Piacere, mi chiamo gatto

banksy1
Piacere, mi chiamo gatto

cerco disperatamente il contatto

ma se mi si avvicina uno dò di matto

e scappo.

Piacere, mi chiamo cane

dicono sia buono come il pane,

se ho fame mangio le banane,

ma se gatto scappa nell’altra direzione,

non resito alla tentatazione.

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L’al di là nel mare

mittelmeer
Tutto falso.
Vi ho mentito ancora.
L’Egitto non è affatto sparito.
Sta lì a spogliarmi
al di là del mar mediterraneo.

E non venitemi a dire che non vi avevo avvertito.
Lo sapevate che non avrei restito al profumo del sole.
Lo sapevate che non avrei vissuto neanche un giorno
senza il succhio dei suoi baci al vapore.

Aspettare sullo sgabello che mi si fracassasse l’osso sacro,
non era più un’opzione.
Bisognava sbrigare, come ogni fine settimana,
quel dovere notturo: Danzare fino a perdere i sensi.

E ci ho impiegato 35 anni per capire che nessuno,
ballando al mio fianco, mi avrebbe rubato lo spazio.
Loro avevano il compito demoniaco di risvegliarmi.
E l’Egitto, dall’altra parte del mare, tutto questo,
lo aveva capito da un pezzo.
nuda

Hokusai auf dem Fenster

Hokusai auf dem Fenster
I want to
I want to be someone else or I’ll explode
Floating upon this surface for the birds
The birds
The birds

You want me?
Fucking well come and find me
I’ll be waiting
With a gun and a pack of sandwiches
And nothing
Nothing
Nothing

You want me?
Well come and break the door down
You want me?
Fucking come and break the door down
I’m ready
I’m ready

Antecrisalide (Montale)

Ci sono diverse Crisalidi nel mondo. Le Crisalidi d’aria, quelle fatte di sola acqua e quelle di Ossi di Seppia. Lui è Eugenio Montale. Antecrisalide.
winterschlaf

L’albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s’ingromma.
Vibra nell’aria una pietà per l’avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all’alito d’Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest’ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.

Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d’orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall’oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.

Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m’offrite
un’ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d’occhi che ormai sanno vedere.

Così va la certezza d’un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l’ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M’apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d’accanto.

E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l’illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull’orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d’esse un volo senza rombo,
l’acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s’immerge nelle nubi,
l’ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente – e là ci attende.

Ah crisalide, com’è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani – e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!

Nell’onda e nell’azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s’aprono per dire
il patto ch’io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s’avviva
d’un arido paletto,
e ferve trepido

Le parabole di Kreuzberg

Gleichnisse des Gehirns, Watercolor and charcoal on paper, December 2014, Berlin
Gleichnisse des Gehirns, Watercolor and charcoal on paper, December 2014, Berlin

Era un giovedì
a Berlino si moriva dal freddo
si stavano ghiacciando le ali delle farfalle di tutta la città
a molti era stata revocata addirittura l’autorizzazione a volare

ma il regista, vestito di stracci puzzolenti,
quella sera, impazziva di gioia,
al solo pensiero che di lì a poco,
avrebbe mangiato pasta asciutta

E mentre chiacchierava allegro
con i moribondi di tutto il mondo,
la parabole di Kottbusser Tor
all’improvviso
si orientarono
verso Istanbul.

Quella volta della zuppa di farro

“Mangia la zuppa di farro, è buona l’ho fatta apposta per te”.
L’ospite meraviglioso
senza dire una parola,
mentre gli occhi affogavano nelle lacrime,
scansò il piatto e scappò in bagno a strapparsi l’utero con le mani.

Da allora sono passati 25 anni.
E’ caduto il muro a Berlino.
La cuoca è diventata anoressica.
L’ospite meraviglioso ha comprato un pappagallo.

Se a loro smetti di dare amore,
mi spiegò l’ospite meraviglioso,
25 anni più tardi, senza più l’utero,
loro tenteranno di uccidersi.