vecchio un vero maschio Madre Bloor mi faceva piangere
una volta ho visto Israel Amter in carne e ossa.
Dovevano essere tutti spie.
America tu in realtà non vuoi fare la guerra.
America sono quei Russi cattivi.
Quei Russi quei Russi e quei Cinesi.
E quei Russi.
La Russia vuol mangiarci vivi.
La Russia è pazza di potere. Vuol portarci via le automobili dai garages.
Vuole impadronirsi di Chicago.
Ha bisogno di un Readers’ Digest Rosso.
Vuole le nostre fabbriche di automobili in Siberia.
Che la sua grossa burocrazia diriga le nostre stazioni di rifornimento.
Cosi’ non va.
Ugh. Insegnera’ agli Indiani a leggere.
Ha bisogno dei nostri grossi negri.
Ah. Ci farà lavorare sedici ore al giorno.
Aiuto.
America è una cosa seria.
America questa è l’impressione che ricevo guardando la televisione.
America è giusto?
È meglio che mi metta subito a lavoro.
È vero non voglio andare sotto le armi o girare torni in sezioni specializzate di fabbriche, comunque sono miope e psicopatico.
America ora mi rimbocco queste maniche da checca.

Se solo la paletta colori di Photoshop potesse parlare…

Your-atmospheric-colour-atlas-3

http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/

Puntata n.3 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 4 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 7 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 2 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 4th, 2014  7-9pm. In reply Friday, March 7th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 3 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 4. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 7. März 2014 11 Uhr. Ich liebe dich!

Cari amici radiofili crisalidini,

ieri sera per ragioni diciamo legate alla primavera berlinese – ritardi metro, tram, autobus, traffico sulla Hermannstrasse – il programma è andato in onda una ventina di minuti più tardi, ma ci siamo divertiti un mondo a parlare di neuroestetica, questa roba che sta a metà tra il nostro cervello e l’arte. Perché quello che io posso immaginare solo a livello intuivo, e cioè che un certo tipo di cose belle da vedere, tipo un’opera d’arte, mette in movimento a noi umani e a loro animali, le sinapsi neuronali del piacere. Per questo, nonostante il nome astruso, neuroestetica, si è parlato di percezione e piacere, attraverso tutti gli strumenti di cui un artista dispone sul pianeta terra. Quindi si è parlato di luci, colori, suoni udibili e frequenze non udibili, nebbia, acqua, caldo, freddo, spazio e tempo. Siamo arrivati anche a parlare di neurofenomenologia, quando a colpire la nostra percezione è già una rappresentazione di una rappresentazione della realtà. Abbiamo parlato di droghe, legali e non, fino ad Ai Weiwei. Tra poco, molto poco, in mostra al Martin Grupius Bau a Berlino. Yeah!

1) ALex Delivery – Milan

Quando 20 anni fa nasceva la Neuroestatica – con la pubblicazione dell’articolo The neurology of kinetic art” a firma del biologo Semir Zeki – gli scienziati volevano inquadrare la tesi secondo la quale l’uomo, e alcuni animali, hanno modi analoghi di reagire all’arte. L’esperienza estetica innescherebbe meccanismi neurologici che andrebbero a “bussare” alle aree cerebrali coinvolte nella generazione del piacere.
Dal 1994 ad oggi l’indagine si è parecchio evoluta e al fianco degli scienziati sono scesi in campo anche gli artisti. I primi hanno continuato a indagare il funzionamento del cervello con l’arte, i secondi si sono distinti in più gruppi: alcuni hanno contribuito alle scienze producendo specifici stimoli neurologici (luci, suoni, movimenti) esteticamente significativi; altri si sono divertiti a rappresentare il funzionamento del cervello; altri ancora hanno riflettuto sulla percezione in senso più ampio andando a indagare concetti come il fenomeno, l’immaginazione, lo spazio, il tempo e le emozioni.

2) ALex Delivery – Rainbows

Ma andiamo con ordine. E analizziamo la prima forma espressiva delle neuroestetica: quella funzionale alle scienze.
Ivana Franke, artista croata di base a Berlino, 40 anni non ancora compiuti, ad esempio, dopo tre anni di ricerche al fianco di Alexander Abbushi, fondatore dell’associazione di neuroestetica a Berlino, brevetta nel 2009 la Dream Machine, un’istallazione che si ispira all’omonima macchina inventata dai poeti maledetti della beat generation negli anni ’70, per potenziare gli effetti delle sostanze psicotrope. Franke fa un passo avanti. La sua esperienza non richiede l’assunzione di droghe. Basta sedersi ad occhi chiusi al centro della macchina (un semicilidro metallico dotato di 300 luci allineate su nove livelli) e premere un pulsante. A quel punto le palpebre chiuse vengono bombardate di impulsi luminosi intermittenti secondo un diagramma frequenziale stabilito dall’artista, che provoca alterazioni degli stati emotivi e allucinazioni neurologiche. Tra chi l’ha provata c’è chi ha visto un cuore, chi un cavallo in corsa, chi pattern ottici che ricordano i quadri di Roy Lichtenstein visti da vicino.
La macchina ha avuto talmente tanto successo che nel 2011 è stata ospitata durante la Biennale di Venezia dal Peggy Gueggenheim, fino ad arrivare l’anno successivo alla Deutsche Kunsthalle a Berlino. Negli ultimi mesi Ivana ha poi lavorato su Focal Slowing, un video della durata di 6,18 minuti composto di fasci di pixel bianchi e neri. Con il passare dei secondi varia lo spessore delle linee. Il movimento è talmente lento che l’osservatore arriva paradossalmente a vedere, questa volta ad occhi aperti, addirittura dei fasci di luce perpendicolari. “Io non riesco a prevedere quello che vedrà l’osservatore messo davanti ai miei lavori”, ammette l’artista, “decido alcuni stimoli visivi sulla base di informazioni scientifiche, ma poi mi arrangio con l’intuito”.

3) Apparat – Arcadia

L’ultimo lavoro dell’artista di Zagabria sembra inspirarsi a un noto capolavoro di neuro-estetica: l’installazione Unidisplay di Cartsten Nicolai, al secolo Alva Noto, presentato all’Hangar Milano Bicocca nel 2012. Nel caso Nicolai variano le dimensioni. Il video, proiettato su uno schermo lungo 50 metri, è una costellazione di punti, linee, cerchi, poligoni fermi o in movimento, che oscillano o si modificano. A ciascuna variazione di pixel corrisponde una variazione acustica, specialità poetica dell’artista tedesco.
Anche se Nicolai non ama definirsi un neuroesteta (“a me le etichette non piacciono”, confessa) l’intera produzione artistica è stata incentrata sull’esperienza sensoriale di suoni e immagini spesso di matrice digitale. Nel caso di Unidisplay, ma anche in Cyclo.id realizzato con il videoartista giapponese Ryoji Ikeda e arrivato lo scorso ottobre a Moma di New York, Carsten ha raccolto, montato e armonizzato, un numero infinito di suoni, errori di suoni e le loro visualizzazioni ottiche. Il risultato sono flussi di immagini never ending che disorientano l’osservatore fino ad ipnotizzarlo.
Carsten, a differenza di Ivana dice di non preoccuparsi della reazione dell’osservatore, a lui interessa soprattutto creare un’istallazione che rispetti i suoi personali gusti estatici.

4) Apparat – Fractales (1+2)

E per molti che ingannano i nostri sensi, divertendoci, ce ne sono altri che la neuroestetica la raccontano e la documentano. Si è distinto tra questi il giovanissimo canadese Jeremy Shaw (classe 1977, originario di Vancouver) che è già approdato al PS1 di New York.
Lo scorso anno Susanne Pfeiffer, curatrice del KW Institute for Contemporary Art di Berlino gli ha chiesto di creare un’opera One-to-One, destinata a un solo osservatore per volta che entrando in una stanza godeva dell’opera d’arte in solitaria, senza il condizionamento di altri osservatori. Così Shaw ha realizzato il video Introduction to the memory personality, dove ha montato diverse immagini, alcune realizzate al computer altre estrapolate da documentari scientifici, che raccontano la mente. Le immagini mostrano un cervello che palpita, e mentre palpita cresce. Sembra quasi sul punto di esplodere quando l’osservatore viene prima bombardato da una serie di scosse elettriche visive e poi “spaventato” con scene crisi epilettiche.
Raccontare quello che accade al cervello è il tema centrale della poetica di Shaw. Lo scorso anno fece molto parlare di sé dopo aver realizzato una serie di cinque video dal titolo DMT, sigla che sta per dimetiltriptamina, una sostanza (droga) che innesca, una volta assunta, la secrezione di un fluido che viene prodotto naturalmente dal nostro cervello solo in due istanti della vita: la nascita e la morte. Bene, il nostro ragazzo di Vancouver dopo averla provata ha deciso di puntare una telecamera sui volti di quattro volontari (e su se stesso) al risveglio da questo “viaggio”. Il risultato sono mimiche facciali, sorrisi, pelli distese, sospiri. Il resto, quello che i protagonisti pensano o vedono, lo possiamo solo immaginare. Anche se Shaw ha voluto darci qualche indizio, aggiungendo nei sottotitoli brevi storie immaginate di probabili sogni.

5) Apparat – Useless Information

Riflessione altrettanto sofisticata quella che ci propone un gigante contemporaneo della videoarte: Reynold Reynolds. Anche lui vive a Berlino, anche se arriva dalla lontana Alaska. L’artista americano dopo aver dedicato alle sue città preferite capolavori del calibro di NYC Synphony (New York 1995) e Stadplan (Berlino 2004), si è concentrato su uno dei suoi temi preferiti: il time lapse, la compressione di tempi scenici molto lunghi attraverso tempi video molto corti. Così tra il 2008 e il 2010 ha realizzato la trilogia Secret Life, Secret Machine e Six easy Pieces. Attraverso questi lavori Reynolds ha catturato i segreti di vite semplici o di vite improbabili, di donne acqua e sapone, donne che si truccano allo specchio, piante che crescono, rami che danzano, fiori che ondeggiano al muoversi della luce. Pesci rossi vivi, che prima vengono ibernati e dopo poco rilasciati in acque a temperature normali, dove riprendono a vivere. “Nella migliore delle ipotesi”, spiega, “mi piacerebbe poter indurre attraverso i miei video una nuova riflessione del tempo e dello spazio”.

6) Apparat – You don’t know me

Resta da analizzare un altro gruppo di neuroesteti, quelli che attraverso le loro creazioni riflettono sulla percezione in senso più sofisticato. Cominciamo da Paolo Bottarelli, classe 1975 appassionato di scacchi originario del lago di Garda, dal 2009 a Berlino. Cinque anni l’artista italiano fa ha dato il via a un progetto dal titolo Chess Cube Project Mind-Rooms. L’idea è quella di costruire nell’arco di tre decenni 64 cubi (ora siamo a quota 10) come il numero di caselle della scacchiera, dello spigolo di due metri e mezzo, di legno o di altro materiale, dove dentro fa succedere delle cose: fa ticchettare un metronomo, alleva delle piante, aziona circuiti elettrici, riproduce il suono del sole (sinfonie solari realizzate dalla Nasa partendo dalle variazioni magnetiche che la nostra stella produce), cattura raggi di luce, costruisce proiezioni geometriche con fili, espone quadri, fa oscillare pendoli, gioca a scacchi contro se stesso. A evento accaduto poi sigilla il cubo e talvolta lo vende. Alcuni vorrebbe sotterrarli nel deserto, altri allinearli con le stelle, spesso li smonta e ricomincia daccapo. Queste stanze della mente secondo le intenzioni dell’artista vivono solo e soltanto nel momento in cui vengono realizzate. Ovvero nel suo studio che ora si trova nella Stadtbad di Wedding, la ex piscina comunale nel quartiere a Nordovest della capitale tedesca. L’artista qui costruisce un cubo, al suo interno produce un fenomeno, lo documenta attraverso tre media – disegno, video, foto – poi, terminato il fenomeno, sigilla il cubo con la quarta parete e lo porta così come è, in giro per mostre, biennali e musei, assieme alle sue rappresentazioni. La performance è ormai morta, solo il dipinto, video e fotografia riescono ricordarla e a farla interagire con noi.

7) Barbara Morgenstern – Die Japanische Schranke

Adesso vi racconto due storie sul colore. La prima riguarda Ólafur Elíasson, danese del 1967 con origini islandesi che vive a metà tra Berlino e Copenaghen. Lui ha fatto, qualcuno la ricorderà quell’istallazione alla Tate Modern di Londra durata boh, due tre anni tra il 2003 fino al 2004 dal titolo The Weather Project. C’era uno disco, anzi per la precisione mezzo disco gigante appoggiato sulla parete in fondo dell’immenso atrio del museo che un tempo come il Berghain, era una centrale elettrica, illuminato da migliaia di luci monofrequenza, che si usano per l’illuminazione della strada, tipo mezzo sole, che riflettendosi su uno specchio sembrava un cerchio intero, un sole compatto, un discone giallo, che produceva una luce super soffusa calda e morbida talvolta arricchita da sbuffi di nuvole di vapore. Fu un successone di visitatori. E dopo nel 2008 installò in quattro cascate artificiali in quattro punti diversi di diversi di Manhattan, uno era il pilone sotto la strada del Brooklyn Bridge a Nyc, che riversavano tutte acqua nell’East River, nel lato esta dell’Hudson. Questo per 110 giorni dalle 7 del mattino alle 10 di sera e per un totale di 13 miliardi di litri. L’acqua gettata, per così dire, in mare fu per come dire ricompensata da un recupero di energia eolica da qualche altra parte. Sulla facciata della società di energia elettrica di Vienna, lo stesso anno installo la Yellow Fog: è proprio quello che credete voi, per un paio di ore al giorno veniva rilasciata nuvola di vapore illuminata da luci gialli, appena scendeva il buio della sera. Olafur a Berlino ha fondato il collaborazione con la Humbolt Universitat Institut für Raumexperimente, dove si studia la percezione di colore, percezione dell’umidità, percezione dell’orizzonte, ha realizzato pure Your atmospheric colour atlas: con una stanza di nebbia colorata che pareva di stare dentro alla paletta tutti colori arcobaleno tipo Photoshop. (in foto) Se penso alle emozioni che potrei sentire stando in questo atlante, penso davvero di capire quanto bella è la neuroestatica.

8) Barbara Morgenstern – Juist

Il padre artistico di Eliassono si chiama James Turrell. Nasce nel 1943 a Los Angeles e oggi vive all’intero cratere di un vulcano spento, il roden Crater in Arizona, gentile concessione del governo degli Stati Uniti. Qui lui, ormai pensionato, può fare tutti gli studi spazio e la luce che vuole. Perché un cratere spento? Tanti cununcoli, tunnell, e ampie grotte, al buio, a temperature e luminosità costanti. Lui ha sempre lavorato sulla luce e una delle mostre più belle la fece proprio qui in Germania in un paese vicino Hannover, a Berlino non avevano un museo abbastanza grande. Lui prima ancora di Eliasson rempiva spazi con luci blu, rosa verde, giallo, disorientando l’osservatore totalemente. Lìosservatore, trovandosi nella stanza blu, messo di fronte al corridoio rosso, vede solo un rettangolo rosso. potrebbe tranquillamente vedere un quadro di Rothko. PROFONDO.
Piccola nota a margine, che ha meno a che fare con la neuroestatica: Eliasson sta conducendo un progetto che si chiama Moon assieme all’artista cinese dissidente Ai Weiwei. I due chi da una parte chi dall’altra parte del mondo sono appassionati di internet. E di spazi virtuali. Hanno creato una luna (cercate su internet moon moon moon moon) virtuale sulla quale chiunque può fare un disegno. Ma di lune e di Ai Weiwei parleremo martedì prossimo su I Need Radio. Con tutto l’amore che la crisalide d’aria vi sa dare.

9) Barbara Morgenstern – Mainland

Visto che figo: il viaggio è cominciato e finito con due canzioni dedicate a Milano…. che saluto sempre con affetto. L’ultima tappa di questo articolato percorso sulle forme della neuroestetica spetta al vincitore del leone d’oro all’ultima Biennale di Venezia: Tino Seghal (1976). Anche se è nato a Londra, vive a Berlino anche lui. A Seghal spetta il merito di spostare ancora più il là l’asticella di riflessione filosofica. L’innovazione di Seghal sta nella ricerca estetica delle emozioni. Il principio rivoluzionario della sua arte è fare interagire le persone, spesso sconosciute e ignare del copione della performance. Solo il regista-artista ha un’idea a priori, neanche tanto precisa, di quello che accadrà. Così sono nati i lavori di That is so contemporary nel 2007 o These Associations (Documenta 2012), in cui il bello è quando due sconosciuti si abbracciano al termine di una corsa, o si toccano al buio, o gridano senza vergogna tutta la rabbia che hanno in corpo. Bis bald meine Liebe ❤

(Di) Neuroestetica si parla. Su I need radio Love

Image

 

Stasera alle 19 la bella crisalide torna su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/, Yeah! Parlerà di Neuroestetica, first, dell’ultimo album dei Notwist, poi. E durante la puntata ci prepariamo psicologicamente ad Ai Weiwei e poi a Cattelan e poi a Basquiat e ai suoi fratelli della strada. 
<3-lich Willkommen tutti ma tutti tutti.

Cento milioni di semi di girasoli

Tutti fatti a mano, uno per uno, cento milioni di porcellana finissima. Ai Weiwei sta arrivando a Berlino. E io non sto più nella pelle. Tra due martedì, su IneedRadio, parliamo di lui, con tutto l’amore che posso ❤