La caducità si fa un tuffo in piscina (che però è vuota)


Tracce di rossetto sui mozziconi di sigarette, tappeti di sterpaglie bruciacchiate che un tempo erano foresta, o sagome tenui di noi stessi che sembrano fantasmi che vediamo ogni volta che un autobus ci attraversa la strada, ma che poi, di colpo, dimentichiamo. O ancora: il relitto di una piscina olimpionica.
Questa è la poesia di Robert Montgomery, artista anglosassone che si è conquistato quattro mesi in vetrina alla Neue Berliner Räume, con l’esibizione dal titolo Echoes of Voices in the High Towers.
Montgomery cerca luoghi meravigliosi, trova parole per descrivere queste post-situations, dopo di ché scrive con caratteri fatte di luce, asticelle fatte di led. A volte inquadra il tutto nello spazio di una gigantografia pubblicitaria.
Scrive cose tipo questa: ALL OUR SPLENDID MONUMENTS / LIPSTICK TRACES ON A CIGARETTE / THE LIGHT COMES UP ON ONLY LAND / FOREST HERE ONCE / FOREST HERE AGAIN.
O questa: THERE IS NO HISTORY HERE / WE SEE GHOSTS OF OURSELVES PASS BY ON THE SIDES OF BUSES/ AND WE REMEMBER NOTHING,
O ancora questa: PEOPLE YOU LOVE/BECOME GHOSTS INSIDE/OF YOU AND LIKE THIS/YOU KEEP THEM ALIVE.

Alcuni suoi lavori sono esposti alla Neue Berliner Räume. Ma tutta la città si è inchinata al poeta visuale. Molti spazi pubblicitari stanno accogliendo i suoi led, mentre una piscina dimenticata dell’ex aeroporto di Tempelhof (la foto in apertura) dove scorsa settimana hanno deciso di impiantare la Berlin Art Week, è diventata la scenografia di ALL PALACES ARE TEMPORARY PALACES (‘mazza che botta di caducità umana con una frase luminosa su una piscina vuota, non trovate?) . Continua a leggere “La caducità si fa un tuffo in piscina (che però è vuota)”

La rissa per Basilea

Art Basel 2011
Art Basel 2011

La fiera di Basilea, 43esima edizione dal 14 al 17 giugno prossimo, è un evento dove anno per anno si scrive la storia dell’arte. E’ il posto dove succedono le cose, i talenti che prima non lo erano, diventano tali, i collezionisti pagano. Per dare qualche numero: gli stand sono 306 (per 10 artisti ciascuno), le gallerie che hanno sgomitato per avere un posto 950.
E la domanda non era gratis per niente. Solo mettersi nella lista è costato tra i 3 e i 400 dollari.
Chi sta dentro lo decide un risicatissimo gruppo di concessionari. Quest’anno: Xavier Hufkens (Bruxelles), David Juda (Londra), Jochen Meyer (Karlsruhe), Tim Neuger (Berlino), Franco Noero (Torino), Eva Presenhuber (Zurigo) e l’unico americano, il mitologico Miguel Abreu. Il giudizio del comitato è insindacabile e già lo scorso anno con l’esclusione di tre super gallerie di Berlino, aveva fatto rizzare i capelli ai critici di mezzo mondo. D’altronde, se è vero quel che scrive il Financial Times ovvero che il 70% del fatturato di una galleria d’arte di un certo livello arriva proprio dagli eventi fieristici, si capisce anche tanto clamore.

dOCUMENTA, la lotta ai fascismi del mondo

dOCUMENTA, con la d minuscola e tutto il resto maiuscolo, sta all’arte come i mondiali stanno al calcio.
E’ considerata la kermesse più importante di contemporaneo al mondo. Solo Manifesta e Venezia (onore alla Serenissima!) sono considerate al suo pari per indipendenza commerciale e visione. dOCUMENTA ha però un paio di elementi di vantaggio. Primo, è rara.  A differenza delle biennali cade ogni cinque anni: c’è tutto il tempo per creare e coltivare aspettative di ogni sorta.
Secondo, ha una storia suggestiva. Nel 1995 i grandi d’Europa (quelli seri del processo di Norimberga, della guerra ai fascismi, del commercio di acciaio e carbone) decisero di istituire un fiera di arte contemporanea. Non scelsero New York, Tokyo o Firenze. Ma la più brutta tra le brutte città tedesche. Kassel, una micro agglomerato urbano nell’Assia settentrionale, che fu rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale, in quanto sede principale della produzione bellica della Germania nazista . Un simbolo per il mondo da dove far ripartire le idee straordinarie.  Fu così che dOCUMENTA divenne una delle fiere di contemporaneo più rilevanti del pianeta. Da qui sono passati Picasso e Kandinsky, qui è stata istituzionalizzata sia l’arte concettuale sia la videoarte.
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Questo è un uomo: La missione di Berlino

La settima biennale delle arti visive di Berlino (27 aprile – 1 luglio 2012) ha per manifesto una riproduzione del Cristo redentore – quello che domina sulla città do Rio de Janeiro – del polacco Miroslav Patecki, e per titolo “Forget the fear”. Il messaggio del curatore Artur Żmijewski non è certo: Cari miei riavvicinatevi alla religione che qui, con la crisi che ci attanaglia, è il caso di recitare preghiera. Ma piuttosto, allontaniamo la paura e ricostruiamo l’umanità. In salsa brasiliana.

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L’arte del voltastomaco: Il caso Tsykalov

Ecco qualcosa che vi farà venire il voltastomaco.
L’artista moscovita Dimitri Tsykalov 49 anni, riflettendo sulle crudeltà del mondo, in particolare sulle crudeltà commesse dall’uomo contro i suoi simili, con le armi o con la finanza, spesso ha provocato conati di vomito.

Dimitri Tsykalov
Dimitri Tsykalov

Nel 2008, con la serie Meat presentata alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, ha mostrato foto di modelli e modelle nudi, addobbati con brandelli di carne, museruole di macinato, cinte di salsiccia, fucili di costate, pistole di filetto.
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Whitney 2012 noiosa o avanguardia? Village Voice contro Francesco Bonami

Una delle rare istallazioni non noise alla Whitney Biennal 2012, secondo il Viallage Voice. Wu Tsang che va nel bar dei trans.

Per ritornare alla polemica se le ultime fiere newyorkesi siano avanguardia oppure popolate da vecchiotti ingalluzziti, propongo un altro paio di opinioni sull’argomento.
L’intervista a Francesco Bonomi, ex curatore della Biennale di Whitney oltre che di Venezia eccetera eccetera, intervistato dai bravi di Artribune (il giornale fiorentino degli fondatori di Exibart), versus Village voice, uno dei giornali più letti a Nyc.
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Under the radar: Visionari dal Quebec

E mentre New York Times ed Exibart (ma anche New Yorker, Village voice, Artforum, Artcat, Artribune e via discorrendo) se la raccontano su innovazioni, novità, delusioni dell’Armory show 2012 – la fiera di arte contemporanea di New York che si è chiusa domenica scorsa – negli spazi delle innumerevoli gallerie di Chelsea continuano le gare a chi è più bravo.
Degno di nota Under the radar: The New Visionaries, Guided by Invoices, 558 West 21esima strada.
Una esposizione lampo – durata il tempo di Armory – di fotografie, sculture e istallazioni di una decina di artisti canadesi provenienti da Montreal e dintorni, che riflettono, ognuno per i fatti propri sull’esistenza umana.

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Armory 2012, cosa salvare e cosa no

Sta per concludersi, l’edizione 2012 di Armory, la fiera di arte contemporanea più importante di New York. Nata solo nel 1994 (L’art Basel è alla sua 43esima edizione), è diventata, complice la grande mela tutto attorno, vetrina per eccellenza di galleristi che contano e di collezionisti che comprano.
In sostanza, a prescindere dalla critica artistica, ad Armory girano soldi. C’è tanta tanta domanda e tanta tanta offerta.
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