Maurizio, sposami!

cattelan
Puntata n.9 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 15 aprile 2014 ore 19. In replica venerdì 18 aprile 2014 ore 11. Ve l’ho già detto che vi amo, sì?

Episode 9 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, April 15th, 2014 7pm. In reply Friday, April 18th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 9 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 15. April 2014 um 19 Uhr. Wiederholung am Freitag 18. April 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

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Consequence, Notwist

È stato definito da Jonathan P. Binstock, curatore d’arte contemporanea come “uno dei più grandi artisti post-duchampiani e neosurrealisti viventi”. Per altri è solo un gran furbacchione che si serve dei media e abusa del mondo dell’arte per provocare e per averne il proprio tornaconto. Duchamp, vi ricordo molto brevemente è l’inventore del Dadaismo, il sovvertore delle regole per eccellenza, colui che ha preso un latrina, l’ha capovolta e ci ha scritto sopra Fontana. RESPECT. Se si parla di arte contemporanea davvero contemporanea, è lui la linea di demarcazione tra il contemporaneo meno contemporaneo e il più contemporaneo.
Oggi parliamo dell’artista italiano più pagato, più stimato, e udite udite vivo. Maurizio Cattelan. Nato a Padova il 21 settembre del 1960, vive tra Milano e New York. E’ stato lui a scolpire e a piazzare una statua alta undici metri in Piazza Affari, davanti alla sede storica della Borsa di Milano, con un dito medio sollevato. Quando si dice un vaffanculo grande come una casa. In Italia non vantiamo una finanza Wall street, come nel film meraviglioso di Scorsese e di Caprio – dovevano dargli l’oscar, comunque – ma abbiamo avuto i nostri faccendieri Lucio Gelli, Cesare Geronzi, Matteo Arpe, Enrico Cuccia, altri morti impiccati appesi ai ponti di londra. Cattelan ha vissuto in Italia negli anni di tangentopoli, molto di quanto lui ha da dire oggi come ieri, è un attacco alle porcherie dell’Italia che sono sempre state tante. E nossignore non c’è neppure la consolazione nella chiesa. Neanche Papa Giovanni Paolo poteva salvarci dalla merda, anzi:il povero Wojtyla, viene sbattuto a terra da un meteorite. Fa fare la statua del Papa di cera e lattice, la veste con tanto di bastone papale tessuti e scarpe d’oro. All’inzio secondo le sue intenzioni il Papa doveva stare in piedi. Poi decide di sbatterlo di faccia a terra. Un meteorite lo colpisce, lo scettro il bastone finisce al pavimento, lui ha le gambe ormai spezzate e tutto intorno sono tanti cocci di vetro rotti.

Gotye, Sombody that I use to know

Maurizio Cattelan è l’artista italiano vivente più famoso al mondo. Come mai mi posso permettere di dirlo? Perché il Guggenheim a New York tra il 2011 e il 2012 gli ha dedicato una personale di 124 opere – e come Ai Weiwei a Berlino – e perché il nostro veneto decide il bello e cattivo tempo ormai da circa 20 anni alla Biennale di Venezia, e in alcuni musei newyorkesi, tipo il New Museum. L’opera della Nona ora, il Papa colpito da un Meteorite, è stato battuto all’asta da Christies per 886mila dollari nel 2001, all’epoca due miliardi di lire.
Sono tanti ragazzi! A quelle cifre viene battuto Andy Warhol, Jean Michel Basquiat, Rothko, ma quelli però sono morti. Cattelan invece è vivo e vegeto e sta bene. Non viene da una famiglia ricca, e pur avendo fatto l’accademia dell’arte a Bologna, raccontano che era un indisciplinato che non amava studiare e copiava le idee dai compagni. Nel 1993 scappa a New York, aveva 33 anni, dove vive a scrocco nelle case degli amici con due dollari al giorno, costruisce coste strane – lui ha sempre costruito oggetti più che dipinto – e va in cerca galleristi o riviste di arte contemporanea che si accorgano di lui. 
“Nella lotta per l’indipendenza sono uscito di casa molto presto”, racconta, “a diciotto anni. La mia lotta per l’indipendenza significava conquistare autonomia, liberarsi dalle discussioni in famiglia su ogni decisione. Ricordo precisamente il giorno del mio diciottesimo compleanno: avevo due borse di plastica in mano. Mia madre mi chiese: «Dove stai andando?». E io: «Fuori di casa». «Ma fuori di casa dove?». «Non ti interessa. Vado via. Ciao». «Ma dai, non fare lo stupido, non va via nessuno con le borse di plastica». Ma io avevo solo le mutande e i calzini da portarmi via e non sono più tornato”. Noi di IneedRadio amiamo chi lotta per la libertà, o mi sbaglio presidentessa?

Razzmatazz, Pulp

“Ho continuato a studiare. Ma non potevo farlo di giorno, perché dovevo lavorare per mantenermi. Per tre anni ho lavorato otto ore al giorno e andavo a scuola di sera. Il mio primo lavoro è stato da apprendista contabile, poi ho pulito le scale. poi ho lavorato in un obitorio. Ma il mio obiettivo era arrivare a zero ore alla settimana, cioè non lavorare e avere comunque un reddito”. E’ rimasto a Padova fino a quando nel 1984 non ha deciso di smettere di lavorare per davvero e, causa Donne dice lui, trasferirsi in una città ancora più piccola: Forlì. “Lì è stato interessante, perché mi sono trovato con tutta la giornata libera. Non lavoravo. Era sopravvivere. In che modo?
Ti industri. Fai un po’ di tutto. Quando la tua vita costa quasi zero, non hai grosse necessità. Vivevo di cose che avevo messo da parte e che avevo fatto fruttare. Avevo sempre lavorato con l’idea che se a un certo punto avessi smesso, dovevo anche essere capace di mantenermi. Allora avevo a disposizione tutto il tempo che volevo e questo è un privilegio che non puoi comprare”. Però una cosa gli era chiara sin da allora: qualsiasi cosa avesse deciso di fare doveva essere venduta. Anche quando ha deciso a lavorare con le gallerie: “Avevo deciso che se entro tre anni non avessi prodotto benessere avrei cambiato piano. Il mio incubo era quello di finire a fare una brutta copia della mia famiglia”. E allora il nostro ragazzo cosa fa? Di tutto per farsi notare. E usa i mezzi di comunicazione. Ve ne racconto due prima del prossimo brano.
Nel 1989 Cattelan compra una pubblicità elettorale sul quotidiano La Repubblica, che recita “Il voto è prezioso, TIENITELO”, firmato dalla sedicente “Cooperativa scienziati romagnoli”. Con questa “performance” di stampo dadaista, Cattelan crea un cortocircuito di non-senso, citando un vecchio motto anarchico firmato da un’assurda cooperativa, ed inserendola in una vero spazio da campagna elettorale, tra uno scudo crociato che recitava “Vota D.C.” ed una foto ammiccante di Bettino Craxi. Se andiamo indietro nel tempo, 1986 aveva lanciato una provocazione, con «Untitled», del 1986, una tela squarciata in tre pezzi alla maniera di Lucio Fontana, creando però la «Z» di Zorro, che sarà il suo «marchio» negli anni successivi.

Vision of Johanna, Bob Dylan. Un bacino al mio amichetto milanese che sta per partire per Tokyo

Senza titolo, 1993, acrilico su tela 80 x 100 cm. La tela è squarciata in 3 pezzi, creando la z di Zorro nello stile di Lucio Fontana. In questo modo Cattelan stabilisce il suo personaggio di vendicatore mascherato che ha giurato di gettare luce sulla commedia umana, attraverso il filtro del sistema dell’arte. In questo, apparentemente semplicissimo, lavoro, a prima vista minimale ed immediatamente accessibile, si trovano tutte le figure retoriche che costituiscono il suo lavoro: l’appropriazione caricaturale di lavori del passato, la favola moralizzante e, soprattutto, questa insolente maniera di irrompere nel sistema dei valori, che è la caratteristica prima del suo fare. Lui cosa fa: parte da una struttura formale familiare, ma gradualmente ed insidiosamente ne capovolge il significato. A lui in fin dei conti la tela tagliata di Lucio Fontana non piace, o meglio, la vuole mettere in ridicolo. E vuole proprio dirci: ma voi davvero credete poveri fessi che questa è arte contemporanea?
Cattelan si impone all’attenzione nel mondo dell’arte con l’opera Strategie del 1990. L’artista si impossessa di 500 numeri di Flash Art, la più nota ed influente rivista d’arte contemporanea italiana del tempo, e ne sostituisce la copertina con una di sua concezione che ricalca il progetto grafico originario, ma che espone a tutta pagina una sua opera. In tal modo si assegna da solo il “frontespizio” di Flash Art, e vende gli spazi pubblicitari sui tre rimanenti risvolti. L’opera raffigurata rappresenta un instabile castello di carte composto dalle precedenti copertine della rivista. È questa la “strategia” che attua Cattelan per scardinare l’attenzione dell’impenetrabile establishment dell’arte contemporanea italiano, e attirare su di sé le volute attenzioni degli addetti ai lavori. Dopo di che cosa fa consegna di persona nelle maggiori gallerie non solo di Milano ma anche di New York la rivista. In 500 che contano, si accorgono di lui.
Inizia a lavorare a Milano, realizzando oggetti non-funzionanti, in sintonia con le tendenze del concettuale. Il debutto espositivo è nel 1991, nel corso di Arte Fiera a Bologna realizza una performance intitolata Stand abusivo. Sui due lati di un tavolo da calcetto, di dimensioni assolutamente abnormi, si fronteggiano due vere squadre di calcio, la prima composta da 11 uomini bianchi riserve del Cesena calcio, la seconda da 11 uomini di colore, senegalesi, che indossano una maglietta con il logo RAUSS, lo slogan con cui i nazisti appellavano gli ebrei. Cattelan scatta foto, belle, che documentano questa partita e consegna il biliardino intitolato «Stadium 1991» alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna.
“Ho pensato quale fosse la cosa più popolare in Italia e ho utilizzato il calcio per veicolare, attraverso un principio semplicissimo, il fenomeno emergente degli extracomunitari. Li ho fatti giocare delle partite dove io ero allenatore e presidente della squadra”.

Caroibou, Sun

Nel 1992 se ne inventa un’altra: dice di essere a capo di una presunta fondazione Oblomov riesce a raccogliere da segreti finanziatori 10 mila dollari e si inventa un premio da assegnare a un artista che avesse acconsentito ad astenersi per un anno dall’esibire il suo lavoro. Quando gli artisti selezionati rifiutano di accettare il premio, Cattelan prende i soldi e corre a New York.
Per la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia propone l’opera, siamo nel 1993, propone “Lavorare è un brutto mestiere”. L’artista, invece che esporre una sua opera originale, dà in affitto il proprio spazio espositivo a una agenzia di pubblicità, che lo utilizza per scopi commerciali durante l’evento. Ve la immaginate la faccia del curatore della mostra? Ditemi se non è un provocatore lui!
Nel 1997, viene invitato di nuovo a Venezia. Il tema della 47esimo festival è “la mescolanza delle generazioni nell’arte italiana postbellica”. Cattelan porta un’opera che omaggia (o ridicolizza) uno dei più importanti movimenti artistici italiani del dopoguerra, l’Arte povera, movimento in cui gli artisti realizzavano le loro opere con materiali non convenzionali o per l’appunto “poveri”. Nel visitare il padiglione italiano tempo prima della manifestazione, si narra che Cattelan lo avesse trovato in totale abbandono e degrado, pieno di piccioni, siamo a Venezia, d’altronde. La sua opera, Turisti (1997), consisteva nellasciare tutto come lo aveva trovato, aggiungendo semplicemente 200 piccioni imbalsamati posizionati sulle travi del padiglione ed escrementi degli stessi sul pavimento.
Nel 2011 Cattelan ritorna a Venezia, edizione numero 54ª edizione e ripropone la medesima installazione (Tourists, poi rinominata in Others) solo che i piccioni imbalsamati anziché 200 questa volta sono duemila e vengono disposti sui solai e sugli impianti dell’aria condizionata delle sale del Padiglione Centrale. Il giorno seguente all’inaugurazione della biennale, in segno di protesta, alcuni animalisti esposero all’interno dei Giardini striscioni di protesta, annunciando un esposto in procura.
Negli anni si sono alzate spesso polemiche per il suo utilizzo di animali imbalsamati, come il cavallo appeso al soffitto di una galleria (la ballata di Trotsky del 1997) o deposto sul pavimento con un cartello con la scritta “I.N.R.I” (I.N.R.I. 2009: vi ricordo che l’acronimo sta per Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum ovvero Gesù Nazareno re dei Giudei), conficcato nell’addome. O lo scoiattolo suicida dell’opera Bidibibodibiboo del 1996.
’La ballata di Trotsky’, messa in vendita da Sotheby’s nel 2004 a New York raggiunse i due milioni di dollari. L’opera raffigura un cavallo vero, impagliato, sospeso con cinghie al soffitto ed è del 1996: Cattelan l’ha definita ”una potente immagine dell’impotenza” riferendosi agli ideali rivoluzionari di Trotsky. La stima di partenza era 800.000 dollari. Il cavallo ha raddoppiato il valore dal 2001, quando era passato di mano l’ultima volta da Christie’s a Londra. Brandt, che nelle sue raccolte ha opere di Andy Warhol, Basquiat e Jeff Koons, l’aveva pagato 900 mila dollari e in tre anni si è visto più che raddoppiare l’investimento di partenza.

Hauschka, Elizabeth Bay

L’anno che consacra Cattelan come artista mondiale è il 1999. “Non so cosa significhi “farcela”. Diciamo però che il Papa (La nona ora, 1999) è stato il momento di passaggio, quando mi sono sentito finalmente parte del sistema”. Cattelan viene da una famiglia molto religiosa, da ragazzo faceva il chierichetto, ha trascorso molto tempo all’oratorio e in chiesa, era il suo modo di essere libero, fuori di casa. A chi gli chiede se è credente risponde che se non fosse in qualche maniera credente, certi suoi lavori non esisterebbero. Oltre a parlare con una certa iconografia religiosa, in effetti, io ricorderei che l’arte visuale, come la musica e anche certe religioni, sono dei mezzi per raggiungere uno stesso scopo cioè l’estasi metafisica. Cattelan aggiunge poi che per sua fortuna “non ho ancora affrontato la malattia e la sofferenza, quindi non ho le idee chiare in merito… Ma c’è una parte di me, quella buona che sente qualcosa”.
Dicevo 1999 anno di svolta. Anche perché presentò come opera vivente (A perfect day) il noto gallerista milanese Massimo De Carlo, appendendolo ad una parete della galleria con del nastro adesivo grigio. Al termine del lungo vernissage, lo stremato gallerista fu ricoverato al pronto soccorso privo di sensi. Lo stesso anno si mette una maschera in stile Walt Disney, con la faccia di Picasso, e si piazza all’ingresso del Moma a dare il benvenuto ai turisti.
Non contento a fine anno organizza con l’amico Jens Hoffmann una presa per il culo atomica al sistema dell’arte contemporanea. Si inventa la sesta edizione della Biennale dei Caraibi (non ci è mai tenuta una biennale) “Blown Away” che recita così: “La Biennale dei caraibi intende violare quest’ultimo tabù: l’ansia della prestazione, della produzione. Invece di inquinare il nostro mondo visivo con altre opere d’arte. la Biennale offrirà la possibilità di avviare uno spazio per una comprensione reciproca, perché, come diceva John Cage, dobbiamo fare silenzio, se vogliamo sentire meglio.#Pertanto la Biennale funzionerà come una sorta di Buco Nero, o Triangolo delle Bermuda: viaggiando nelle British West Indies, gli artisti accetteranno di non progredire nella corsa verso il podio del mondo dell’arte, dimostrando che tutte le parole chiave della nuova critica e della pratica artistica rischiano di non portarci da nessuna parte, perché, mentre gli artisti e i curatori viaggiano da una parte all’altra del mondo, ci si ritrova spesso a chiedersi se si stanno davvero muovendo”. Risultato? La Biennale è una vacanza per artisti del calibro di Olafur Eliasson (Islanda-Germania), Douglas Gordon (GB-USA), Mariko Mori (Giappone-USA), Chris Ofili (GB), Gabriel Orozco (Messico-USA), Elizabeth Peyton (USA), Tobias Rehberger (Germania), Pipilotti Rist (Svizzzera), Wolfgang Tilmans (Germania-GB) e Rirkrit Tiravanija (Tailandia-USA). E’ un genio!

Turin Brakes, The sea Change

Ormai Cattelan è mondiale. Allora arrivano le sculture choc. Nel 2001 realizza Him, che ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono), con corporatura da bambino, occhi commossi e pieni di lacrime.
Nel 2004 Cattelan appende tre bambini-manichini impiccati a un albero di Porta Ticinese a Milano. Dopo poche ore un passante sdegnato i rimosse ferendosi pure. 
Nel 2009 in coincidenza della sua mostra personale a Palazzo Reale a Milano viene notata una somiglianza impressionante fra alcuni pupazzi che espone e Massimo Tartaglia (attentatore di Silvio Berlusconi in Piazza Duomo nel dicembre 2009).
Nel 2010 produce L.O.V.E. – acronimo di libertà, odio, vendetta, eternità – scultura monumentale posta in Piazza degli Affari di fronte al Palazzo Mezzanotte sede della Borsa di Milano, edificio costruito nel 1932 con i tipici stilemi del ventennio fascista. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto fascista ma con tutte le dita mozzate – tipo erose – eccetto il dito medio. Oscenità, diocenescampi. La mano sarebbe al contempo un gesto di irriverenza al simbolo del fascismo, sia al mondo della finanza. In seguito alle proteste di una parte della rappresentanza politica e culturale milanese, il critico Philippe Daverio propose di trasferire l’opera a Bologna, città “più spiritosa” e “più adatta” ad accogliere il “gesto ironico” dell’artista padovano.

The Piano, Michael Nyman

L’autorevole rivista britannica Art Review ha inserito l’artista italiano Maurizio Cattelan al quarto posto nella lista delle persone più influenti del mondo dell’arte contemporanea. Una ”consacrazione” che premia la fine di un’ottima annata per le quotazioni dell’artista padovano, le cui opere hanno raggiunto prezzi record nelle case d’aste più prestigiose del mondo. Artista, giornalista, gallerista, curatore. Maurizio Cattelan ha rivestito tutti i ruoli possibili nel mondo dell’arte contemporanea, eccetto quelli di direttore di museo e di ladro di opere. È quanto afferma l’autorevole Art Review, che lo ha consacrato l’artista e l’italiano più influente del mondo dell’arte contemporanea. Cattelan quest’anno figura infatti al quarto posto della consueta Top 100 compilata dalla rivista britannica, preceduto dal gallerista e mercante d’arte americano Larry Gagosian (primo), dal direttore del Museo di Arte Moderna di New York, Glenn Lowry (secondo) e dal direttore della Tate di Londra, Nicholas Serota (terzo). Un bel salto rispetto alla classifica del 2003 che lo vedeva alla ventiquattresima posizione.
Nel 2006 Cattelan aprì a New York una vetrina minimale sulla 20esima strada, chiamata Wrong Gallery (un metroquadro), dove di volta in volta veniva esposto un artista di suo personale gradimento. La Wrong gallery fu sostituita nel gennaio 2012 da Family Business. In metriquadri diventano tre e oggi come allora i newyorkesi di Chelsea aspettano con l’acquolina in bocca l’opening di Cattelan del venerdì sera. E’ chiaro, ora è parte dello star system anche lui. Devo però dire due cose: la prima, la sua Wrong-Family Business Gallery è una no-profit gallery, che vuol dire che non vende (la giurisprudenza almeno a NYC è molto chiara in merito e lascia poco spazio a imbrogli), la seconda, Cattelan ha tutta l’aria di non averci nessuna cazzo di voglia di presenziare ad eventi mondani. Poco tempo fa la facoltà di Sociologia dell’università di Trento gli ha assegnato, per esempio, la laurea ad honoris e lui si è presentato con un asino imbalsamato e lo ha regalato all’ateneo. Irriverente resta. Peccato che mi sembra che si sia preso una pausa negli ultimi 4 anni, o sbaglio?

Noah, di nuovo i Notwist e vi saluto.

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Basquiat, il bambino radioso

Canticchio Bob Dylan, sogno il Village nel 1979, e vi appiccico un capolavoro raro, firmato Basquiat, Wahrol, Clemente, dal titolo Origins of cotton, mentre giro lo speech della puntata di crisalide d’aria n. 5 andata in onda la sera del 18 marzo 2014 che andrà in replica 21 marzo alle 11, giusto in tempo con la primavera.
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Puntata n.5 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 18 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 21 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 5 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 18th, 2014 7-9pm. In reply Friday, March 21st, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 5 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 18. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 21. März 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

Basquiat è il più rockettaro dei pittori. E’ nato nel 1960 a New York, è morto nel 1988 a New York per un overdose di eroina. A soli 27 anni. Lui assieme a Keith Haring, ha portato l’arte dei graffiti nelle gallerie e nei musei. E considerata la morte e l’età rientra a pieno titolo nel club di Amy Winehouse, Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin.
Prima dei rockettari del rock, i rockettari erano i pittori. Prendiamo ad esempio Van Gogh. Uno che fino a 30 anni fa un po’ l’insegnate un po’ il mercante d’arte ma non il pittore, poi scopre il suo talento, produce un monte di quadri, se ne contano più di 800, diventa matto, dipendente da assenzio e alcool, sembra avesse schizofrenia, sindrome bipolare, sifilide. Muore a 37 anni per ferita d’arma da fuoco, presumibilmente auto-inflittasela.
Oppure Jackson Pollock, quello dell’action painting, che ha inventato la pittura del dripping della sgocciolatura, pure lui è morto prima del tempo. Era un alcolizzato, fu espulso da suola per indisciplina andò a morire a 44 anni a un miglio dalla sua casa a Long Island schiantandosi ubriaco con la macchina. E per finire cito Marc Rothko. Nato in Lettonia si trasferisce da piccolo negli Stati Uniti. E’ quello che fa queste tele mono cromatico di nero su nero, bianco su rosso, rosso su rosso, giallo su giallo. Le sue opere sono tra le più pagate al mondo. Un Rothko nel 2007 è stato venduto a 73 milioni di dollari. Lui si uccise tagliandosi le vene nel 1970, aveva 67 anni.
Adesso però torniamo al nostro Jean Michel Basquiat e voliamo un attimo nella Factory di Andy Warhol, dove Basquiat ci aveva passato un bel po’ di tempo.

Dove andavano molto di moda i Velvet Underground. E pure l’Heroin.

La New York dove nasce e cresce Basquiat è quella di cui si parla nel film Taxi drive. Siamo alla fine degli anni ’70. La grande mela è un posto pericoloso. Manhattan era un posto pericoloso, fatto di criminalità, droga, eroina, prostituzione. Nel centro, nel Village precisamente attorno a questo stradone perpendicolare che si chiama la Bowery, vivano questo artisti tutto fare, li chiamavano i Downtown 500, un gruppo di 500 artisti che si conoscevano tutti tra di loro, che facevano film, scrivevano poesie, erano pittori, o erano studenti di arte alla Columbia University, o vivevano di niente quindi vivevano in case occupate e mangiavano come i clochard dalla spazzatura: Questo il caso di Basquiat. Che scappò di casa la prima volta a 15 anni quando i genitori si separarono. I suoi genitori, padre di Haiti e madre afro-portoricana, quindi per chi non avesse mai visto una foto di Basquait sottolineo che è di colore e poi vedremo anche come questa cosa ha influenzato la sua breve, intensa vita carriera, non erano poverissimi, se è per questo il padre era un ragioniere famoso di New Jersey, ma i dissapori tra Jean Michel e Gerad talmente tanti che preferisce vivere di niente. Alla fine il mondo della strada è dei neri quello delle gallerie d’arte prima di lui era solo esclusivamente bianco. Bianco occidentale. Era il 1980. Siamo a New York e mi fa un po’ strano credere che c’è un ragazzo di colore che deve sgomitare per farsi largo tra i bianchi. Comunque dopo qualche anno di vita in strada attorno a Union Square, mentre disegna cartoline a mano e venderle per fare due spicci, quando conosce questo tipo il graffitaro Al Diaz e assieme fondano questo doppio collettivo Samo. Poesia di strada.

Prima di parlare i Samo ascoltiamoci Blondie. Heart of Glass. Fu proprio Deborah Harry, ex coniglietta di playboy, attrice del film di Cronenberg Videodrome, che comprò il primo disegno a Basquiat, pagandoglielo 200 dollari.

Diaz e Basquiat cominciarono a scrivere sui muri del village. Il primo scopo di fare graffiti è la fama. Se io ho il controllo del quartiere, qualcuno prima o poi mi noterà. Il Soho news pubblicò un articolo con i loro graffiti e gli dicono di farsi avanti. Loro si faranno avanti e furbetti, venderanno la loro storia, che per altro era vera, per 100 dollari. Avevano bisogno di soldi. Questo ho capito di Basquiat. Lui che pure non veniva da una famiglia povera, dentro casa sua c’erano i libri di filosofia, vista la sua vita di strada, aveva un disperato bisogno di soldi. Oltre a vendere cartoline il ragazzo dipingeva Tshirt e si prostituiva pure. Qualche volta. E dopo il Soho news, nel 1978 arriva addirittura il Village Voice a pubblicare un’intervista su questo strano Samo.
Definire le scritte di Samo “graffiti” non era più appropriato. Erano delle Tag accompagnate da frasi ad effetto spesso apparentemente senza senso con contenuti poetici e erano poco pittorici. Samo stava per Same old shit.
“Origin of cotton”
“Il silenzio assoluto come un odore pungente”
“Paga una prostituta costruisci un forte e dagli fuoco”
“SAMO come la fine della religione che ti lava il cervello, della politica inconcludente e della falsa filosofia”
SAMO come clausola liberatoria”
“SAMO salva gli idioti”
SAMO come la fine del punk in vinile”
“SAMO come alternativa al fare arte con la setta radical-chic finanziata dai dollari di papà”
“SAMO come espressione dell’amore spirituale”
“SAMO per la cosiddetta avanguardia”

Queste immagini mi fanno troppo pensare a New York e a un film bellissimo ambientato nel village diciamo un decennio prima, dal titolo I am not there, è una sorta di film sulla vita di Bob Dylan. E questa è I want you…

“Non avevamo soldi, viaggiavamo a scrocco dei treni. Così vivevano i ventenni che arrivavano a Nyc. Vivevo come capitava, racimolavo i soldi per terra, mangiavamo sempre gli stessi cheese noodles, tozzi di pane e vino con gli ubriaconi, non ho mai pensato di accettare un lavoro neppure partime. Se vivi controcorrente e fai un vita sovversiva è difficile tornare indietro. Allora pensavo che avrei fatto il mendicante per sempre”. Però siccome Jean Michel Basquiat era come dire uno che piaceva molto alle donne – ci tengo a ricordare che tra le donne che persero la testa per lui cera anche Madonna, sì la Ciccone che di lui disse: He was one of the people I was truly envious of… bit he was too fragile for ths world – molte lo come dire accoglievano in casa con loro. Così fece la storica fidanzatina Susanne Mallouk. Questa ragazza faceva la barista in uno squallido bar tra la seconda e la quinta, lui entrava e si appoggiava a jubox e la fissava, senza prendere mai niente per settimane indossava un lungo soprabito e i capelli rasta. E la leggenda vuole che un giorno fece un disegno per lei sul tavolino col Ketchup per sedurla. Insomma i due si fidanzano, e nel 1979 lui va a vivere da lei, tempo poco lei gli chiede di contribuire alle bollette, all’affitto, e lui ci prova pure mi pare a fare l’aiuto elettricista o l’aiuto idraulico. Dopo uno due giorni di lavoro torna distrutto a casa, crolla in un pianto dicendo che proprio non ce la faceva a fare un lavoro normale, lui voleva dipingere, e lei Susanne: Così abbiamo deciso che io avrei lavorato e lui dipinto. Le donne. Sante tutte

E ora cosa ci ascoltiamo… mumble mumble mumble…. Madonna. Isla Bonita. Caro il mio professore.

Ritorniamo a Basquiat. Un pittore rivoluzionario. Di colore, ex graffitaro ex artista di strada del Village new yorkese della fine degli anni ’70, quando New York era pericolosa, sporca, piena zeppa di droga e di criminalità da un lato, e fresca e vivissima sotto il profilo artistico. Erano gli anni della Factory di Andy Warhol, del club 57 di Bob Dylan e Patti Smith.
Citavo Andy Wahrol. Quando questo ragazzo aveva 18 anni, entrò sfacciatamente in un ristorante dove c’era Wahrol che stava pranzando con degli amici e prova a vendergli alcune delle sue creazioni. Cartoline ma fatte con polaroide decorate, ritagli di giornali. Andy gliene comprò un paio.
Ma la vera svolta nella vita di Basquiat arrivò nel 1980 quando a Time Square si organizzò una roba simile a un live-painting dove presero parte una 80ina di artisti, tra cui appunto Basquiat e Haring.
Qui che i due vengono notati da Annina Nosei. Annina Nosei è una donna giovane italiana, laureata in psicologia, con tesi su Marcel Duchamp, appassionata di arte contemporanea, aveva la sua piccola galleria a Soho, decise di provare a portare la street art nei musei. Così scopre questi due ragazzi al Time Square show – in realtà Haring aveva già come dire avuto accesso a un luogo più istituzionale della strada – e decide di far visita a Baquiat e vedere qualcosa dei suoi lavori.
Questa è buffa perché quando Annina Nosei ha raccontato di aver conosciuto Basquiat ed essersi recata a casa sua, della Susanne, si è accorta che non aveva neanche una tela dipinta. Jean Michel dipingeva sugli oggetti che trovava per strada: Porte, finestre, dove l’intelaiatura era la cornice e poi il vetro o il pannello il fondo del quadro. Dipingeva i vestiti di lei, su migliaia di fogli di carta, sul frigo. Sicché Annina gli fa: ragazzo mio io vorrei anche prenderti nella mia galleria ma qui c’è poca roba, a me servono delle tele, non posso portar via finestre, porte, frigoriferi. Basquiat le risponde, finanziami tu. E Annina, ottimo intuito di donna, sganciò sull’unghia 3mila dollari, gli mise a disposizione il seminterrato della sua galleria, gli diede due mesi di tempo per realizzare una ventina di tele (Annina Nosei ora sta a New York, vive in un appartamento immenso che affaccia sul West River di Manhattan, è tra le italiane più ricche in città – insomma quell’investimento le andò bene).
Finanziò la prima mostra. E’ chiaro che il nostro bambino di 20 anni era felice come una pasqua. Sì già prendeva droghe. Praticamente le aveva prese da quando è nato, era già molto conosciuto negli ambienti underground del village per via della sua storia da graffitaro e ex ragazzo di strada. Ma rimaneva uno straccione e questa era la sua grande occasione. In una sera, quella della inaugurazione della mostre, vedette tutto. 200Mila dollari in un colpo solo.

Andiamo con American Land, Bruce Springsteen. Ieri era san Patrizio ragazzotti. E San Patrizio mi fa pensare agli irlandesi che costruiscono New York.

Proviamo a descrivere le opere di Basquiat. La crisalide d’aria, amici ha smesso di fumare da tre giorni, ho talmente tanto ossigeno nel cervello che mi sento drogata. Cioè se le infiltrazioni di ossigeno che fa l’arte contemporanea fossero come smettere di fumare,
Qui nascono i suoi teschi, gli scheletri, i buoi televisori, gli uomini antenne, i bidoni robot. La prima persona a cui volle mostrare i suoi quadri fu suo padre, la sua prima esposizione pubblica, fu da Annina Nosei. “Sai descrivere e tue opere” non credo sia possibile, è come chiedere a Miles Davis di chiedere come suona la sua tromba.
Robert Ferry Stomson.
Aveva un talento speciale a prendere le sue esperienze di strada e trasferirle in arte. Il suo bagaglio culturale era superiore alla media. Molti si stupivano di fronte alla sue conoscenze e non capivano da dove le avesse pescate, quello dio santo faceva il mendicante. Sapeva anche un po’ di francese e di spagnolo…
Anche Picasso era cresciuto per strada e parlava catalano spagnolo francese. E per tornare alla prima opera che è piaciuta a Basquiat, be’ il Guernica di Picasso.
Sto ragazzo da piccolo voleva fare il fumettista.
A un certo punto a cominciato a citare gli artisti che apprezzava. Dalla Gioconda di Leonardo, a una stilizzazione della venere d Milo. Quando disegna i grattacieli di Nyc li disegna bene, molto semplici, stilizzati, grigi, neri, poche finestre e poi è come se a un certo punto gli prende un attacco isterico e in un lato del quadro si mette a distruggere la pace, no. Come se questa città avesse i suoi problemi di insonnia di dipendenze di smog, che ne so. Utilizza moltissimo le parole. Parole senza senso, parole come simboli decorativi. Urine, Mary Boone, Charlie Parker. Lui teneva il pennello come lo tengono i bambini, lo impugnava a tutta mano e lo muoveva sulla tela, con tratto sicuro ma insicuro. Io per esempio quando disegno senza senso ho la tentazione di replicare le forme morbide della natura, tipo le onde, i mondi il sole, i frattali degli alberi. Lui replicava New York. Quadrati, triangoli, corone, simboli geometrici numeri seriali, lettere seriali, pezzi di essere umano. Ci sono molte cose su fondo nero. Però perché lui nero. Gli occhi dei suoi teschi sono spirali. I denti sono tabelline. Molti dei suoi esseri hanno l’aureola (sua madre era religiosa e disegnava spesso immagini bibliche).

Ora i Pulp. Un po’ di anni ’80 Like a Friend.

Quando Basquiat accede alla galleria di Annina nosei ha 20 anni. Otto anni dopo muore. Cosa succede ne frattempo. Questo è il problema. Leggeva Mark Tawin e William S. Burroughs. L tecnica di frammentare le informazioni. Prendete un giornale tagliatelo in quattro parti, e ricomponetele in mixando le parti. Lui che usava una fracca di parole questa roba di Burroughs gli piaceva un bel po’. Anche se questo ragazzo stava fuori tutte le sere a bere, drogarsi, anche se quando era in casa dice che accendeva la tivù, accendeva la radio, prendeva un libro e lo leggeva pure, bene, lui aveva sempre tra le mani un blocchetto per gli schizzi dove appoggiare le proprie idee. Tra l’altro anche ben concentrato.
Ma se qualcuno disgraziatamente, come è capitato si recava nel suo studio (soffitta di Crosby street dove viveva con Susanne) e gli commissionava una quadro, chiedendo che fosse il linea con i colori del divano o della tappezzeria, lui li mandava via in malo modo e lanciava loro anche oggetti dalla finestra, una volta che erano scesi giù in strada. Nel frattempo lui che va detto era un gran calcolatore, dopo solo un anno abbandona la Nosei e passa tutte i galleristi più fighi di New York, se lo litiga tutta la creme dell’arte contemporanea di Nyc. Dalla Gagosian Gallery (Larry Gagosian) Alla Mary Boone, passando per lo svizzero Bruno Bishopberger che gli presenterà ufficialmente e per la seconda volta Warhol. Con la Gagosian mette anche il suo primo piedino a Los Angeles. A Hollywood. E addirittura arriva in Italia per questa collettiva sulla Transavanguardia assieme a Francesco Clemente. Nel 1982 va a Kassel, Documenta, nel 1983 arriva al Withney Museum. Nel giro di due anni passa da morto di fame a milionario. Lasciava ancora i soldi, migliaia di dollari, in giro per casa li nascondeva in mezzo ai libri, non sapeva neanche aprirsi un conto in banca… Faceva i soldi ma si faceva pure una valanga di pippe mentali: Tipo Julian Schanbel fa le mostre al Whitney museum e io no…. (Schnabel è ancora vivo, sta a Brooklyn e ha 62 anni, l’età di mio padre).

Prossimo brano, Questa l’ho tirata fuori rivedendo Factory Girl, That’s the way it’s got to be (1965)
A dopo my love ❤

Voglio fare un volo pindarico che un po’ c’entra. Perché siamo a Berlino e a Berlino c’è il monumento più visitato di tutta la Germana. La East Side gallery non è solo il pezzo di muro di Berlino più lungo rimasto a Berlino (1,3 chilometri tra Ostbahnhof e Warschauer strasse), anche la galleria a cielo aperto più estesa al mondo. Quello che non tutti sanno è che purtroppo è anche una gran patacca. Torniamo indietro negli anni. Siamo nel 1990, questo pezzo di muro era ancora in piedi. Era una enorme tavolozza bianca. Le associazioni di artisti dell’est e dell’ovest per celebrare la riunificazione delle due Germanie hanno chiamato altri colleghi provenienti da 20 Paesi, per realizzare una sequenza di oltre 100 murales. La gallery nasce come un’operazione culturale ma anche commerciale. Ciascun murales una volta realizzato doveva essere ceduto a un altro Paese e lì poi messo all’asta. Insomma la East side gallery nacque per essere smantellata, anche perché almeno allora, i berlinesi non avevano nessuna voglia di vedersi ancora un muro attraversare la città. Di fatto la qualità delle opere d’arte era quelle dei murales. Ovvero vernici di serie b su parete già corrose da un meteo, che ve lo assicuro, qui d’inverno, sa essere impietoso,
Già a fine anni ’90 i murales originali risultavano danneggiati, e altri writers hanno cominciato a scarabocchiarlo. Per questo nel 2008 la East side gallery fu sottoposta a un’inedita operazione di restauro. Vennero levigate le pareti, rinforzate le ossature metalliche e bonificato il calcestruzzo. Risultato? ( i vecchi murales andavano tutti rifatti. 85 artisti (i sopravvissuti dei 118 originari) furono richiamati a Berlino per ridipingersi il murales. In cambio di un assegno di 3000 euro e di un biglietto aereo per Berlino. Molti distorsero il naso e non si presentarono all’invito della galleria. Altri polemicamente ritornarono a Berlino ma anziché replicare gli originali ne realizzarono altri.

Prossimo brano. More than I feeling. La canzone di JD, del dottor Cox, Turk. I tempi di Scrubs (dovevo alleggerire).

Jean Michel Basquiat fa colpo, anche sessualmente su una persona: Andy Warhol. Colui che nel frattempo aveva in mano la Factory, che aveva scelto di non dipingere mai più (erano anni in cui si occupava di dirigere i video in sequenza all’interno appunto della Factory), eccolo a pendere dalle labbra di questo ragazzo. E questo ragazzo che veniva dalla strada che improvvisamente si scopre un milionario. Non riconosce i vecchi amici, sta sempre più sulle sue, si droga dalla mattina alla sera. Ricordo: passano 8 anni da quando viene scoperto a quando muore di overdose. Però a lui non era concesso fare un quadro e basta. A lui veniva chiesto a partire dal 1982 di fare solo capolavori. E qui, a questo punto che comincia ad assumere eroina. Cioè, lui altre droghe le prendeva e sapeva benissimo gli effetti dell’eroina, cominciò proprio per rispondere alle aspettative di un mercato mangia anima.
Voglio dire un’ultima cosa. Negli anni’80 i neri a Nyc erano ancora vittima di razzismo. Un amico della sua Susanne, graffitaro, una sera viene beccato dalla polizia, menato, tanto finisce in ospedale e poi muore. Basquiat quando veniva intervistato, molto gli dicevano: Hey ma non è che c’è una sorta di animo scimmiesco nei tuoi lavori? Ovviamente no.. ma ma era la domanda che tutti i giornalisti gli facevano per non so quale ragione. Ma a un certo punto ha cominciato effettivamente a raccontare personaggi di colore. Neri. Spiega perché c’è un re nero nel mondo e il mondo non lo celebra.

Superstar, ispirata dal film Juno. Non chiedete altro, Ieri, quando preparavo la puntata ho dovuto bere tanta vodka per non accendermi una sigaretta che voi non avete idea.

Diffidava di molte situazioni, gli vendevano i bozzetti all’asta, molte persone cominciarono a stargli vicino per sfruttarlo, ma lui d’altro canto non riusciva a liberarsi Non aveva gli strumenti per navigare in un mare di merda. Ha cominciato a viaggiare Hawai Maui, papino, distacco dal mondo, distacco da Nyc.
Considerava il mondo dell’arte come un mondo di cani. Allora provò anche con Los Angeles. Lasciò la soffitta dove viveva con Susanne e si trasferisce in un atelier proprio di Warhol. Andy Warhol lo aiutava su tutto, a un certo punto questo due decidono di organizzare una mostra (Attenzione i due ora sono anche amanti) Basquiat era il genio, Andy il cagnolino. La doppia mostra fu stra-criticata. La stampa diceva chiaro e tondo che Basquiat era il servo di Andy, d’altrocanto fu Basquiat a spingere a Andy a tornare a dipingere. Siamo nel 1984. Fanno assieme questo Bananas, China, e con Clemente un anno dopo Alba Breakfast (Di nuovo il simbolo della General Electrict)
Nel 1987 Wahrol muore per un intervento alla cistifellea. Un intervento di routine, non sarebbe dovuto succedere. Invece è successo. Basquiat da allora non si è più ripreso. La droga diventò il suo pensiero fisso.
Basquiat non vive molto dopo la morte di Andy. Annina Nosei dirà che lui ha fatto i suoi capolavori maturi a 27 anni, cazzo. Fa cavalcare scheletri su scheletri di cavalli, ragazzi se esiste un evoluzione di Picasso (e lui amava Guernica) bene, allora quell’evoluzione è Basquiat. I lavori erano meno chiassosi, più rarefatti. Maturo. Però nel suo rinchiudersi in se stesso, nuova fidanzata, Hawai col papà, promette a tutti i suoi galleristi di pulirsi dalla droga. Ma non ce la fa. Torna a New York, nell’estate del 1988. Un posto di merda l’estate a New York negli anni ’80.

E ora Weekend Wars, un weekend di guerra. MGMT. Capolavoro di qualche anno fa. Io ero a Amsterdam.

Di cosa parliamo la prossima puntata? Vogliamo parlare di Maurizio Cattelan? Maybe.