Cerco di fare ordine con in pensieri. Tanto per cominciare non mi torna l’ora. Se in italia sono le 8 qua dovrebbero essere le una di notte ma considerato che mi sono svegliata tante ore fa, per recurare il mio accendino nel basement, poi ho fumato, poi ho dormito poi ho rifumato poi mi sono rimessa a letto, ho bevuto 5 bicchieri d’acqua, ho fatto due volte pipi, non può essere passata una sola ora. Credo c’entri con l’effetto fuso, e comunque visto che non ho nessuno strumento per capire che ore sono e connettermi con il resto del mondo, scrivo. In ogni caso, mi trovo in un centro termale a Aizuwakamatsu è buio la suite affaccia su una gola tra i monti, si sentono le cascate in basso, la vegetazione è da tropici, da vietnam, tanto è umido e tanto è verde a diversi toni. Zero fiori a parte le margherite giapponesi che ho raccolto per x. In zona ci sono molte risaie, tanta acqua e tanti insettini, apparentemente innocui, che hanno preso a simpatia il mio monitor.Continua a leggere “japan mon amour”
Il cancro della paura (www.lettera43.it)
Se ci fosse una Fukushima in Italia, gli italiani come i giapponesi oggi, dovrebbero convivere con un cancro, ancor prima di ammalarsi seriamente. Il cancro della paura. La paura di mangiare, di bere , di lavarsi, anche di respirare. Questo cancro non lo si aggira non mangiando broccoli e prezzemolo, come disposto dal governo giapponese all’indomani del disastro nucleare, non bevendo acqua corrente ed evitando di avvicinarsi alla centrale. Il cancro della paura è direttamente proporzionale all’impalpabilità e imprevedibilità degli isotopi, i quali non si diffondono affatto in maniera ordinata e centrifuga. Questi isotopi si spostano come pare a loro gabbando tecnici e politici. A volte sono rarefatti a pochi chilometri dall’impianto, altre volte si concentrano, come Lettera43.it ha potuto verificare direttamente, anche fuori dalla zona rossa, cioè oltre i 20 chilometri blindati attorno a Fukushima.
Nella centrale che sta tenendo il mondo con il fiato sospeso , la situazione è più grave di quanto si creda. Il 6 giugno l’università di Hokkaido, un ente indipendente sia dal governo sia dall società che gestisce la centrale ha pubblicato i risultati di un’esame compiuto il 22 aprile scorso. Il plutonio e l’uranio hanno raggiunto falde e acqua di mare e anche i terzo reattore si conferma gravemente compromesso.
Attenersi ai dictat del premier Naoto Kan non basta. Tutto fa paura. Non solo l’acqua, ma anche il te in bottiglia e la cocacola in lattina (imballaggi con membrane ridicole per un isotopo), non solo il pesce – l’unico di cui andar tranqulli in Giappone è l’amatissimo tonno bluefin che arriva da Altantico, Indiano e Mar Mediterraneo – ma anche carne, gelato, frutta. Fa paura farsi uno shampoo. Ci si vuole levare di dosso eventuali residui radioattivi, ma ci si rende conto che sia l’acqua corrente sia i detergenti potrebbero essere contaminati. Spaventa anche una bella fresca giornata di vento tardo primaverile. Chissà quell’aria da dove arriva.
Anche Salvatore Cuomo, uno dei maggiori imprenditori italogiapponesi, che nel Sol Levante ha costruito il suo impero grazie a una catena di ristoranti e pizzerie, ha paura. Ha detto che “oggi c’è da avere paura in tutto il Giappone” e che lui, che in Giappone c’è nato e si sente più giapponese che italiano, sta per mandare via i suoi figli da Tokyo, via dal Paese.
Tra le varie voci che girano, c’è ne una brutta. Il governo potrebbe utilizzare la zona contaminata di Fukushima in un deposito di scorie nucleari. E poi una seconda, terribile. Un’altra centrale, questa volta nei pressi di Osaka, avrebbe problemi ancor più gravi di quelli di Fukushima. Sembra che i danni siano stati causati da un errore umano prima ancora dello tsunami, e che il disastro conclamato al mondo, quello di Fukushima, stia nascondendo in realtà anche gli effetti del precedente. E si dice che il governo sappia tutto.
L’11 di giugno il Giappone si fermerà per fare il punto, riflettere, commemorare, a tre mesi dal terremoto più grave che la sua gente ricordi. E ironia della sorte, il 12 e il 13 gli italiani sono chiamati a dire la loro sull’energia nucleare: “sì, non la vogliamo” oppure “no ci abbiamo ripensato, mettiamoci a costruire centrali”. Scrivo con la paura addosso di aver visto con i miei occhi un geiger, il rilevatore di radiazioni, schizzare in un secondo da 6 a 110 microsievert, in una zona considerata sicura dall’autorità a 30 chilometri dalla centrale (a 250 microsievert i danni all’organismo umano diventano irreparabili se l’esposizione dura un giorno) e non credo che la maggior parte degli italiani siano in grado di sopportare tutto questo. Il cancro della paura un giapponese, un po’ per lo shintoismo, un po’ per il buddismo un po’ per la loro storia riesce anche a sopportarlo con la dignità, con la compostezza e con la rassegnazione che fa parte del loro essere. Noi no.
the meaning of life
L’ho trovato finalmente, il senso della vita. Viaggiare, fare l’amore, traslocare, lavorare, ballare, bere, onestamente e con passione. Poi se c’è Pisapia ancora meglio. Ora, di morire, non mi va. Quindi, plutonio, stattene là buono nel nocciolo e non rompere nelle prossime settimane.
Fukushima
Che dire di oggi. Che anche la Demi (urtas) ha smesso di fumare. E io in compenso sto per andare a Fukushima. E mi volevano ammazzare Verona. Bene così.
POWER
Oh, Sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman, where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All along dem day
Well I run to the rock, please hide me
I run to the Rock, please hide me
I run to the Rock, please hide me, Lord
All along dem day
But the rock cried out, I can’t hide you
The Rock cried out, I can’t hide you
The Rock cried out, I ain’t gonna hide you guy
All along dem day
I said, “Rock, what’s a matter with you, Rock?”
“Don’t you see I need you, Rock?”
Lord, Lord, Lord
All along dem day
So I run to the river, it was bleedin‘
I run to the sea, it was bleedin’
I run to the sea, it was bleedin’
All along dem day
So I run to the river, it was boilin‘
I run to the sea, it was boilin’
I run to the sea, it was boilin’
Along dem day
So I run to the Lord, please hide me Lord
Don’t you see me prayin‘?
Don’t you see me down here prayin’?
But the Lord said, “Go to the devil”
The Lord said, “Go to the devil”
He said, “Go to the devil”
All along dem day
So I ran to the devil, he was waitin‘
I ran to the devil, he was waitin’
Ran to the devil, he was waitin’
All on that day
I cried, power
(Power to da Lord)
Power
Auto atomica
“Sapere che tu possiedi un’auto mi dà la stessa tranquillità del sapere che il Pakistan ha l’atomica” ms
Quella volta del freno a mano
T. Ma che lavoro fa il tuo babbo?
B. Ma sai che non lo so… ora è in pensione.
T. E quando non era in pensione?
B. Bah, lavorava in un’industria tessile?
T. Ricordi il nome?
B. No non credo…
T. E che mansione?
B. Sai che forse non l’ho mai saputo? E’ che io e mio padre non ci siamo mai parlati molto. Cioè, non è che avessimo un brutto rapporto, semplicemente non ci parlavamo. Ma non discutevamo neanche. Tranne una volta, ora che ci penso… Sì, quella volta si arrabbiò con me. Forse fu l’unica volta. Avevo cinque anni, ero in macchina con lui in autostrada. E io ho tirato il freno a mano. Sì quella volta si arrabbiò un bel po’.
(riferimenti a fatti e persone sono puramente casuali)
Ecco perché non mi piacciono le vacanze al mare
Un elefante pur essendo 10 mila volte più grande di un porcellino d’india, ha bisogno di una quantità di energia solo mille volte superiore. Così anche le metropoli e i suoi micro abitanti, che siamo noi.
Le persone che vivono in luoghi densamente popolati hanno bisogno di meno riscaldamento e di meno chilometri di asfalto a testa, rispetto a chi vive in campagna. Ma nessuno si trasferisce a New York per risparmiare sulla bolletta del gas.
Perché sopportiamo appartamenti troppo cari, ingorghi di traffico, Pm10? Perché cerchiamo uomini e umanità. Più aumenta la concentrazione di persone per chilometro quadrato, più aumentano velocità di scambio delle idee e volontà di collaborare. (Vita e morte delle grandi città, Geoffrey West).
Ecco spigato perché non mi piacciono le vacanze al mare, il buio e il silenzio.
la vita si misura col peso delle scatole
Sono al trasloco numero 14. Ho cambiato in 31 anni e mezzo 14 case, 7 città, 4 nazioni. E mi manca ancora di stare a madrid, tokyo e bahia.
I traslochi di norma mi riempiono dell’adrenalina della novità. Ma ogni volta ho reciso pezzi di vita. Con la scusa di diventare sempre più leggera, alla fine non mi è rimasto quasi niente.
(la vita sarà anche una merda ma con l’iPhone 4 passa tutto).
e comunque a danza non ci vado più
Avevo quasi dimenticato di avere un blog. Poi ricordandomi che la mia amica geolin ne aveva uno, sono andata a leggiucchiare. Poi, toh! Ora che ci penso anche io ce l’ho il mio micro mondo.
Risultato, mi accorgo che erano quattro mesi – 120 giorni – che non passavo da queste parti. Per chi avesse da ridire, voglio solo ricordare, che nel frattempo c’è stata Marsiglia, piazza Tahrir, Hosni Mubarak e poi Ben Alì. C’è stata La Libia, Sarkò, l’Onu la Nato e le bombe. mediterraneo e yemen, terremoto e Fukushima, barre di uranio e barre di plutonio, pesce al cesio e creme all’idrogeno, divorzio povero e colica biliare, scatoletta incriminate col cacao amaro, petrolio dolce e teheran pericolosa, diari di damasco e lacrime di chernobyl.
E poi anche Misurata. E se ne è andato Tim e se ne é andato Chis. Così, senza avvertire, prima che potessi dar loro un bacio.
Iran, l’arte della libertà
(da Lettera43.it) Sei anni fa il pittore iraniano Pooya Razi rischiò il carcere per aver deciso di aprire le porte della sua casa, nel centro di Teheran, a ragazze non sposate in cerca di un posto dove dormire. Oggi lavora con un gruppo di registi e animatori per realizzare un cortometraggio ispirato ai protagonisti dei suoi disegni.
Razi, classe 1984, è uno dei pochi indipendenti che resiste alla durezza del regime iraniano. E resiste in una città che, pur contando 12 milioni di abitanti, si trova con una scena artistica sempre più in ombra, pressata dall’incubo delle ritorsioni del presidente Mahmoud Ahmadinejad, sempre più intollerante a oppositori, dissidenti o a semplici voci fuori dal coro.
Essere cigno. Nero. E tremare.
Ieri ho visto Black Swan, il cigno nero, un film che butta un occhio sul brutto modo con cui una danzatrice sente il proprio corpo, sul clima malsano che stagna dietro le quinte dei teatri, nella sale prove delle compagnie. Da danzatrice, ne sono rimasta sconvolta.



