Quel genietto di Mark Mayer, @Fellini Gallery


Mi sono perdutamente innamorata di Mark Mayer. Austriaco, classe 1983, sparge colore e senso estetico che ti entra dritto in pancia. Dai suoi lavori si capisce subito che ha lavorato per strada – street art, intendo – per una dozzina di anni. E che ha dosato sapientemente acrilico, grafite, ritagli di giornali, olio e pezzi di legno, citando spesso i grandi maestri del calibro di Michelangelo e Klimt. E’ ancora acerbo il ragazzo. Ma ne sa.

Si è divertito a decorare parcheggi, muri di Berlino – dove vive lui – Platz der Luftbruke – dove vivo io – stazioni della metropolitana. Gli piace parlare di uomo e donna, di femminile e maschile, di Ying e Yang, di unione e separazione. E’ esposto, right now, alla Fellini Gallery, piena Kreuzberg, Berlino. Due parole al volo sulla galleria: quella berlinese è l’unica filiale europea di un centro di arte contemporanea che ha come base Shanghai. Porta nel vecchio continente molti asiatici. Va da sé che al capo, la Dolce Vita è piaciuta un sacco.

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Avrà pure un Pil superiore al Giappone…

E’ un periodo che mi faccio un sacco di domande sulla Cina. L’ultima – in ordine di tempo e nell’elenco che segue – mi è stata scatenata dalla lettura del rapporto 2010 sulla pena di morte “Nessuno tocchi Caino“.

1) E’ vero che quando tutte quelle persone lì cominceranno ad aver l’auto, il frigo, lavatrice, aria condizionata, manderanno in tilt la domanda e l’offerta energetica del Pianeta?

2) Come si può stare in fila in autostrada per nove giorni senza diventare matti? (avete idea del Ttt, del tasso-tolleranza-traffico del milanese medio nel mese di luglio in circonvallazione?)

3) E’ possibile che la Cina, per metà ancora nel Medioevo, produce più cose del Giappone?
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