La mia bimba Voodoo

La mia bimba Voodoo doveva parlare ai microfoni di Ineedradio stamani, ma io scrivevo Haiku, lei cantava.
Foto del 06-04-14 alle 11.26

E ora vi faccio ascoltare una canzone che non c’entra niente. Se la logica avesse un senso. Ma visto che logica e coerenza non abitano a casa mia…

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Carsten, scienziato di errore

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Puntata n.7 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 1 aprile 2014 ore 19. In replica venerdì 4 aprile 2014 ore 11. I love you all!

Episode 7 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, April 1st, 2014 7pm. In reply Friday, April 4th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 7 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 1. April 2014 um 19 Uhr. Wiederholung am Freitag 4. April 2014 11 Uhr. Ich liebe euch!

 

Carissimi, buonasera. La notizia di oggi, da cui la puntata di oggi, è che Carsten Nicolai dal 15 al 17 maggio, che vuol dire due notti e tre giorni, tra circa un mese e mezzo ad Hong Kong lancerà questa nuova video istallazione che si chiama alpha pulse. Funziona così Se ho capito bene, si tratta di un pattern di luci che verrà proiettato sulla facciata uno dei grattacieli simboli della città: international Commerce Center, 490 metri di altezza, fronte porto. L’idea di Nicolai quella di illudere i marinai, per essere romantica, e fare credere loro che quel bagliore è un faro. Perché in effetti, io la posso solo immaginare questa istallazione perché per ora c’è solo un rendering e il progetto è stato finanziato e sponsorizzato da Art Basel, nelle fiere di arte contemporanee la numero uno (mo ricordo che la fiere sono mercati, piazze dove galleristi, artisti, collezionisti curatori si incontrano ma con un fine per come dire commerciale a differenza di Documenta di Kassel o la Biennale di Venezia, dove l’esposizione di arte contemporanea è come dire non viziata dal mercato, dalla compravendita, ma spinta più dalla qualità). Per tornare ad alpha pulse, l’istallazione che promette di essere sensazionale come molte delle installazioni audiovideo di questo ragazzo di Chemnitz (Karl Marx STadt), i visitatori o i residenti di Hong Kong per questi tre giorni e due notti, potranno condizionare l’istallazione con un’applicazione di ciascun cellulare, progettata da Nicolai. Se ho capito bene è come se uno digitando una sequenza di numeri o di pulsanti potrà modificare l’istallazione luminosa e sonora di questo grattacielo-faro.
Ora prima di lanciarvi la prima canzone della serata, volevo dirvi perché oggi parliamo di Nicolai.
Primo. Perché siamo a Berlino. Nicolai vive qui, arriva da Chemnitz che è questa città della DDR nei pressi di Dresda, lui è un ragazzo della Germania dell’est, che vuol dire, volto appuntito, sguardo pungente, preciso come un tedesco, freddo come un russo, spartano. Spigoloso come uomo.
Secondo perché l’artista nicolai, visuale, luci, altri non è che Alva Noto. Sapete chi è Alva Noto?
No? stasera vi tocca sentirlo.


Cominciamo con Moon, Collaborazione con Sakamoto. Avete capito di chi sto parlando?

Allora amici adorati, questa è la crisalide d’aria, crisalide d’aria, bozzolo di fili d’aria, bolla di sapone piena di ossigeno, granelli di sauerstoff, incuneati nel cervello. Così, tanto per la primavera, così tanto per l’amore, così tanto per la radio, così tanto per l’arte contemporanea.
Oggi parliamo di Carsten Nicolai, meglio conosciuto come Alva Noto. Alva Noto è uno dei compositori di musica elettronica più noti al mondo. E mi fa molto ridere che mezzo mondo non lo sa che l’artista di arte contemporanea che espone al Guggenheim e al Moma a New York, Carsten Nicolai, e Alva Noto, divinità in tutte le migliori discoteche del pianeta, sono la stessa persona. Allora io che di musica non ci capisco molto, ancora meno di musica elettronica, un paio di mesi fa, era un freddo, dicembre, freddo pomeriggio piovoso a Berlino, la prima cosa che gli chiedo è ma tu ti senti più Nicolai o Noto, più l’artista visuale o più il musicista. Risposta secca: io mi chiamo Carsten Nicolai, io sono Carsten Nicolai, io nasco come artista visuale, quando ho voglia di giocare a fare il Dj con gli amici e incidere qualche album, allora tiro fuori l’etichetta nome d’arte Alva Noto, il mio doppio musicale che si è fatto pure un’etichetta discografica che è la Rasten Noto. 
Per capirci il nostro poliedrico con Blixa Bargel esce come ANBB
con Royoji Ikeda esce col nome Cyclo
con Optò vuol dire che sta collaborando con Thomas Knak
Alva Noto più Ryuichi Sakamoto, resta così come ve l’ho letto
Signal se lavora con Frank Bretschneider
Un segno stranissimo che credo arrivi dalla matematica e cioè una o o uno zero con una diagonale più Noto in caso di collaborazione Mika Vainio,
alcune cose poi le ha fatte con il solo marchio Alva Noto e altre con Noto.
“Diamond Version è il nome del gruppo composto da me, Alva Noto, con Olaf Bender (già co-fondatore della Rasten-Noto, ndr). Io e Bender da anni giriamo il mondo improvvisando suoni e visual” dice. Proprio qualche giorno fa, dopo un anno di tourné sono stati pure al Sonar di Barcellona lo scorso anno, hanno pubblicato il loro primo long album.

E questo è un brano di questo nuovo di Carsten Nicolai (io se avrò un figlio lo chiamerò Carsten). Questa è Turn On Tomorrow. EP3.

Oggi dicevo parliamo di Carsten Nicolai perché art Basel gli ha commissionato un’istallazione ad Hong Kong di cui, vedrete, se ne parlerà parecchio nei prossimi giorni. E voi grazie ad Ineedradio, la radio che vi ama davvero, vi farete trovare update, super preparati e informati. 
Da quanto ho capito verrà proiettato su questo grattacielo di 500 metri International Commerce center, un centro commerciale, diomio, e come un faro, leggo il comunicato stampa, questo grattacielo invierà degli impulsi sonori e visivi ai cittadini e ai visitatori dell’ex colonia inglese anche un po’ fuori il perimetro cittadino. Impulsi alpha. Alpha è anche il nome dell’applicazione di telefonia mobile che istallata suoi cellulari di chi vorrà prendere parte a questa istallazione, misurerà gli effetti di luci e suoni, e questo davvero non capisco come potrà essere realizzato, ora aspettiamo per vedere di cosa si tratta, tra un mesetto a metà maggio, sull’umore delle persone. Vi leggo un pezzo del comunicato stampa “L’opera presenta un set-up sperimentale che esplora gli effetti che la luce impulsi potrebbero avere l’umore, il rilassamento, l’attenzione e la creatività di spettatori.
Visibile da numerose sedi in tutta Hong Kong e accessibile tramite l’app, α (alfa) impulso può essere vissuto da chiunque in città. Progettato da Nicolai, l’applicazione
fornire l’audio per l’installazione e un misuratore delle risposte sensoriali. Sono consigliati alcuni luighi per meglio osservare la torre e quindi beneficiare di questi impulsi e cioè Tamar Park, Sun Yat Sen Memorial Park e la terrazza sul Podio 3 e 4 della IFC Mall. Dicono che devo dare meno opinioni, ma è chiaro che se vi parlo di questa istallazione piuttosto che di un’altra diffusamente già sto dando un’opinione. E io trovo interessante coinvolgere la città e il suo impianto urbano per sviluppare un’istallazione che oltre a essere bella e divertente, ha questo aspetto dell’interazione che è davvero contemporaneo. Indagare la percezione è una fatto contemporaneo.


E adesso ascoltiamoci Morning altro pezzo Sakamoto-Noto. E ditemi se questo non è il suono del mattino, quando la rugiada cade dalle foglie. Ditemi se il mattino in qualsiasi bosco, parco, foresta del mondo non suona così. Con tutte le sue sincopi e tutta la sua regolarità irregolare.


Torniamo all’artista visuale. Vi voglio raccontare un paio di cose buffe che ha fatto questo ragazzino qui per darvi un’idea di quanto è versatile. Vado un po’ a caso, senza seguire l’ordine cronologico. Una degna di nota ma roba piccolina, diciamo il supporto in questo caso è fotografico, carta fotografica, solo le serie di foto appunto Funken, 2003. Carta fotografica su fondo bianco sulla quale si vedono delle strane linee di colore blue e nero che sembrano, boh rami di alberi secchi, senza foglie, o le traiettorie. Sapete cosa ha fatto Carsten? Ha fotografato le scintille e le tracce di luce che queste hanno lasciato. Per renderle visibili ha invertito negativo con positivo per questo nonostante le foto siano state scattate al buio, il fondo è bianco il giallo della luce diventa blue. E quello che emerge, e dopo vi dirò perché Carsten Nicolai pure se non lo vuole ammettere è un neuroesteta è che lui ci vuole dire che pure le scintille di luce hanno proprietà geometriche. Stiamo parlando di uno che ha studiato il suono della neve. Il suono della neve.
Passiamo a un’altra opera d’arte, telefunken, tutto altro genere, 2000, esposta alla Eigen + Art gallery. Nicolai ha preso tre o quattro televisori ultrapiatti, come è che si chiamano a cristalli liquidi, gli schermi neanche tanto grandi, li ha appesi al muro a mo di quadrotti. Poi ha preso quattro lettori CD (mi sa che l’iPod allora ancora non c’era e i lettori mp3 erano ancora una rarità) e ha infilato l’uscita audio del lettore nel buchino dell’ingresso video del televisore. Fine dell’istallazione. Quattro televisori permanenti.
Vi descrivo un altro lavoro che io trovo davvero geniale, è dello scorso anno ma ha appena vinto un premio alla Japan Foundation for Contemporary art e si intitola CRT MGN. Allora ci sono quattro tubi al neon montati parallelamente tra loro e allineati orizzontalmente su un muro. la loro luce viene registrata da una telecamera i cui segnali vengono trasmessi su uno schermo tv . l’immagine televisore viene distorta da un magnete fissato alla base di un pendolo che oscilla in maniera non regolare (per via di un robo in alluminio) . Inoltre sul magnete oscillante c’è anche una bobina elettrica che potenzia le variazioni di campo magnetico che non solo vanno a modificare la foma e i colori dei cristalli liquidi della tivù ma che producono modulazioni nel circuito elettrico che si trasformano in segnali acustici udibili durante l’esposizione . C’era già un giapponese Paik che aveva lavorato con i magneti nella tivù, era il 1965. Nicolai ci mette dentro un sacco di altra roba.

Ora ci sentiamo mumble mumble, un classico di Alva Noto da solo, Uni C. Ritmo ritmo ritmo per ben sei lunghissimi minuti.

Rieccoci con la Crisalidina d’aria su Ineedradio, radio che trasmette, nel senso di broadcast, amore, e che per ragioni di circuiti energetici metafisici, vive di amore.
Parlavamo di Carsten Nicolai, bambino della DDR che proviene da un paese che un tempo si chiamava Karl Marz Stad, oggi diventato Chemnitz. Lui che è più conosciuto come musicista che come artista visuale, ci tiene a sottolineare che nasce come artista visuale e che nelle sue sperimentazioni estetiche fa uso dei suoni. Cioè io uso per esempio la terracotta, il professore i colori a tempera, lui usa il suono per produrre delle belle immagini. Solo che se io uso la tela come mezzo di appoggio, lui usa il computer, lo schermo video. Fino ad ora vi ho parlato delle opere un po’ più border line della sua produzione artistica. A dir la verità sono altre quelle per cui Nicolai è famoso in tutto il mondo. Comincerei a parlarvi di Cyclo Id che ha realizzato, anzi sta realizzando perché è un progetto never ending con un altro giapponese, non che come Sakamoto è un esperto di musica, ma è un altro artista Ryoji Ikeda che come Nicolai che usa i suoni per farne installazioni visive. Cyclo.id, che sta per Cyclopedia, è un progetto che ho cominciato nel 1999, esposto a novembre scorso al Moma a New York. In Cyclo c’è il cuore della ricerca artistica di Nicolai, ovvero esplorare i suoni e dare loro un’immagine, una visualizzazione grafica, in ordine più o meno geometrico, tramite l’uso dell’oscilloscopio e delle figure di Lissaiouss. L’oscilloscopio è uno strumento di misura elettronico  che consente di visualizzare, su un grafico bidimensionale , l’andamento temporale dei segnali elettrici  e di misurare abbastanza semplicemente tensioni , correnti , potenze  ed energie  elettriche. L’asse orizzontale del grafico solitamente rappresenta il tempo , rendendo l’oscilloscopio adatto ad analizzare grandezze  periodiche . L’asse verticale rappresenta la tensione . Quando queste linee che oscillando fanno delle curve, e queste curve si chiudono tipo a otto o a elleissi incrociati allora nascono le figura di Lissaiouss. E’ inutile che vada oltre con la matematica ma cercatelo Cyclo ID su vimeo. Capolavoro visivo. 
Altrettanto poetico e meraviglioso Unidisplay presentatolo scorso anno, no due anni fa era il 2012 all’Hangar Bicocca di Milano. ha avuto a disposizione un maxischermo di 50 metri sul quale ha fatto viaggiare un numero infinito di visualizzazioni ottiche di suoni, errori di suoni. Milioni di bacchette, allineate, poi qualcuna si inclina creando un effetto domino. Oppure flussi di bastonicini che viaggiano da destra a sinistra a velocità diverse senza interruzione. Vi cito un’ultima opera d’arte prima di lanciare il prossimo brano. 
Nel 2005 a Berlino nell’atrio nella Neue National Galerie a Postdamer Platz presentò Syn Chron, una specie di poliedro anche grandicello via, dalla ossatura in metallo e con le facciate in cristallo. Questa roba qui che era un po’ di tutto, scultura installazione performance di luci e suoni, funzionava da cassa di risonanza dei rumori della città di Berlino. Mi spiego meglio. Ciascuna facciata del poliedro, in cristallo dicevo, diventava una specie di membrana di amplificazione di alcuni suoni che venivano percepiti da alcuni microfono posti all’esterno nel museo e riprodotti, tramite luci, su ciascuna facciata. E’ chiaro che è Nicolai che decide che forma dare a quel tipo di frequenza. Punto linea quadrato cerchio.

Ora il turno di Alva Noto con la pazza islandese, Björk. Questa si intitola Dark Matter. A dopo liebe.

Prima di chiudere la puntata volevo fare una considerazione su Carsten Nicolai in merito al suo essere non essere neuroesteta. Qualche settimana fa, tre per la precisione vi ho parlato di neuroestetica, quella branca super on the hedge, super all’avanguardia dell’arte contemporanea dove vengono presentate cose belle partendo dalle scienze. Che ne so: Ivana Franke ha studiato le luci e gli impulsi visivi e questi impulsi visivi scatenavano una sorta di pattern ottici nel nostro cervello, oppure Olaf Eliasson trasformava una stanza di luci in un pantone di Photoshop a tre dimensioni dove si perdeva la concezione dello spazio e della luce. Insomma stimoli sensoriali per imbrogliare o il nostro cervello o per testarlo. Nicolai se vogliamo fa lo stesso. Lui è un esteta nel senso in cui prima decide che tipo di immagine vuole proiettare su quello schermo o creare a computer e dopo, solo dopo, partendo da quell’immagine che gli piace risale al suono che translitterato tramite informazione elettrica (sistema binario) diventa Gestalt. Forma. Per me questa è neuroestetica. Lui polemicamente mi rispose che assolutamente non voleva avere alcun tipo di etichetta e che non sopportava chi lo definiva tale o psicoacustico e bla bla bla. Salvo poi però non trovarlo a fare il relatore dei maggiori simposi mondiali di neuroestetica. Inoltre sempre polemicamente mi disse che non c’era alcun motivo estetico a muovere le sue scelte artistiche, ma solo impulsi scientifici. Di indagine suono informatica segno grafico. The beauty is not something reliable. La bellezza non è un valore affidabile, mi dice Carsten Nicolai, al secolo Alva Noto. “E’ un sentire individuale, che cambia da persona a persona, ciò che è bello per me non è bello per te. Può essere bella una donna, un fiore, un tramonto, ma anche in quel caso i parametri variano col passare del tempo, sono condizionati dai luoghi, dalle mode, dai contesti socioculturali. Per me per esempio bella è una poesia, bello è uno spirito. Ciò detto, non considero bella un’opera d’arte. Neanche le mie”. Questo mi sta in generale bene. Però poi a Hong Kong va a esplorare la percezione. Con questa perla di saggezza vi saluto sulle note della mia sigla, yesss.

Alpha pulse: su Ineedradio love

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Prepariamoci ad ascoltare il suono della neve, a vedere i colori dei magneti, a piegare cristalli con la mente. A tra poco, Crisalide d’aria su http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/ Si parla dello scienziato dell’errore. E del suo prossimo viaggio ad Hong Kong. dei suoi errori. delle sue luci. dei suoi impulsi alpha. Che da un grattacielo del suddest dell’Asia, colpiranno i nostri cuori. E i nostri cellulari.

Se solo la paletta colori di Photoshop potesse parlare…

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http://ineedradio.funkhaus-gruenau.de/

Puntata n.3 Crisalide on Air, su I need Radio, martedì 4 marzo 2014 ore 19-21. In replica venerdì 7 marzo 2014 ore 11. I love you all!

Episode 2 on Air Chrysalis, I need on Radio, Tuesday, March 4th, 2014  7-9pm. In reply Friday, March 7th, 2014 at 11 am. I love you all!

Episode 3 on Air Chrysalis, IneedRadio, am Dienstag 4. März 2014 von 19 bis 21 Uhr. Wiederholung am Freitag 7. März 2014 11 Uhr. Ich liebe dich!

Cari amici radiofili crisalidini,

ieri sera per ragioni diciamo legate alla primavera berlinese – ritardi metro, tram, autobus, traffico sulla Hermannstrasse – il programma è andato in onda una ventina di minuti più tardi, ma ci siamo divertiti un mondo a parlare di neuroestetica, questa roba che sta a metà tra il nostro cervello e l’arte. Perché quello che io posso immaginare solo a livello intuivo, e cioè che un certo tipo di cose belle da vedere, tipo un’opera d’arte, mette in movimento a noi umani e a loro animali, le sinapsi neuronali del piacere. Per questo, nonostante il nome astruso, neuroestetica, si è parlato di percezione e piacere, attraverso tutti gli strumenti di cui un artista dispone sul pianeta terra. Quindi si è parlato di luci, colori, suoni udibili e frequenze non udibili, nebbia, acqua, caldo, freddo, spazio e tempo. Siamo arrivati anche a parlare di neurofenomenologia, quando a colpire la nostra percezione è già una rappresentazione di una rappresentazione della realtà. Abbiamo parlato di droghe, legali e non, fino ad Ai Weiwei. Tra poco, molto poco, in mostra al Martin Grupius Bau a Berlino. Yeah!

1) ALex Delivery – Milan

Quando 20 anni fa nasceva la Neuroestatica – con la pubblicazione dell’articolo The neurology of kinetic art” a firma del biologo Semir Zeki – gli scienziati volevano inquadrare la tesi secondo la quale l’uomo, e alcuni animali, hanno modi analoghi di reagire all’arte. L’esperienza estetica innescherebbe meccanismi neurologici che andrebbero a “bussare” alle aree cerebrali coinvolte nella generazione del piacere.
Dal 1994 ad oggi l’indagine si è parecchio evoluta e al fianco degli scienziati sono scesi in campo anche gli artisti. I primi hanno continuato a indagare il funzionamento del cervello con l’arte, i secondi si sono distinti in più gruppi: alcuni hanno contribuito alle scienze producendo specifici stimoli neurologici (luci, suoni, movimenti) esteticamente significativi; altri si sono divertiti a rappresentare il funzionamento del cervello; altri ancora hanno riflettuto sulla percezione in senso più ampio andando a indagare concetti come il fenomeno, l’immaginazione, lo spazio, il tempo e le emozioni.

2) ALex Delivery – Rainbows

Ma andiamo con ordine. E analizziamo la prima forma espressiva delle neuroestetica: quella funzionale alle scienze.
Ivana Franke, artista croata di base a Berlino, 40 anni non ancora compiuti, ad esempio, dopo tre anni di ricerche al fianco di Alexander Abbushi, fondatore dell’associazione di neuroestetica a Berlino, brevetta nel 2009 la Dream Machine, un’istallazione che si ispira all’omonima macchina inventata dai poeti maledetti della beat generation negli anni ’70, per potenziare gli effetti delle sostanze psicotrope. Franke fa un passo avanti. La sua esperienza non richiede l’assunzione di droghe. Basta sedersi ad occhi chiusi al centro della macchina (un semicilidro metallico dotato di 300 luci allineate su nove livelli) e premere un pulsante. A quel punto le palpebre chiuse vengono bombardate di impulsi luminosi intermittenti secondo un diagramma frequenziale stabilito dall’artista, che provoca alterazioni degli stati emotivi e allucinazioni neurologiche. Tra chi l’ha provata c’è chi ha visto un cuore, chi un cavallo in corsa, chi pattern ottici che ricordano i quadri di Roy Lichtenstein visti da vicino.
La macchina ha avuto talmente tanto successo che nel 2011 è stata ospitata durante la Biennale di Venezia dal Peggy Gueggenheim, fino ad arrivare l’anno successivo alla Deutsche Kunsthalle a Berlino. Negli ultimi mesi Ivana ha poi lavorato su Focal Slowing, un video della durata di 6,18 minuti composto di fasci di pixel bianchi e neri. Con il passare dei secondi varia lo spessore delle linee. Il movimento è talmente lento che l’osservatore arriva paradossalmente a vedere, questa volta ad occhi aperti, addirittura dei fasci di luce perpendicolari. “Io non riesco a prevedere quello che vedrà l’osservatore messo davanti ai miei lavori”, ammette l’artista, “decido alcuni stimoli visivi sulla base di informazioni scientifiche, ma poi mi arrangio con l’intuito”.

3) Apparat – Arcadia

L’ultimo lavoro dell’artista di Zagabria sembra inspirarsi a un noto capolavoro di neuro-estetica: l’installazione Unidisplay di Cartsten Nicolai, al secolo Alva Noto, presentato all’Hangar Milano Bicocca nel 2012. Nel caso Nicolai variano le dimensioni. Il video, proiettato su uno schermo lungo 50 metri, è una costellazione di punti, linee, cerchi, poligoni fermi o in movimento, che oscillano o si modificano. A ciascuna variazione di pixel corrisponde una variazione acustica, specialità poetica dell’artista tedesco.
Anche se Nicolai non ama definirsi un neuroesteta (“a me le etichette non piacciono”, confessa) l’intera produzione artistica è stata incentrata sull’esperienza sensoriale di suoni e immagini spesso di matrice digitale. Nel caso di Unidisplay, ma anche in Cyclo.id realizzato con il videoartista giapponese Ryoji Ikeda e arrivato lo scorso ottobre a Moma di New York, Carsten ha raccolto, montato e armonizzato, un numero infinito di suoni, errori di suoni e le loro visualizzazioni ottiche. Il risultato sono flussi di immagini never ending che disorientano l’osservatore fino ad ipnotizzarlo.
Carsten, a differenza di Ivana dice di non preoccuparsi della reazione dell’osservatore, a lui interessa soprattutto creare un’istallazione che rispetti i suoi personali gusti estatici.

4) Apparat – Fractales (1+2)

E per molti che ingannano i nostri sensi, divertendoci, ce ne sono altri che la neuroestetica la raccontano e la documentano. Si è distinto tra questi il giovanissimo canadese Jeremy Shaw (classe 1977, originario di Vancouver) che è già approdato al PS1 di New York.
Lo scorso anno Susanne Pfeiffer, curatrice del KW Institute for Contemporary Art di Berlino gli ha chiesto di creare un’opera One-to-One, destinata a un solo osservatore per volta che entrando in una stanza godeva dell’opera d’arte in solitaria, senza il condizionamento di altri osservatori. Così Shaw ha realizzato il video Introduction to the memory personality, dove ha montato diverse immagini, alcune realizzate al computer altre estrapolate da documentari scientifici, che raccontano la mente. Le immagini mostrano un cervello che palpita, e mentre palpita cresce. Sembra quasi sul punto di esplodere quando l’osservatore viene prima bombardato da una serie di scosse elettriche visive e poi “spaventato” con scene crisi epilettiche.
Raccontare quello che accade al cervello è il tema centrale della poetica di Shaw. Lo scorso anno fece molto parlare di sé dopo aver realizzato una serie di cinque video dal titolo DMT, sigla che sta per dimetiltriptamina, una sostanza (droga) che innesca, una volta assunta, la secrezione di un fluido che viene prodotto naturalmente dal nostro cervello solo in due istanti della vita: la nascita e la morte. Bene, il nostro ragazzo di Vancouver dopo averla provata ha deciso di puntare una telecamera sui volti di quattro volontari (e su se stesso) al risveglio da questo “viaggio”. Il risultato sono mimiche facciali, sorrisi, pelli distese, sospiri. Il resto, quello che i protagonisti pensano o vedono, lo possiamo solo immaginare. Anche se Shaw ha voluto darci qualche indizio, aggiungendo nei sottotitoli brevi storie immaginate di probabili sogni.

5) Apparat – Useless Information

Riflessione altrettanto sofisticata quella che ci propone un gigante contemporaneo della videoarte: Reynold Reynolds. Anche lui vive a Berlino, anche se arriva dalla lontana Alaska. L’artista americano dopo aver dedicato alle sue città preferite capolavori del calibro di NYC Synphony (New York 1995) e Stadplan (Berlino 2004), si è concentrato su uno dei suoi temi preferiti: il time lapse, la compressione di tempi scenici molto lunghi attraverso tempi video molto corti. Così tra il 2008 e il 2010 ha realizzato la trilogia Secret Life, Secret Machine e Six easy Pieces. Attraverso questi lavori Reynolds ha catturato i segreti di vite semplici o di vite improbabili, di donne acqua e sapone, donne che si truccano allo specchio, piante che crescono, rami che danzano, fiori che ondeggiano al muoversi della luce. Pesci rossi vivi, che prima vengono ibernati e dopo poco rilasciati in acque a temperature normali, dove riprendono a vivere. “Nella migliore delle ipotesi”, spiega, “mi piacerebbe poter indurre attraverso i miei video una nuova riflessione del tempo e dello spazio”.

6) Apparat – You don’t know me

Resta da analizzare un altro gruppo di neuroesteti, quelli che attraverso le loro creazioni riflettono sulla percezione in senso più sofisticato. Cominciamo da Paolo Bottarelli, classe 1975 appassionato di scacchi originario del lago di Garda, dal 2009 a Berlino. Cinque anni l’artista italiano fa ha dato il via a un progetto dal titolo Chess Cube Project Mind-Rooms. L’idea è quella di costruire nell’arco di tre decenni 64 cubi (ora siamo a quota 10) come il numero di caselle della scacchiera, dello spigolo di due metri e mezzo, di legno o di altro materiale, dove dentro fa succedere delle cose: fa ticchettare un metronomo, alleva delle piante, aziona circuiti elettrici, riproduce il suono del sole (sinfonie solari realizzate dalla Nasa partendo dalle variazioni magnetiche che la nostra stella produce), cattura raggi di luce, costruisce proiezioni geometriche con fili, espone quadri, fa oscillare pendoli, gioca a scacchi contro se stesso. A evento accaduto poi sigilla il cubo e talvolta lo vende. Alcuni vorrebbe sotterrarli nel deserto, altri allinearli con le stelle, spesso li smonta e ricomincia daccapo. Queste stanze della mente secondo le intenzioni dell’artista vivono solo e soltanto nel momento in cui vengono realizzate. Ovvero nel suo studio che ora si trova nella Stadtbad di Wedding, la ex piscina comunale nel quartiere a Nordovest della capitale tedesca. L’artista qui costruisce un cubo, al suo interno produce un fenomeno, lo documenta attraverso tre media – disegno, video, foto – poi, terminato il fenomeno, sigilla il cubo con la quarta parete e lo porta così come è, in giro per mostre, biennali e musei, assieme alle sue rappresentazioni. La performance è ormai morta, solo il dipinto, video e fotografia riescono ricordarla e a farla interagire con noi.

7) Barbara Morgenstern – Die Japanische Schranke

Adesso vi racconto due storie sul colore. La prima riguarda Ólafur Elíasson, danese del 1967 con origini islandesi che vive a metà tra Berlino e Copenaghen. Lui ha fatto, qualcuno la ricorderà quell’istallazione alla Tate Modern di Londra durata boh, due tre anni tra il 2003 fino al 2004 dal titolo The Weather Project. C’era uno disco, anzi per la precisione mezzo disco gigante appoggiato sulla parete in fondo dell’immenso atrio del museo che un tempo come il Berghain, era una centrale elettrica, illuminato da migliaia di luci monofrequenza, che si usano per l’illuminazione della strada, tipo mezzo sole, che riflettendosi su uno specchio sembrava un cerchio intero, un sole compatto, un discone giallo, che produceva una luce super soffusa calda e morbida talvolta arricchita da sbuffi di nuvole di vapore. Fu un successone di visitatori. E dopo nel 2008 installò in quattro cascate artificiali in quattro punti diversi di diversi di Manhattan, uno era il pilone sotto la strada del Brooklyn Bridge a Nyc, che riversavano tutte acqua nell’East River, nel lato esta dell’Hudson. Questo per 110 giorni dalle 7 del mattino alle 10 di sera e per un totale di 13 miliardi di litri. L’acqua gettata, per così dire, in mare fu per come dire ricompensata da un recupero di energia eolica da qualche altra parte. Sulla facciata della società di energia elettrica di Vienna, lo stesso anno installo la Yellow Fog: è proprio quello che credete voi, per un paio di ore al giorno veniva rilasciata nuvola di vapore illuminata da luci gialli, appena scendeva il buio della sera. Olafur a Berlino ha fondato il collaborazione con la Humbolt Universitat Institut für Raumexperimente, dove si studia la percezione di colore, percezione dell’umidità, percezione dell’orizzonte, ha realizzato pure Your atmospheric colour atlas: con una stanza di nebbia colorata che pareva di stare dentro alla paletta tutti colori arcobaleno tipo Photoshop. (in foto) Se penso alle emozioni che potrei sentire stando in questo atlante, penso davvero di capire quanto bella è la neuroestatica.

8) Barbara Morgenstern – Juist

Il padre artistico di Eliassono si chiama James Turrell. Nasce nel 1943 a Los Angeles e oggi vive all’intero cratere di un vulcano spento, il roden Crater in Arizona, gentile concessione del governo degli Stati Uniti. Qui lui, ormai pensionato, può fare tutti gli studi spazio e la luce che vuole. Perché un cratere spento? Tanti cununcoli, tunnell, e ampie grotte, al buio, a temperature e luminosità costanti. Lui ha sempre lavorato sulla luce e una delle mostre più belle la fece proprio qui in Germania in un paese vicino Hannover, a Berlino non avevano un museo abbastanza grande. Lui prima ancora di Eliasson rempiva spazi con luci blu, rosa verde, giallo, disorientando l’osservatore totalemente. Lìosservatore, trovandosi nella stanza blu, messo di fronte al corridoio rosso, vede solo un rettangolo rosso. potrebbe tranquillamente vedere un quadro di Rothko. PROFONDO.
Piccola nota a margine, che ha meno a che fare con la neuroestatica: Eliasson sta conducendo un progetto che si chiama Moon assieme all’artista cinese dissidente Ai Weiwei. I due chi da una parte chi dall’altra parte del mondo sono appassionati di internet. E di spazi virtuali. Hanno creato una luna (cercate su internet moon moon moon moon) virtuale sulla quale chiunque può fare un disegno. Ma di lune e di Ai Weiwei parleremo martedì prossimo su I Need Radio. Con tutto l’amore che la crisalide d’aria vi sa dare.

9) Barbara Morgenstern – Mainland

Visto che figo: il viaggio è cominciato e finito con due canzioni dedicate a Milano…. che saluto sempre con affetto. L’ultima tappa di questo articolato percorso sulle forme della neuroestetica spetta al vincitore del leone d’oro all’ultima Biennale di Venezia: Tino Seghal (1976). Anche se è nato a Londra, vive a Berlino anche lui. A Seghal spetta il merito di spostare ancora più il là l’asticella di riflessione filosofica. L’innovazione di Seghal sta nella ricerca estetica delle emozioni. Il principio rivoluzionario della sua arte è fare interagire le persone, spesso sconosciute e ignare del copione della performance. Solo il regista-artista ha un’idea a priori, neanche tanto precisa, di quello che accadrà. Così sono nati i lavori di That is so contemporary nel 2007 o These Associations (Documenta 2012), in cui il bello è quando due sconosciuti si abbracciano al termine di una corsa, o si toccano al buio, o gridano senza vergogna tutta la rabbia che hanno in corpo. Bis bald meine Liebe ❤

Carsten, il non esteta

Photo by Dieter Wuschanski
Photo by Dieter Wuschanski

The beauty is not something reliable. La bellezza non è un valore affidabile, mi dice Carsten Nicolai, al secolo Alva Noto. “E’ un sentire individiale, che cambia da persona a persona, ciò che è bello per me non è bello per te. Può essere bella una donna, un fiore, un tramonto, ma anche in quel caso i parametri variano col passare del tempo, sono condizionati dai luoghi, dalle mode, dai contesti socioculturali. Per me per esempio bella è una poesia, bello è uno spirito. Ciò detto, non considero bella un’opera d’arte. Neanche le mie“.
Se prendessi per vere le parole di Nicolai che, in un grigissimo lunedì pomeriggio a Berlino, ha tentato di smontare tutte le mie teorie sull’estetica, vorrebbe dire che non è meravigliosa l’immagine di due potentissimi magneti che oscillando come due pendoli sopra a due tubi catodici (due televisori) creando delle vere e proprie onde di cristalli liquidi (si chiama Opera Crt mgn 2012, è esposta alla Eigen-Art Galley, vi prego guardatela: http://vimeo.com/64343518 ). Sempre secondo Carsten sarebbero semplici geometrie di luci, prive di eleganza, quelle che disegnavano mondi incantati sulla superficie del poliedro installato alla Neue Nationalgallerie a Berlino quando su ciascun lato della scultura rieccheggiavano, sotto forma di luce, i suoni della città, rilevati dalle vetrate del museo che fungevano, per l’occasione, da membrane audiosensibili (Syn Chron 2005, Neue Nationagalerie:http://vimeo.com/23364870).

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Per niente poetici anche i filamenti della serie Funken (questa qui su, venduta a più riprese dalla casa d’aste Chriestie’s) in cui l’artista, fotografa in negativo le onde radio. E cosa dire di Unidisplay, l’istallazione esposta lo scorso anno all’Hangar Bicocca di Milano, 

 o di Cyclo.id un’enciclopedia perenne, presentata lo scorso ottobre al Moma di New York (http://vimeo.com/73860675)? In entrambi i casi Carsten/Noto ha raccolto, montato e armonizzato, un numero infinito di suoni, errori di suoni e le  loro visualizzazioni ottiche.

E’ chiaro che sono drammaticamente ironica, almeno quanto lui è drammaticamente narcisista. Ma a conti fatti, se lo può permettere. Nicolai nasce nel 1965 in una paesino della Germania dell’est, a Chemnitz ex Karl Marx Stadt. Studia design a Dresda, si appassiona di computer, non ha alcun contatto con la vicina Lipsia, dove in quegli anni, gli anni ’90, un altro mostro dell’arte contemporanea, Neo Rauch, stava rivoluzionando la pittura contemporanea, dando vita a quella che passerà alla storia come la scuola di Lipsia. Il suo primo amore sono le arti visive. Ma da subito comincia a studiare i suoni, in particolare quelli non percepibili dall’orecchio umano. Il giochino gli piace a tal punto che per tracciarli, usa la grafica. A suoni invisibili faceva corrispondere pixel visibili. A un certo punto i suoni hanno cominciato ad avere una Gestalt, una forma, prima minimal poi sempre più complessa. Ed è nata la sua poetica.
Preferisci essere chiamato Carsten Nicolai o Alva Noto?
Mettiamo le cose in chiaro: il mio nome di battesimo è Carsten. Alva Noto è per così dire il nome della mia band. Composta da me e, il più delle volte, da altri artisti. Sono Alva Noto quando ho voglia di fare musica. Ma non so dirti se sono più artista visuale o più musicista. Sono ora l’uno ora l’altro a seconda dei progetti. Certo è che nel visuale lavoro spesso da solo, nella musica lavoro spesso con altri.
Qualche giorno fa eri in Italia dove hai presentato il nuovo progetto Diamond Version (http://diamondversion.info/). Di cosa si tratta?
Diamond Version è il nome del gruppo composto da me, Alva Noto, con Olaf Bender (già co-fondatore della Rasten-Noto, ndr). Io e Bender da anni giriamo il mondo improvvisando suoni e visual. A marzo prossimo il gioco si fa serio: dopo cinque EP (terminologia nerd che sta a indicare prodotti musicali  corti, ndr) pubblicheremo il primo vero long album.
E mentre incidi con Bender e tieni allenata la Rasten-Noton, il Moma, dove sei di casa ormai, presenta Cyclo.id (http://vimeo.com/73860675 ). Un altro lavoro a quattro mani…
Cyclo.id, che sta per Cyclopedia, è un progetto che ho cominciato nel 1999, al quale successivamente si è aggiunto Ryoji Ikeda. In Cyclo c’è il cuore della mia ricerca artistica, ovvero esplorare i suoni e dare loro un’immagine, una visualizzazione grafica, in ordine più o meno geometrico, tramite l’uso dell’oscilloscopio e delle figure di Lissaiouss. Lo considero appunto un’enciclopedia…

Posso dire che è la tua opera preferita?
Io non ho opere preferite. Le mie creazioni sono come figli, le tratto tutte alla stessa maniera a prescindere dal tempo e dalle energie che ho loro dedicato.
Come è lavorare con Ikeda?
Amo collaborare con gli altri perché assieme si ha la possibilità di creare qualcosa che da soli non si può. Lavorare con Ryoji è spassoso. Abbiamo le stesse passioni, esploriamo gli stessi mondi, e abbiamo quindi una sensibilità artistica vicina.
Un altro giapponese, come Sakamoto…
Il rapporto con Ryūichi Sakamoto ha una natura diversa. Sakamoto ha una forte struttura classica e io da lui ho appreso molto di musica e armonia. Io arrivo da un mondo differente fatto si elettronica ed errori (Glitch, ndr). Quando i due mondi si sono incontrati è nato un connubbio se vogliamo inedito. Che è piaciuto molto (http://www.youtube.com/watch?v=0W6kLp50Q1M).
Hai appeno citato la parola magica errore, Glitch. Sei stato definito lo scienziato dell’errore. Conta davvero così tanto il falso digitale nei tuoi brani e nei tuoi visual?
Direi moltissimo. Anche se Glitch se applicato al mio lavoro è un termine improprio.
Ma gli errori sono parte integranti del tuo lavoro…
E’ vero, sugli errori ho centrato la mia ricerca. Ma a me interessa l’errore nel suo senso più ampio. Filosofico se mi passi il termine. Mi interessano non solo i falsi digitali, ma in generale i processi cognitivi sbagliati. Un computer è progettato per funzionare ad un certo modo. Se sbaglia ci scandalizziamo. Così avviene anche per il nostro cervello. Io credo fermamente invece che l’errore inneschi un processo creativo, perché è una manifestazione di libertà, e allora sbagliare diventa una sfida.
Sei stato definito un neuroesteta
A me le categorie non piacciono. Non credo di potere essere inserito un una casella piuttosto che in un’altra. Sono più complesso di così. Posso dirti che quest’anno ho lavorato con alcuni studenti della dell’Università di Francoforte con i quali ho realizzato un archivio di psicoacustica. Ma non per questo sono uno psicoacustico.
Permettimi di dire almeno che le tue opere sono esteticamente belle, da vedere, da sentire da vivere.
Forse è quello che pensano gli altri, mi fa piacere ma ai fini artistici non mi interessa. La percezione è un processo (ancestrale, non umano) così profondo, così personale, così soggettivo che non credo lo si possa indagare. Io faccio ciò che faccio per soddisfare la mia percezione. Il mio senso della Gestalt che, come dicevo prima, non ha nulla a che fare con la bellezza.
E neanche la matematica che tanto ti piace è bella?
La matematica è semplice.

Punto. La matematica è semplice. Grazie Carsten.