
Ha ragione M.S. quando afferma che i tedeschi se decidono di fare una cosa, la fanno in grande. Così 24 anni fa per celebrare la caduta del muro di Berlino hanno deciso di regalarsi un concerto di Natale. Hanno chiamato Leonard Bernstein a dirigere un’orchestra composta dalle filarmoniche dei quattro Paesi vincitori della guerra – New York, Parigi, Leningrado (San Pietroburgo) e Londra, e dal coro di Dresda, capitale morale della DDR. Hanno scelto di autodedicarsi la nona di Beethoven è hanno deciso per l’occasione di apportare una piccola variazione stilistica al testo originale dell’opera, sostituendo la parola Freude, gioia, con la parola Freiheit, libertà.
Il volto rugoso, poliespressivo e sudato di Bernstein, che sarebbe morto di lì a 10 mesi, vale più di mille parole. Certi violini valgono più di tante frontiere, certi tamburi più di mille muri abbattuti. Ieri alla Konzerthause in Gendarmemarkt, dove è stato ritrasmetto per intero il concerto per la libertà c’ero anch’io a piangere per Berlino.
Sera…
Vedere a occhi chiusi

“Siediti. Chiudi gli occhi. Io spengo le luci e al mio via premi il pulsante”. E al suo via lei ha spento le luci, io ho chiuso gli occhi e ho premuto il pulsante. A quel punto in quello spazio di mezzo che sta tra le palpebre e la corteccia cerebrale, io che avevo gli occhi chiusi, ho visto cascate di latte, flash di pattern geometrici di cerchi verde acqua e rombi rossi, disturbate, talvolta, da immagini di cuori grigi, in corsa. C’è anche chi sottoponendosi allo stesso esperimento ha visto cavalli, chi ha avuto paura, chi ha riso per ore.
Ieri sera, venerdì 1 novembre, dopo mesi di attesa ho finalmente provato la Dream Machine , la macchina dei sogni di Ivana Franke, ispirata da una macchina analoga inventata negli anni ’70 dai poeti maledetti della dream (intendo beat) generation per amplificare gli effetti delle sostanze psicotrope.
Ma torniamo ai tempi nostri. La Machine è la creazione artistica più nota di Ivana, ed è il traguardo di un percorso di ricerca su luci e spazio cominciato nel 2009 con Alexander Abbushi, fondatore dell’associazione di neuroestetica di Berlino.
La macchina è una specie di semicilindro composto da un fascio di circa 300 luci (ne esiste anche una versione più grande da 600 luci, guarda il video sopra). Lo spettatore si siede al centro, chiude gli occhi e si lascia bombardare le palpebre da impulsi luminosi intermittenti secondo un diagramma frequenziale che provoca allucinazioni visive, stati emotivi. Io vedo un cuore, il bambino vede il cavallo in corsa, quasi tutti vedono pattern ottici che ricordano i quadri di Roy Lichtenstein visti da vicino.
L’installazione ha avuto talmente tanto successo che nel 2011 è stata ospitata durante la Biennale di Venezia dal Peggy Gueggenheim, fino ad arrivare lo scorso anno alla Deutsche Kunsthalle a Berlino. Da qualche settimana la macchina è tornata a casa, nell’atelier di Franke in Moabit. Ma ci resterà per poco. Settimana prossima va di nuovo in giro. Destinazione Emirati Arabi dove anche sceicci e petrolieri potrenno provare a vedere cose con gli chiusi.Continua a leggere “Vedere a occhi chiusi”
Devo salutare una persona
In Berlin, by the wall
You were five foot ten inches tall
It wasv ery nice
Candlelight and Dubonnet on ice
We were in a small cafe
You could hear the guitars play
It was very nice
It was paradise
You’re right and I’m wrong
Hey babe, I’m gonna miss you now that you’re gone
One sweet day
Oh, you’re right and I’m wrong
You know I’m gonna miss you now that you’re gone
One sweet day
One sweet day
In a small, small cafe
We could hear the guitars play
It was very nice
Candlelight and Dubonnet on ice
Don’t forget, hire the vet
He hasn’t had much fun yet
It was very nice
Hey honey, it was paradise
You’re right and I’m wrong
Hey babe, I’m gonna miss you now that you’re gone
One sweet day
You’re right, oh, and I’m wrong
You know I’m gonna miss you now that you’re gone
One sweet day, one sweet day
One sweet day
One sweet day, oh, one sweet day
One sweet day, baby, baby, one sweet day
Quella gran figa chiamata Philosophie
Zigaretten
L’apologia del maschio di Robert Fry @Galerie Kornfeld
Sarà il cambio di stagione, sarà la mollezza dell’autunno, sarà la nebbia per le strade, ma è un periodo che non riesco a farmi piacere quasi nessuna mostra. Ieri sera vado a questa mostra al D3LTA “They said caos, I say form” e nonostante il fascino del loft berlinese nella sconosciuta Moabit a nord di Haupbanhof, mi ritrovo nel bel mezzo di un’operazione di marketing con tanto di birre e DJ che serviva da lancio a una non chiara applicazione per telefonini e computer per frammentare le foto e riassemblarle e ottenere più o meno lo stesso effetto visivo di Picasso. L’altro ieri è andata pure peggio. Vado alla Kunsthalle della Deutsche Bank, Unter der Linden, e mi trovo a vedere la terza parte dei dipinti di Painting Forever (coda della Berlin Art Week di un mesetto fa). Noia mortale. Potevo addormentarmi all’inpiedi.
Molto meglio il giro sulla Fasanerstrasse dove per caso ho ritrovato il mio amatissimo Sail Leter, fotografo americano deli anni ’50 già incontrato due anni fa allo spazio Forma di Milano, che per chi fosse interessato e avesse diverse migliaia di euro da spendere, può direkt, in Galerie Springen, comprare. Il cuore però me lo ha conquistato Robert Fry, classe 1980, già conclamato dalla Saatchti Gallery di Londra che da inizio settembre è in mostra in Galerie Kornfeld, sempre sulla Fasanerstrasse.

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Fisica quantistica (e buddismo)
Lei si chiama Vanessa. Ritaglia con gli occhi. Pezzi di mondo
Schlafstörung
Youvalle Levy, just too cool for school

Quando ho conosciuto Youvalle Levy, me ne sono subito innamorata. Esile nelle gonne lunghe e nei vecchi maglioni di lana, che quasi scompare. Spesso distratta, dietro quegli occhialoni da hypster, sembra sempre che da un momento all’altro ci faccia “ciao ciao” con la manina per mettersi a volare nel mondo dei sogni. Il volo è un tema centrale non solo della sua vita (suo padre lavora per la Swiss Air) ma anche della sua produzione artistica. Ha un aeroplano tatuato sul braccio. E il primo video intitolato KISLEV, parla di viaggi, gente che parte gente che resta, nuvole, areoporti.
Si è trasferita da Tel Aviv a Berlino per studiare regia. Ma adducendo scuse del tipo: “devo migliorare il tedesco”, “non farò mai in tempo a raccogliere i documenti per iscrivermi al corso di laurea”, o addirittura “sai, io sono una che si distrae molto facilemte a lezione”, è riuscita a saltare le scadenze universitarie. Poco male. She is “just too cool for school”: Nei suoi 22 anni è già troppo figa per andare a scuola. E così dopo aver raccolto nuovi documenti video nel suo ultimo viaggio nel suddest asiatico, ha rieditato il tutto e realizzato il video di Slowwave nuova track del musicista Benjamin Thomas (inglese tutto d’un pezzo meglio noto, al Berghain, come BNJMN),
In questa SLowwave, onda lenta, è tutto un correre. In autostrada vicino al porto di Singapore (o Bangkok), di notte tra la selva dei grattacieli della metropolitana, di giorno sopra di cieli dell’Oceano indiano, a inseguire le nuvole nel cielo, i riflessi del sole sugli specchi di acqua, i sogni nel cervello. Mentre statici come la morte restano i corridoi delle reception di tutte le pensioni del mondo. Youvalle è la mia piccola Francesca Woodman, genietto 22enne delle immagini di oggi. Ma attenzione: lei ha intenzione di vivere a lungo. Lei dai suicidi senza fine delle giovani leve israeliane, orrori che per due anni di fila è stata costretta a subire, se ne scappata via per fortuna.
Ecco a cosa somiglia Tempelhof!
Oggi due miei amici chiacchieravano tra di loro. Francesco dice: ma tu lo sai che Gorlitzer park era una stazione dei treni? Danny risponde: non mi stupisco, visto che Tempelhof prima era un aeroporto!
Berlino osservata un giorno di autunno dal centro di Gorlitzer Park sembra New York osservata un giorno di autunno dal centro di Central Park. Le proporzioni sono le stesse. Considerate le larghezze dei due parchi (entrambi lunghi e sottili, l’uno – vado per approssimazione – sarà largo 5 chilometri, l’altro 500 metri) i grattacieli di Manhattan sembrano alti uguale come i palazzi di Kreuzberg. Soprattutto quando la giornata è tersa come quella di oggi e la distanza (o la vicinanza) si trasforma in un dettaglio ottico. E mentre pensavo così intensamente a Gorlitzer, mi è venuto in mente che la forma di Tempelhof, il parco più bello del mondo, visto dall’alto sembra il profilo di un guantone da boxe. Un pugno nelle viscere della fighetta Schöneberg, scagliato dai quei zozzoni analfabeti di Kreuzberg!








