Da Damasco a Tel Aviv, tutti in fuga a Berlino

 

 

homs

Le navi di Stati Uniti e Gran Bretagna stanno avanzando verso la SIria, contro la Siria. Ci scotta la sedia sotto al culo, oder?Siamo tutti consapevoli che è in corso un massacro senza precedenti, che l’Onu ha di nuovo fallito la sua missione di pace, che tra Assad e ribelli non si sa ancora chi c’ha le mani più sporche. Siccome non si può stare a guardare, allora scomodamente (molto scomodamente, per quel che mi riguarda) accettiamo la presunzione anglo-americana, come il minore dei mali.
Homs existiert nicht mehr (guardare foto per credere 😦, mi disse qualche giorno fa un amico di Damasco. E Aleppo, bella Aleppo delle saponette all’olio d’oliva, e già di fatto una città divisa. Non come Berlino con un est e un ovest. Peggio. Con un centro (Assad) e una periferia (i ribelli).
Per questo che oggi nella mia crisalide d’aria che normalmente si occupa solo di cose belle, mentre quel genio di Sebastien Biniek si diverte a dipingere la doppia faccia alla gente di Berlino, volevo dedicare una riflessione a questo vicino oriente che, se non fossi buddista, penserei davvero condannato a qualche maledizione biblica.
Ad Admiral Brücke, in Kreuzberg ho incontrato due ragazzi: Fadi Tabbaa scappa dalla Siria, Danny Melkonovitzky fugge da Tel Aviv.

Continua a leggere “Da Damasco a Tel Aviv, tutti in fuga a Berlino”

Autunno

80x40cm
Il problema di Berlino non è che il 14 di agosto è una meravigliosa giornata di fine autunno. Il problema è che la gente del posto mi confondono con questo loro vestirsi come se qui fosse effettivamente la vigilia di ferragosto.

12 agosto, un giorno come un altro

doodle
Oggi 25 anni fa moriva un genio, Jean Michel Basquiat. 100 e rotti anni prima ne nasceva un altro, Erwin Schrödinger. Il primo ha portato la streer art nei circoli filosofici, il secondo con una strana storia su un gatto chiuso in una stanza con radiazioni e una boccetta di veleno, ha dimostrato che hai voglia a parlare di stato quantico: fin tanto le cose non si vedono non accadono.
Basquiat ha preso coraggio e ha dichiarato che la critica nell’arte non serve a nulla. Quanto meno non serve a capire la natura profonda dell’opera d’arte, la sua poesia. Il secondo ha certificato che solo l’osservazione determina lo stato delle cose, che sia atomo o che sia gatto. Grazie a entrambi oggi riusciamo a vedere la poesia.
(E, personalmente, grazie a Paolo Bottarelli che mi ha introdotto alla neuroestetica).

Per chi si avesse dimenticato Zuccotti park

Là dove per qualche mese si è provato a combattere il capitalismo (un metro da Ground Zero, tre metri da Wall Street, cinque metri da casa mia), là dove il mio coinquilino, quel pazzo di Jordan, passava le giornate a esibire tonnellate di materiale cartellonistico-sovversivo preparato in quel loft puzzolente di Brooklyn sulla Flushing Avenue’, là dove oggi balla Emily che pare il Parterre della mostra internazionale del cinema di Cannes. Ecco proprio là oggi, stanotte, sembra che le Torri gemelle se le siano dimenticate, che il crollo di Lehman Brothers pure, milioni di senza lavoro, senza tetto, senza cibo anche. E al di là del fatto che Emily e brava da morire, ora credo  che il capitalismo non lo si combatte con le sue stesse armi. Non lo si combatte da Zuccotti Park se a Zuccotti Park intanto che inaugurano la Freedom Tower con la mano sul petto cantando l’inno americano, attrezzano un palcoscenico degno della Scala di Milano. Per combattere il capitalismo mi sa che ci vuole qualcosa che sappia di est, qualcosa che profumi di Loto, qualcosa di silenzioso. Senza luci a neon e gambe perfette. Ma questo è un mio pensiero buddista. Ecco.
emily

Cime tempestose

Mi è piaciuta l’idea. Soprattutto oggi che mi sono accorta che a 10 mesi di Berlino ho consumato oltre dieci quaderni e una ventina di penne biro, di cui tre rosse, quattro nere e tre blu (DesignMilk).

foglio

Berlino, non si vede a un metro

Brucia un palazzo sulla Skalitzer, non si vede a un metro. Hanno chiuso la U1 tra Kotti e Schlesische, non si vede a un metro. Tutto attorno è transennato, non si vede a un metro. Arrivano i vigili del fuoco, a dozzine, non si vede a un metro. Corrono le ambulanze, non si vede a un metro. Corrono le bambine in minigonna, non si vede a un metro. Aria di vento e fuliggine, non si vede un metro.
E’ sera, di una sera d’estate. Qualcuno starà andando al Mobel Olfer con la bici, qualcuno altro scoprirà sotto la doccia il segno del costume sulla pelle, mentre molti guarderanno Old boy in streaming. Il pazzo della Weser raccoglie i vuoti delle Sterni e chiede a tutti una sigaretta. A Tempelhof il tramonto è già passato. E a un chilometro da lì, non si vede a un metro.
E mentre un amico regala il suo cuore a un mantra buddista, a me viene in mente che c’è stato un tempo, diverse vite fa, che avevo amato Garden State e tutte le musiche. A cominciare da questa.

Christen, la poesia della nebbia

“Per circa due anni, ogni volta che il tempo sembrava bello, mi sono svegliato alle 5, e ho guidato per 45 minuti verso i promontori di Marin, San Francisco, e ho puntato il mio obiettivo verso il Golden Gate Bridge”. Così l’artista Simon Christen è riuscito a raccontare la nebbia. Tra oceano e baia, al di là dell’America.

Adrift from Simon Christen on Vimeo.

Estate

Il problema di Berlino non è che d’estate è ancora inverno. Ma che d’estate, quando arriva l’inverno, tengono i riscaldamenti spenti. Ecco.

E poi ogni tanto succede

Foto del 05-06-13 alle 22.28

Piango con i musicisti dell’orchestra sinfonica di Atene. Piango con gli ustionati di piazza Taskim. Piango per mio padre. Pure se là fuori è estate e la notte sembra non arrivare mai.

E il vascello di Reykjavik salpa ancora

Ci sono stati giorni in cui avrei potuto spostare le montagne, andare all’altare e sbottonare la camicetta per fare entrare, meglio, le radiazioni nel cuore. Oggi mi riesce soltanto scrivere poesie silenziose, dipingere su tele con pennelli impregnati d’acqua, affettare lo zenzero. Mentre guardo il sole morire ad Admiralbrücke, ascolto Charlotte cantare, e combatto, senza muovere un dito, per la libertà di Istanbul. Tra 10 giorni arriva Kveikur. Me lo portano gli angeli d’Islanda. Sigur Ros.

  1. Brennisteinn (Zolfo) – 7:46
  2. Hrafntinna (Ossidiana) – 6:24.
  3. Ísjaki (Iceberg) – 5:04
  4. Yfirborð (Superficie) – 4:20
  5. Stormur (Tempesta) – 4:56
  6. Kveikur (Stoppino) – 5:56
  7. Rafstraumur (Corrente elettrica) – 4:59
  8. Bláþráður (Filo sottile) – 5:13
  9. Var (Rifugio) – 3:45

Poco più di un anno fa dal porto di Reykjavik salpava Valtari. Forse qualcuno quel vascello fantasma se lo ricorda ancora. https://crisalidedaria.com/tag/valtari/

Continua a leggere “E il vascello di Reykjavik salpa ancora”

In questa notte che brilla come un impero di luce di Magritte

La mia consueta dedica a Berlino. Questa la musica per andare a dormire stasera. Lei è MimiCof, aka Midori Hirano, suona venerdì alle 9.30 al Mindpirates in Schlesische Str. 38. Naturalmente qui.

E questo è il tardo tramonto di quasi estate che si è meritato la dedica.

Foto del 05-06-13 alle 22.28

Ricordiamoci sempre che essere vivo richiede uno sforzo maggiore del respirare

Nel ricordo di un amico che non c’è più, di un amico.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Continua a leggere “Ricordiamoci sempre che essere vivo richiede uno sforzo maggiore del respirare”