L’apologia del maschio di Robert Fry @Galerie Kornfeld

Sarà il cambio di stagione, sarà la mollezza dell’autunno, sarà la nebbia per le strade, ma è un periodo che non riesco a farmi piacere quasi nessuna mostra. Ieri sera vado a questa mostra al D3LTA “They said caos, I say form” e nonostante il fascino del loft berlinese nella sconosciuta Moabit a nord di Haupbanhof, mi ritrovo nel bel mezzo di un’operazione di marketing con tanto di birre e DJ che serviva da lancio a una non chiara applicazione per telefonini e computer per frammentare le foto e riassemblarle e ottenere più o meno lo stesso effetto visivo di Picasso. L’altro ieri è andata pure peggio. Vado alla Kunsthalle della Deutsche Bank, Unter der Linden, e mi trovo a vedere la terza parte dei dipinti di Painting Forever (coda della Berlin Art Week di un mesetto fa). Noia mortale. Potevo addormentarmi all’inpiedi.
Molto meglio il giro sulla Fasanerstrasse dove per caso ho ritrovato il mio amatissimo Sail Leter, fotografo americano deli anni ’50 già incontrato due anni fa allo spazio Forma di Milano, che per chi fosse interessato e avesse diverse migliaia di euro da spendere, può direkt, in Galerie Springen, comprare. Il cuore però me lo ha conquistato Robert Fry, classe 1980, già conclamato dalla Saatchti Gallery di Londra che da inizio settembre è in mostra in Galerie Kornfeld, sempre sulla Fasanerstrasse.
robert_fry

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Ciao Carolyn, Berlino ti aspetta

carolyn
Ricordo perfettamente il giorno in cui ho conosciuto Carolyn Carlson dieci anni fa. Era una calda giornata di luglio a Perugia. Di quelle che per corso Vannucci non ci sta nessuno. Lei era arrivata da Parigi, io le sarò sembrata una stagista universitaria goffa in cerca della sua approvazione. La Dance Gallery mi aveva chiesto di scrivere di lei, lei era una dea già allora. E agli dei le interviste non si fanno. Avevamo visitato assieme la galleria nazionale dell’Umbria. E poi lei senza dire una parola, era scivolata via dal parrucchiere. Lasciandomi a bocca asciutta. D’altronde, l’ho imparato con gli anni: c’è poco da usare la voce – rispondere a domanda – quando hai un corpo come il suo, che parla di gesti.
Lo spettacolo che mise in scena al Morlacchi di Perugia si ispirava a Giotto. Quel genio lì, pupilla tanto amata di Alwin Nikolais (padre, se vogliamo della danza contemporanea) aveva scelto nel 2003 di trasformarsi nelle statute di Giotto. Lei stava immobile in piedi su un piedistallo al centro della scena, mentre un proiettore le sparava addosso voluttuose immagini di statue dipinte da Giotto. Le immagini cambiavano e lei era l’anima, l’essenza del movimento, l’essenza della vita.
francesca Woodman
Ma torniamo al presente. Carolyn, ti aspettiamo a Berlino. Tra qualche giorno lei sarà in turneé con uno spettacolo che è una dichiarazione d’amore a tutte le donne. In particolare a una: Francesca Woodman, la fotografa americana innamorata dell’Italia che morì suicidandosi a 22 anni lanciandosi dalla finestra di un palazzo.
La coreografia si intitola Inanna,nome della dea sumera che racchiude un po’ tutte le caratteristiche di Venere e Minerva insieme: il corpo e la mente, la guerra e l’amore, la madre e la seduzione. La vita e la morte.


Con “Inanna” Carolyn Carlson ha creato un patchwork di stili e variazioni. Che danzati diventano un viaggio lirico di scoperta della femminilità attraverso il minimalismo gestuale che è proprio della coreografa. Le sette danzatrici dicono tutto di lei, della donna: pura e libera, pericolosa e giocosa, goffa e preziosa, cade e si rialza, viene sconfitta ma vince. vive ma muore.
Inanna per ora non passerà per Berlino. Lambirà la Germania, a confine con la Francia, patria di elezione di Carolyn. Ma qui vicina a me vive una della sue ancelle, Sara Simeoni, portatrice di grazia e spirito. La dea di Berlino. Che magari ci riesce a convincere la madre spirituale a passarci a trovare.

Dai diamanti non nasce niente, dal sangue nascono i fiori (#Irman Qureschi)

Irman Qureschi. Artista dell’anno 2013 secondo la Deutsche Bank che gli ha dedicato un Solo dal titolo Violence and Creation, aperto fino al prossimo agosto, nelle sale del vecchio Guggenheim di Berlino, ora ribattezzato KunstHalle. Oddio, non che il parere della banca conti molto, ma sì vede che talune volte dove ci sono i soldi c’è qualità.
Irman è un tipo giovane  – classe 1972 – che è stato catapultato nel firmamento dell’arte contemporanea da poco. E’ conosciuto tanto a New York quanto a Venezia, ma non ha fatto ancora in tempo a impararsi bene l’inglese. (A seguire la decorazione che ha appena completato su un roof garden a Central Park).
Rooftop_garden

Le tecniche di pittura indiane, quelle, le conosce benissimo. Come, temo, il dolore della guerra e il colore del sangue. Vive ancora a Lahore, in Pakistan. E se devo proprio dirla tutta, è diventato mezzo famoso solo dopo che un anno fa ha vinto non so quale Premio indetto dalla Sharjha Art Foundation . La finanza islamica, per capirci – con un lavoro intitolato (pesante) Blessings Upon the Land of my Love. Qui sotto.
blessingsUpontheLandOfMyLove
Sa usare molto bene il pennello. Quello sottile. E fa cose, che per noi occidentali saprebbero, uso il condizionale, di ammanuense del medioevo. Piccoli rettangoli di cartone, sbordati di carta oro, dove al centro, dentro ad almeno cinque squadrature del foglio, dipinge piccole storie di provincia indoeuropea in tecnica simil Baku molto colorate.

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Hue, l’ombra che dipinge nebulose

Ancora non ho video o foto che documentino questa storia. Ma vorrei provare a raccontarvela lo stesso. Immaginate una sala da ballo. Non una balera, ma la sala di una scuola di danza. Sulla quarta parete, come lo schermo di un cinema, arrivano le immagini sparate da un video proiettore. Assomigliano a quelle caotiche e fluide delle discoteche. Il pubblico sta seduto a terra, dalla parte opposta, su cuscini rossi gentilmente offerti dall’organizzazione nippo-tedesca dell’evento. Il progetto si chiama Hue, come la concentrazione dei colori primari delle foto – una cosa simile alla saturazione – ed è stato lanciato in anteprima lo scorso 24 maggio allo STudio 2 del Bethanien, edificio storico dedicato all’arte di Kreuzberg, in Mariannenplatz 2.
Davati allo schermo, nel buio e nel silenzio più totale, c’è Shiori Tada che danza. Leggiadra come un piuma. Bella come una giapponese. Il pubblico, nell’oscurità può però al limite scorgere il suo contorno. Dall’altra parte, seduto in mezzo al pubblico il vedeoartista Junichi Akagawa che a un certo punto spara proprio sulla sua figura (e non oltre) un fascio di luce. Alle spalle di lei lo schermo comincia a prendere vita.
Lei si muove, il fascio di luce la segue, l’ombra si proietta sullo schermo a mala pena grigio, in un tutto che è buio. Ma come quando l’acqua della pasta in pentola sfiora il labbro superiore e si riversa sul cucinotto, o meglio ancora, come quando lo smeriglio di riccioli solari che si stagliano dal bordo, in caso di eclissi. Ecco proprio in quella maniera lì, sul controno dell’ombra della divina ballerina si stagliano residui di luce, riccioli di frattali, piante rampicanti, auree boreali. Quello che volete voi. Tanto più lei danza, tanto più la sua ombra come un pennello pittura forme e colori, tirandoseli via quando lei scappa a fare una piroetta. Questo gioco è durato un’ora. In assenza di musica. Alcuni hanno detto che un’ora era troppa. Ma qui gesti ripetuti all’infinito che generano riccoli e colori, fino a nebulose celesti o paesaggi lacustri, io me li sogno la notte.
Per ora posso solo mostrarvi “Figure”, un loro lavoro precedente, sperando che presto mi arrivino sulla casella di posta elettronica foto e video.

Vroom Vroom, from Rome to London

Lorenzo Quinn’s Vroom Vroom sculpture was installed in its setting on Park Lane on January 23, 2011 in London, England. The four-metre high sculpture, consists of a vintage Fiat 500, the first car that the sculptor ever bought, grasped by an oversized aluminium child’s hand modelled from Quinn’s son. The exhibition has previously been displayed in Valencia and Abu Dhabi.
(Photo by Matthew Lloyd/Getty Images for Halcyon Gallery).
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Incontrando Hong Sangsoo per caso a Berlino


Cose che capitano per caso solo a Berlino. Si va con un amico a pattinare sul ghiaccio a Postdamer Platz, si bevono due bicchieri di Glühwein, si scopre che nella FilmHaus (Cinema Arsenal per la precisione) proiettano un film coreano super apprezzato a Cannes, Tokyo, Venezia. Okey, si va: tanto il biglietto costa cinque euro. C’è molta gente al botteghino. E scopro così di essere finita alla Premiere tedesca. E che tutta quella gente sta lì per conoscere il regista. Herr Hong Sangsoo, classe 1960, Seoul, nato sotto il segno dello scorpione, famoso soprattutto per un lavoro che porta il titolo Hahaha. Tutte cose che logicamente ho scoperto dopo. Io a quella rassegna sudcoreana ci sono finita per sbaglio. Dopo 30 minuti sto per perdere le speranze: il posto in sala andava prenotato e io logicamente non l’avevo fatto. Continuo svogliatamente a stare in fila fin quando l’addetta del cinema mi fa un cenno per dirmi: questo è l’ultimo biglietto, è il tuo. Benone, penso io, E mi lancio felice in una morbida poltrona dell’Arsenal.
Vedo il film, titolo coreano: Da-reun na-ra-e-suh, titolo inglese: In another country. La pellicola corre veloce, mi piace, non mi annoio, mi faccio delle idee e delle sane risate. Tanto che a fine proiezione mi viene voglia di sakè. O meglio di Heuk Ju, il sakè di Seoul.
E poi arriva lui. Hong Sangsoo. Uomo di poche parole che non fa altro che ripetere che il suo lavoro (e i suoi lavori in genere) non sono mai il frutto di un ragionamento, ma solo dei moti di pancia. Ogni scelta estetica e scenografica ha a che fare con l’intuito, il cuore, le budella, mai con la testa. Alla domanda: ti piace la piaggia? mi ha risposto sì, il più delle volte. Alla domanda: ti capita spesso di camminare in mezzo alla strada? e ancora, la risposta è stata sì, il più delle volte.
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40 years of Wall, Nazism and Socialism @ Berlinesche Galerie

Russian nights, Leningrad 1976
Jörg Knöfel

You enter into a metal labyrinth. Inside it, you follow the sequence of pictures arranged likewise frames of a film. Camera film. They tell the day-by-day life of a slaughterhouse in the Deutsche Demokratische Republik. The More You go ahead the more bloody the picture become. The hero is a pig. Or many a lot of pigs.

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Come ti metto in scena il dramma della libertà


Ecco se si dovesse una volta per tutte mettere in scena la liberazione dai legami, con tutto il dramma che la libertà si porta dietro, la si dovrebbe sempre rappresentare così: un vestito rosso di seta che cade morbido sulle curve di una donna che avanza lentamente, col volto cupo, verso l’ignoto. Passo dopo passo la musa triste – delusa, arrabbiata o forse solo disorientata – si stacca le ciocche di capelli che la tengono ancorata a un soffitto. Le forbici le ha in mano lei: Nezaket Ekici, una delle migliori allieve di Marina Abramovich, classe 1970, nata in Turchia, di casa a Berlino. Questa perfomance ideata nel 2006, dal titolo “Atropos”, è uno dei tesori conservati nella cassaforte della Dna Gallery, Auguststrasse, Berlino. Pronto a esser tirato fuori alla migliore occasione. Tipo quando fa primavera.

Una spirale fallica ci salverà (Bernstein @ New Museum)


Quando ho aperto la press release del New Museum di New York (diretto da Massimiliano Gioni, uno dei miei probabili futuri mariti) sull’i-Phone a momenti mi prende un coccolone. Intravedo tra le foto una striscia di scarabocchi neri su parete bianca che sembrano tante ciglia di un mega occhio. L’effetto su di me è un pugno all’ stomaco. Saprò più tardi che i graffi in realtà rappresentano un cazzo gigante spiralato.
Nel museo più figo del mondo, alla fine della scorsa settimana è stata chiamata Ms Judith Bernstein con il preciso scopo di decorare il muro di un corridoio del museo lungo 20 metri. Precisamente di apporci la sua firma. Bernstein compirà tra poco ’70 anni. E’ considerata l’artista protofemminista per eccellenza, ma solo oggi nel 2012 riceve la suprema incoronazione di una personale a New York. La città, a lei che è stata una vera provocatrice, glielo doveva da oltre 40 anni.
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