Did you know how much I love you?

johnny_cash

Well, you’re my friend and can you see,
Many times we’ve been out drinkin’,
Many times we’ve shared our thoughts,
But did you ever, ever notice, the kind of thoughts I got?

Well, you know I have a love, a love for everyone I know.
And you know I have a drive to live, I won’t let go.
But can you see this opposition comes rising up sometimes?
That it’s dreadful imposition, comes blacking in my mind.

And that I see a darkness.
And that I see a darkness.
And that I see a darkness.
Did you know how much I love you?
Is a hope that somehow you,
Can save me from this darkness.

Well, I hope that someday, buddy, we have peace in our lives.
Together or apart, alone or with our wives.
And we can stop our whoring and pull the smiles inside.
And light it up forever and never go to sleep.
My best unbeaten brother, this isn’t all I see.

Oh, no, I see a darkness.
Oh, no, I see a darkness.
Oh, no, I see a darkness.
Oh, no, I see a darkness.
Did you know how much I love you?
Is a hope that somehow you,
Can save me from this darkness.

La poesia semiotica di Epaminonda

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Ci sono dovuta andare due volte a vedere Haris Epanimonda, in mostra ancora per pochissimo (fino al 12 gennaio) all’Hamburger Bahnhof, prima di scrivere questo articolo. A Berlino  ha riproposto Chapters, l’evoluzione di Chronicles, un lavoro già presentato a Zurigo nel 2010. Definito da molti un capolavoro, il progetto Chapters-Chronicles nel 2011 era alla Kunstalle di Francoforte, l’anno successivo al Moma di New York, ora a Berlino selezionato nella sezione Preis der Nationalgalerie für junge Kunst 2013. Quella di Epaminonda, artista cipriota classe 1980 di base a Berlino è un’istallazione video della durata (ARGH!!!!) di quattro ore. I televisori sono quattro, uno in una sala, tre in un’altra. E salvo a non avere due occhi su ciascun lato del collo, è pressocché impossibile guardarne più di uno per volta. Ciascuna stanza ha il suo audio distinto fatto di semplici gong, che hanno il potere di alzare e abbassare la tensione a seconda delle immagini che scorrono in video: dall’ansia alla paura, dall’irrequietezza allo sgomento, intervallati con brevi momenti di serenità. Si accede all’istallazione tramite un corridoio bianco, quasi del tutto spoglio.
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Qua e là si intravedono pezzi di metallo scuro molto sottili, geometrici, eleganti, longiformi. E già si ha addosso il disagio. E poi arrivano le percussioni, regolari, irregolari, in sincrono con i video o fuori sincrono. I televisori trasmettono vasi, cascate, tramonti sul mare, oggetti antichi, uomini e donne del passato, geishe e mogli del presente, rovine, paesaggi aridi del Mediterraneo, interni di case di cipriote, palme, zebre. I frame hanno lunghezza diversa, succedono delle cose: il mare si muove, gli uomini del passato parlano, il vento solleva la gonna di una geisha, avvengono diversi rituali misteriosi. A noi non è dato di capire il perché. La linearità narrativa è volutamente annullata. Tutto avviene molto lentamente e inesorabilmente. Questa lentezza qualche volta si blocca. Stop Motion, dicono quelli esperti di video, ma il sangue, nelle vene nostre e in quelle degli attori (zebra compresa) continua a fluttare.
Passando da un video all’altro si ha la sensazione che parlino tutti della stessa cosa, si viene addirittura tratti in inganno dalla possibilità che trasmettano in loop, le stesse immagini in sequenze diverse. In realtà le pellicole sono quattro, quanto i televisori. Ciascuna dura, lo ripeto, quattro ore, E sono una lunga rielaborazione di tutte le immagini di repertorio che l’artista ha girato a Cipro, nell’infanzia, nell’adolescenza, l’altro ieri. In un’intervista pubblicata in occasione della personale al Moma Epaminonda ha spiegato che con questo lavoro ha tentato di costruire connessioni astratte tra le cose e il passare del tempo attraverso una metodologia semiotica, che arriva dal linguaggio: “I see these works semantically, close to how one would form sentences, and attempt to go beyond the concept of mere documents”.
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Come ha spiegato la curatrice di Zurigo Francesca Di Nardo, nella simbologia di Epaminonda c’è sempre una realzione dualistica: “Per un uomo che scava una buca, un gruppo di giovani costruisce una struttura piramidale, a una coppia di geishe risponde una coppia di servitori dai vistosi orecchini a pendaglio, a una diafana figura femminile vestita di un’arancione sgargiante attorniata da due pappagalli, si contrappone una statuaria bellezza nera che si dipinge sulle gambe le striature di una zebra”. E così via… I gesti coreografici avvengono in una cornice minimal dove però non mancano mai oggetti feticcio come amuleti, gioielli, tessuti. Il tutto rende il nostro viaggio, mentale, maledettamente malinconico. E senza senso.

Die schönste

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“Combattere col cuore è duro, perché quel che esso voglia, lo compra a prezzo dell’anima”. Eraclito

Metti un giorno a Dresda

Già lo sapete. La Crisalide d’aria è l’interspazio cerebrale, tra una membrana, una stringa, una sinapsi e tutte le altre dove lubrificare energia, creare ossigeno, mentenersi vivi. E poco importa che l’olio stia a Berlino, Milano, New York, che sia nuovo o d’annata. Così per il nuovo anno Crisalide è andata a Dresda. La chiamano la Firenze dell’ELba, pure se assomiglia a Budapest. Dicono che sia un covo di nazisti, di fatto africani e kebap per strada non ce ne sono. Più facile incontrare un tedesco con le guaciotte gonfie di birra, che non parla inglese, affiancato da moglie in pelliccia, alla guida, lui, di un mercedes verde smeraldo.
Per quanto ce ne sarebbe di male da dire su Dresda, la capitale sassone ha due pregi: si è collezionata un bel gruppo di quadri, una volta ai tempi di Augusto il forte (‘700) ha abitato un orafo, tale Johann Melchior Dinglinger, che ha usaato i noccioli di ciliege più o meno come Michelangelo usava il marmo per farci la Pietà.
Passeggiare per la città è semplice. Il bello sta tutto vicino nella Alte Stadt: il giardino dei ricchi, la pinacoteca, la chiesa di nostra signora (unsere Frau!), le birrerie.
Della Pinacoteca ricordo me ne parlavano anche i professori al Liceo. E pure se non è contemporanea per un cazzo, tiene testa a Uffizi, Galleria Borghese, o Brera. Certo, direte voi. Facile avere una Pinacoteca figa se poi dentro ci metti Raffaello, Giorgione, Canaletto. Questi per la precisione.

MadonnaSistina

venere

canaletto

Per stare un po’ esotici c’era pure qualche vellutatissimo Vermeer;

Vermeer

o quel comunista di Liotard, che con un vassioio ci ciccolata calda trasformò una cameriera in una star.
liotard

Eppure la cosa che ho amato più di Dresda – oltre alla rievocazione storica del bombardamento alleato del 1945 (città rasa al suolo, 20mila morti) che si tiente ogni anno la notte di capodanno sulle sponde del fiume quando città nuova e città vecchia fanno a gara a chi ce l’ha più lungo lanciandosi da parte a parte rauti, fuochi e varie sorte di razzi – dicevo a parte questo, ho amato tanto i noccioli di ciliegia usati dal nostro orafo di corte.

dresden

Detto questo, credo, in generale, che non sia una gran consolazione scoprire che solo tu, e nessun altro, sei il gesù cristo di te stesso. Per questo vi dedico Johnny Cash per questo 2014.

Ciao

Foto del 08-12-13 alle 17.38

Sto per lasciare Facebook. Non so se sarà per un giorno un anno una vita. La mia rivoluzione umana è cominciata. Ho meno voglia di sigarette, voglio tornare a respirare profondamente e a sognare le spiagge di notte. Ascoltando Solitary man, Johnny Cash. Mi trovate sempre qui: vita.laroux@gmail.com 0049 0179 3752328, Falckensteinstrasse 33 Berlin. E il mio cuore è sempre aperto. Ciao ragazzi. Mi avete fatto ridere molto ❤

Dear all. I will take a break from Facebook. That is my achievement for 2014. You can reach me any time you want: vita.laroux@gmail.com 0049 0179 3752328, Falckensteinstrasse 33 Berlin. My heart is always opened. My door too! Love and Peace.

Liebe,
Ich möchte eine Pause von Facebook nehmen. Ich bin immer erreichbar: um zu chanten, um Berlin spazierenzugehen, um alles der Ausstellungen zu besuchen.  Am Winter, am Sommer, am Tag, am Nacht, mit der Sonne, mit dem Schnee. vita.laroux@gmail.com 0049 0179 3752328, Falckensteinstrasse 33 Berlin. Lg.

2013

moderat
E’ stato senza dubbio un anno strano.
Niente iPhone che mi tenesse incollata alla rete 24 ore su 24. Niente iPod che mi facesse ballare per strada.
Tanta Chemio. Poche discoteche. Tanto oriente. Poco shopping. Ma la musica per fortuna non mi è mancata.

1) Lay in a shimmer – Pantha du Prince
2) Mùm – Loksins Erum Við Engin
3) Don’t let me be missunderstood – Nina Simone
4) The man comes around – Jonny Cash
5) Les grand marches – Moderat
6) Merry Christmas Mr Lawrence – Ryuchi Sakamoto
7) Fur Hildegard von Bigen – Devendra Bahnart
8) Reflektor – Arcade Fire
9) Let in the light – Moderat
10) Sapphire – Bonobo

Fuori serie due album per interi: The Eraser di Thom Yorke e Kveikur dei Sigur Ros.

I grazie a SilviaFrancescoEnzo김평화KornardRadioEinsEuplioKalina

Questo inverno è tutto uno zaffiro

berlino

La mia città a colori

berlin1900
Volevo solo mostrarvi Berlino a colori nel 1900.

Suburbano, psichedelico, neuroartista. Si chiama Shaw

E’ davvero un peccato che non possa farvi vedere i suoi video. Ma uno che espone in solitaria prima al PS1 Moma di New York (2011) poi allo Schinkel Pavillon a Berlino (2012) difficilmente elargisce le password dei suoi canali video al pubblico. E non perché voglia fare il radical chic. No, proprio no. Jeremy Shaw è un socialista vero, uno che viene dal basso. Semplicemente perché per indagare meglio il futuro dell’arte, devo essere d’accordo con lui, deve evitare la sovraesposizione da social network. Il rischio è sempre lo stesso: quando tutto diventa arte, niente più è arte. E finisce il gioco anche per noi.
Ho incontrato Shaw una settimana fa nella sua bellissima mansarda a Kreuzberg. E mentre sorseggiavamo un tea mi ha rassenerato: a maggio prossimo esporrà in rassegna tutti i suoi capolavori nella galleria d’arte berlinese che lo rappresenta: la Johann Koening sulla Dessauer Strasse.
Ma ritorniamo a Jeremy. Perché lui, perché qui. Shaw è un neuroesteta. Ovvero un artista – classe 1977 originario di Vancouver, deluso di New York residente innamorato a Berlino – che tramite la videoarte produce video che parlano di cervello.
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Da un doppio punto di vista: quello che succede fuori, quello che succede dentro. “I was a bad boys – sono stato un ragazzo cattivo I took many drugs – ho preso molte droghe, I want to explore the pychedelic sciences – voglio esplorare le scienze psichedeliche”. Con gli strumenti dell’arte.
Shaw è un tipo posato, dai capelli rossi e dagli occhi blu e quasi non ci si crede che è stato un ragazzo cattivo. Prima di dedicarsi alle arti visive, faceva il cantante compositore e seconda chitarra di una rock band canadese, i Circlesquare. “Faccio parte della generazione MTV. Per quel che mi riguarda, i video erano funzionali alla musica. Poi però a un certo punto ho reso la musica funzionale ai video. Credo di avere una maggiore sensibilità visiva e in generale l’arte appaga maggiormente la mia curiosità. (E poi non ti nascondo che mi piace  molto giochicchiare al computer)”.
“La musica resta il mio primo amore: vado in giro a fare il Dj per Berlino, mi diverto con gli amici, compongo per i miei video”. E alla domanda secca perché i video anzicché la musica risponde: “Quando sei un artista e in particolare un artista di neuroestetica”, dice Jeremy, “devi sfogliare i libri di filosofia,  biologia, fisica, per capire cosa accade nel cervello. Sia se assumi delle droghe, sia se balli, se vai in trance sciamanica. E non fa niente se poi il prodotto finale rispetto a un bel pezzo musicale è, per così dire, meno immediato, e arriva  al cuore dell’osservatore tramite vie più sofisticate”. Ne vale la pena. Ho studiato di più. E forse ballato di meno.

DMT
Le droghe sono un tema centrale dei suoi lavori. DMT è il titolo di una serie di cinque video che riprendono i volti di quattro amici suoi, e lo stesso Shaw, nei secondi cruciali – trenta – durante il risveglio dalla dimetiltriptamina. Questa sostanza dal nome impronunciabile che con ogni probabilità è venduta anche nei weeked al Berghain, innesca la secrezione di un fluido che viene prodotto naturalmente dal nostro cervello solo in due istanti: la nascita e la morte. Bene, il nostro ragazzo di Vancouver dopo averla provata e aver capito che non esistevano parole, di nessun linguaggio di nessun paese lontano, adatte a rendere quella sensazione onirica, ha deciso di puntare una telecamera sui volti dei quattro volontari (e contro se stesso) al risveglio da questo “viaggio”. Mimiche facciali, sorrisi, pelli distese, sospiri, e ancora sospiri. Il resto, quello che loro ripresi nel video, pensano o vedono, lo possiamo solo immaginare. E DMT, la serie dei cinque video, ne è il risultato. Shaw non solo ha documentato il trapasso ma ha anche immaginato quello che le loro menti vedevano e sentivano. Aggiungendo all’immagine sottotitoli mentali e suoni onirici. Piccole storie di racconti d’amore, mai tristi. Roba da farti venire voglia di morire per vedere come funziona questa roba.
This Transition Will Never End
Indirettamente di droghe parla anche “The transition will never end“, un progetto sperimentale nato nel 2008 e che in teoria non finirà mai. Cosa ha fatto il nostro genietto: ha rivisto migliaia di film capolavori del cinema mondiale, schifose serie televisive americane, video low budget e ha selezionato solo pochi istanti che visivamente lo interessavano. E poi postproduzione, copia e incolla. Ad oggi il film dura 34 minuti (ma è destinato appunto a non finire mai), non c’è audio, e a vederlo sembra di viaggiare sulle montagne russe, nell’iperspazio stellare, in tutti i tunnel del nostro corpo, siano esse arterie, vene, vicoli linfatici o fibre neuronali. “Stare dentro al tunnel”, dice ridendo. “è più o meno quello che accade nel cervello di chi ha assunto DMT”. Il viaggio è veloce, disorienta  in assenza di suono, sembra di stare in un videogioco della mente. E pur essendoci pezzi di film come Donnie Darko o Vanilla Sky, riconoscerli nella corsa è quasi impossibile.
Introduction to The Memory Personality
Sulla stessa scia anche Introduction to the memory personality, selezionato lo scorso anno da Susanne Pfeiffer curatrice del KW Institute for Contemporary Art di Berlino nel progetto One to One. Il video veniva proiettato a un solo visitatore per volta per indagare l’effetto emittente-messaggio-destinatario senza il condizionamento degli altri. Si vede prima un cervello che palpita e che diventa cuore e poi torna cervello quindi di nuovo cuore. Nel suo pulsare si avvicina, diventa grande, sempre più grande, ancora più grande. Quando sta per uscire dallo schermo allora arrivano una serie di scosse visive di luci stroboscopiche, seguite da scene vere di crisi epilettiche. Un video che disturba. Un altro tentativo di esplorare il lato oscuro del nostro cervello.
Shaw_Best_Minds
Più leggiadri e non per questo meno poetici i  video dedicati alla danza. Come Best Minds, finito al Moma di New York due anni fa. “Vengo dalla cultura metropolitana suburbana di Vancouver, conoscevo questi danzatori di strada che si definiscono Street hedge hardcore. Hanno un modo di ballare che incanta. Non sono professionisti, lanciano gli arti come fossero giavellotti, ma non perdono mai l’equilibrio, sembrano, senza assumere per giunta nessuna droga, guidati da qualche forza cenfrifuga o centripeda che non ha niente a che fare con il loro baricentro”. Shaw in questo caso è stato bravo a scovarli. Il video è molto semplice. Sembra un documentario a cui lui ha applicato qualche filtro invecchiante, una bella musica, la moviola. Ma il punto centrale è che loro, i danzatori metropolitani di Vancouver smbrano  danzare una danza che va contro le leggi della fisica. Divina. E il divino è il tema ultimo della sua ricerca. Si definisce ateo, sta lavorando a un video estrapolato da un documentario degli anni ’60 girato in un paesotto dell’America (Stati Uniti) centrale dove gli abitanti, nel giorno della pentecoste si riunivano per, anzicché mangiare il panettone, danzare con i serpenti. Una roba tipo la nostra processione di San Domenico di Sora, per capirci.
Non crede nella religione cristiana, non crede in nessuna religione ad essere sinceri. Ma ha il forte sospetto che nel cervello alberghi qualcosa che esiste anche dopo la morte. Coltiva per questo il contatto col popolo, convinto che loro ne sanno pure se non hanno studiato metafisica. Ridiventa socialista ogni singolo istante della sua vita, pure se è arrivato fino al Moma. E quale casa migliore poteva scegliersi se non Berlino? “Qui si dà peso a una cosa: il tempo”.

Ridiamo la musica agli angeli

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E risparmiatemi inutili copie degli originali. Non mi servono.

Baby, do you understand me now?
Sometimes I feel a little mad
But don’t you know that no one alive can always be an angel
When things go wrong, I seem to be bad

I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood

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Anima di soffio e zucchero

foresta
Puoi raccogliere i funghi, giocare a guardie e ladri, preparare la polenta, intagliare mostri con le zucche, raccogliere le foglie, scaldare le castagne, dare l’acqua ai fiori recisi. Ma l’anima dell’autunno, quella non la ruberai mai. Paolo Gallo, fotografo, classe 1976, prima Vercelli poi Berlino. Lui invece ci è riuscito benissimo. Si è addentrato in uno dei parchi berlinesi. Ha scelto un colore, ha aperto il diframma, ha aspettato la luce della sera. E solo dopo ha ripreso a respirare.
rosso
Una volta l’anima era rossa.
giallo
Una volta gialla.
verde
Una volta verde.
albero
E così a Berlino come in Giappone, agli alberi è stata restituita la loro anima di soffio e di zucchero.