Le case volanti di Laurent Chehere

Mi limiterò a far palrare le immagini. Lui si chiama Laurent Chehere, vive a Parigi, è giovane. E’ un surrealista, presumo che ami sia Salvator Dalì sia Hayao Miyazaki sia Rene Magritte. E’ giovane, esteta alla massima potenza, con idee buone. Forse un po’ modaiolo. Soprattutto quando ritrae neri su sfondo nero, la nebbia, i resti di una centrale nucleare in Romania, le luci a Neon di New York. Però devo ammettere che l’artifizio delle case volanti non è male.

Laurent_Chehere

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Muro, socialismo e nazismo: 40 anni di Berlino divisa @Berlinesche Galerie

GESCHLOSSENE GESELLSCHAFT
Jörg Knöfel

A un certo punto entri un un cubo di metallo. Poi scoprirai di essere un labirinto dalle pareti alte e sottili. Quasi si piegano. Una volta all’interno, segui la sequenza di immagini – foto – che tanto somiglia alla pellicola di un film. I frame raccontano la vita di un mattatoio della DDR, Deutsche Demokratische Republik. Tanto più vai avanti tanto più cruente e sanguinarie diventano le immagini. A rimetterci la pelle, nel mattatoio, è – direi per fortuna . il maiale. Maiali adulti, maiali giovani, maiali feti.

Fetos' pig
Fetos’ pig

Il loro destino è segnato. Siamo al macello. Sangue, carne, budella, corpi ammucchiati di animali morti, braccia al lavoro di uomini vivi. I maiali, e spesso anche i loro feti, passo dopo passo si trasformano in salsicce. In un campo scenico sempre più sanguinario. E alla fine, quando sei arrivato nel cuore del labirinto, eccola la morte irreversibile. Che si mostra con la foto di due maialini abbracciati. Sembrano gli Amanti di Pompei, per loro non c’è più nulla da fare. in basso una parete – un muro (Berlino e muro, un’allegoria che è sempre di moda) inondato di sangue. Sembra che trasudi.

labyrinth
labyrinth

Non c’è nessuna via di uscita. Il percorso è finito. Non ti resta che girare i tacchi e fare la strada al contrario. raccogliendo il filo di Arianna che ti condurrà all’uscita.
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40 years of Wall, Nazism and Socialism @ Berlinesche Galerie

Russian nights, Leningrad 1976
Jörg Knöfel

You enter into a metal labyrinth. Inside it, you follow the sequence of pictures arranged likewise frames of a film. Camera film. They tell the day-by-day life of a slaughterhouse in the Deutsche Demokratische Republik. The More You go ahead the more bloody the picture become. The hero is a pig. Or many a lot of pigs.

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From a picture to a painting


Try to paint the hearts of thousands fireworks. Or just try to make a picture of them. Not so complicate, neither so original. But Tim Lehmacher, a german artist who worked also for several italian and american Galleries, turned white the dark background of the sky and colored any single lapilli. Basically he made some pictures which looks like paintings. And here the amazing result.

Franziska Strauss: Grazia e movimento in un unico clic


SI possono amare tante cose. Si possono amare la spigolosità e la grazia dei movimenti di Pina Bausch. Si possono amare le fotografie leggermente fuori fuoco di Frank Capa. Si possono amare le linee scattanti del futurismo italiano. Oppure si possono amare tutte e tre le cose.
Una sintesi perfetta di grazia, velocità e fuori fuoco la fa Franziska Strauss, una rivelazione per Berlino. Una rivelazione nel mondo della fotografia. Una rivelazione per l’arte contemporanea. Franziska è piccola piccola piccola: nasce nel 1984 a Cottbus cittadina alle spalle di Postdam nell’area di Brandeburgo. Come molte bimbe incantevoli, studia le tecniche della danza classica. Ma poi quando diventa grande appende tutù e scalette al chiodo per dedicarsi alla contemporanea. Nel corso degli anni si deve essere innamorata non solo delle sensazioni fisiche che la danza produce in chi la produce, ma anche del brivido di chi la riceve. Così ha imparato a osservare attraverso il movimento del corpo attraverso la lente. E si è messa a studiare fotografia prima a Chicago e poi New York. E un giorno, per scherzo o sul serio, ha cominciato a fotografare le sue amiche in sala prove.
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Leonard: Contro l’abuso fotografico di chi non sa neanche guardare


Murray Guy è una di quelle gallerie da tenere sotto occhio. E per l’inaugurazione della sua filiale di Chelsea (è basata a Ludlow Street, Lower East Side, New York city) ha scelto l’eccellenza: Zoe Leonard una delle più geniali fotografe dei nostri tempi, in mostra sulla 17esima lato Ovest fino al prossimo 27 ottobre.
La Zoe propone non una serie di fotografie, ma la fotografia stessa.

Gli spazi della galleria sono stati trasformati per l’occasione in tante camere oscure: in una sono posizionate sui vari lati della stanza cinque fotografie state scattate direttamente contro il sole. 
In altre molto più “oscure”, il visitatore potrà riconoscere alcuni dettagli da diverse angolazioni della 17esima Street West, sede appunto della galleria che la ospita.

Tipo: le luci dell’hotel dall’altra parte della strada, il riflesso di un prefabbricato sulle pareti traslucide di un grattacielo, un palazzo in costruzione. Tutto ovviamente capovolto da una presunta lente fotografica. Sì l’idea è proprio quella di entrare nel cuore della macchina fotografica e vedere le cose secondo un diverso ordine e una diversa logica. Zoe una frecciatina la scaglia contro gli stessi galleristi che hanno la presunzione di presentare le cose – opere d’arte, fotografie, sculture o quello che altro vi pare – secondo una gerarchia predefinita. 
Leonard, classe 1961, originaria di Liberty, Stato di New York e figlia di rifugiati polacchi, non ci sta. E Murray le dà voce, anzi: luce.

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Palazzi fatti di cielo, a Santa Monica


Mentre a Venezia imperversano biennale di Architettura e festival del Cinema, in California a Santa Monica alla Kayne Griffin Corcoran Gallery dall’8 settembre prossimo fino a quasi la fine di ottobre, saranno esposte fotografie che capovolgono il concetto di architettura. La mostra si intitola Buildings made of sky. Cielo a posto del cemento, cemento al posto del cielo.
L’idea visionaria, on-the-edge per citare la scopritrice di Jean-Michel Basquiat Annina Nosei, è di Peter Wegner, artista americano 63enne, che ha messo assieme una serie di fotografie capovolte di grattacieli.
Lui cosa si inventa: anziché fotografare un palazzo, fotografa lo spazio vuoto che si crea tra i due – aria cielo tramonto, e tutto quello che capita in mezzo – e capovolge il tutto. La genialata dove sta: nel individuare, scrutando l’orizzonte, lo skyline all’incontrario. Il punto di fuga, come insegnavano ad educazione tecnica alle medie, tanto è uno solo. E se la foto è centrata, sta proprio in basso al centro.
Non solo. Viene anche fuori che lo spazio vuoto capovolto, tra una Avenue e l’altra (anche se Wegner non ha lavorato solo a Mahnattan), ha un contorno che assomiglia proprio alla punta di una matita gigante. Il colpo di genio Peter ce l’ha nel 2004: “Walking down the street in New York one day, I glanced up and saw an invisible building suspended between the others. It was upside down, the color of air. A few steps later, it disappeared. Then, around the next corner, I saw another building like the first. I felt that I had stumbled upon a secret city, luminous and strange …”
A quel punto ha cominciato a girare i cuori delle metropoli di mezzo mondo per accorgersi che quanto accadeva a New York, accade un po’ dappertutto.
Per farvi capire meglio i Buldings made of sky faccio uno zoom sulle composizioni.

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