Ed eccone un’altra. Bella come il fondo del mare

Non ci posso credere, ecco un altro capolavoro marchiato Sigur Ros. Appena scoperto, come uno scrigno in fondo al mare. E’ tutta per voi. Livio, Alice e due cuoricini minuscoli che battete con me sotto il cielo di Berlino, tra Donaustrasse e Pappelalle.

Hann er bæði um borði
Sjó og landi bjargandi
Flugunum sem farast hér
Þó sér í lagi sjálfum sér
Eilíft stríð og hvergi friður
En það verður ei gott að fórna sér
Dagarnir eru langir

Olympus Playground, giochiamo a fare i fotografi

green
E ora è tempo di giocare. E’ tempo di fare un salto al Playground dell’Olympus, siamo sempre a Berlino, dove fino al prossimo 2 giugno si può giocare a fare i fotografi. Chiaro come il freddo d’inverno: si tratta di una marchetta. La Corporation giapponese ci mette i soldi, prende in affitto uno degli edifici (7000 metriquadri di loft) più belli e fatiscenti della città, in Zinnowitzer Straße 9, allestisce su tre piani diversi giochini. Per giunta gratis. Tu entri, non paghi il biglietto ti danno una macchina fotografica della madonna, l’ultima nata in casa Olympus, mezza reflex mezza digitale, e quando ti sei rotto i coglioni di giocare e basta al piano uno – tra tappeti di rete saltellanti e backstage di produzioni Hollywoodiane, con tanto di sala costumi e sala posa – cominci a giocare a fare il fotografo.
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Sali al piano due. E lì ti trovi corridoi prospettici illuminati a laser, cerchi di neon, sale stroboscopiche, reticolati di luce fucsia, sagome di luce verde, giochi di acqua e di suoni, bicchieri pieni piazzati nel cuore di altoparlanti che alla prima vibrazione fanno danzare i liquidi ed eccitare i sensori. Della macchina fotografica, si intende.
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Alla fine dei giochi, ti spetta la memory card con i tuoi capolavori fotografici autoprodotti, che fiero porti a casa. La macchina, no. Quella la torni indietro. E, a parte che a me la macchina non me l’hanno data (troppa fila, ci sono stata domenica scorsa, l’avessi mai fatto), e a parte che al fotografo vero sarà di certo venuta l’orticaria, ci si diverte un bel po’. Das ist so Berlin. noch mal.

Hue, l’ombra che dipinge nebulose

Ancora non ho video o foto che documentino questa storia. Ma vorrei provare a raccontarvela lo stesso. Immaginate una sala da ballo. Non una balera, ma la sala di una scuola di danza. Sulla quarta parete, come lo schermo di un cinema, arrivano le immagini sparate da un video proiettore. Assomigliano a quelle caotiche e fluide delle discoteche. Il pubblico sta seduto a terra, dalla parte opposta, su cuscini rossi gentilmente offerti dall’organizzazione nippo-tedesca dell’evento. Il progetto si chiama Hue, come la concentrazione dei colori primari delle foto – una cosa simile alla saturazione – ed è stato lanciato in anteprima lo scorso 24 maggio allo STudio 2 del Bethanien, edificio storico dedicato all’arte di Kreuzberg, in Mariannenplatz 2.
Davati allo schermo, nel buio e nel silenzio più totale, c’è Shiori Tada che danza. Leggiadra come un piuma. Bella come una giapponese. Il pubblico, nell’oscurità può però al limite scorgere il suo contorno. Dall’altra parte, seduto in mezzo al pubblico il vedeoartista Junichi Akagawa che a un certo punto spara proprio sulla sua figura (e non oltre) un fascio di luce. Alle spalle di lei lo schermo comincia a prendere vita.
Lei si muove, il fascio di luce la segue, l’ombra si proietta sullo schermo a mala pena grigio, in un tutto che è buio. Ma come quando l’acqua della pasta in pentola sfiora il labbro superiore e si riversa sul cucinotto, o meglio ancora, come quando lo smeriglio di riccioli solari che si stagliano dal bordo, in caso di eclissi. Ecco proprio in quella maniera lì, sul controno dell’ombra della divina ballerina si stagliano residui di luce, riccioli di frattali, piante rampicanti, auree boreali. Quello che volete voi. Tanto più lei danza, tanto più la sua ombra come un pennello pittura forme e colori, tirandoseli via quando lei scappa a fare una piroetta. Questo gioco è durato un’ora. In assenza di musica. Alcuni hanno detto che un’ora era troppa. Ma qui gesti ripetuti all’infinito che generano riccoli e colori, fino a nebulose celesti o paesaggi lacustri, io me li sogno la notte.
Per ora posso solo mostrarvi “Figure”, un loro lavoro precedente, sperando che presto mi arrivino sulla casella di posta elettronica foto e video.

Scacchi e neuroscienze, le passioni di Bottarelli

La differenza tra lui e Maurizio Cattelan, è che il primo è un pochino più cerebrale. E Cattelan è più vecchio. Ma non è detto che tra qualche anno ce lo troviamo al Moma di New York a farci inorgoglire ancora una volta, per essere italiani.
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Lui, il primo, si chiama Paolo Bottarelli, è nato nel 1975 a Brescia,  di lavoro costruisce scatole, propriamente cubi di legno abbastanza grandi dove dentro fa succedere delle cose. Poi lì sigilla e talvolta li vende. Alcuni lì sotterra nel deserto, altri li allinea con le stelle, altri ancora li smonta e ricomincia daccapo. I cubi – le stanze – fanno parte di un progetto cominciato a Berlino cinque anni fa dal titolo ChessCube Project Mind-Rooms. Dovrebbe durare per altri 30anni, al termine dei quali di cubi ne avrà relizzati 64 (ora siamo a quota 10), come il numero delle caselle della scacchiera.
Gli scacchi d’altronde sono la sua passione. Vincendo un torneo di scacchi che qualche anno fa raccatto i soldi necessari per fare la sua prima mostra. Ha venduto tutto e poi si è trasferito a Berlino. La sua seconda passione sono le neuroscienze. Indaga quello che accade nella nostra testa attraverso stimoli fenomenologici estetici. Belli, intriganti, artistici. Questi fenomeni, per riallacciarsi al suo progetto Mind-Rooms, vengono generati proprio nei cubi.
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La felicità è un muscolo

“Bisogna tenerlo allenato, ogni santo giorno. Così come la vita è una gita scolastica, di una scuola fatta solo di essenza”. cit. (un po’ libera) E.G.

Kapoor, come detriti di una discarica romantica

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Dicono che sia la più grande restrospettiva su Anish Kapoor, la mostra inaugurata lo scorso 19 maggio al Martin Gropious Bau di Berlino. Di certo, considerata la sua estensione, è la più larga. Nel senso che il museo ha dovuto concedere tutto il piano terra per installare le oltre 70 opere del gigante di Mumbai. Kapoor a Berlino ha voltuto evidenziare uno dei nodi chiave della sua produzione artistica. Il processo. O meglio la trasformazione della materia (dei materiali) attraverso il processo. E dalla trasformazione stassa, dal processo – come ha spiegato in conferenza stampa – scaturisce la rivelazione del significato. Dell’esistenza o delle piccole cose, non importa. E sottolinea un punto che gli sta a cuore: “Come artista io non ho niente da dire, io sono solo una chiave, ma il proesso, lui sì che ha molto da dire. Rivela il significato più profondo”.
Ma ritornaiamo alla mostra, saltando le seghe filosofiche. Così come la vedreste voi con i vostri occhi. L’ingresso è già sbalorditivo (si vede che il ragazzo ha studiato a Londra e si è fatto le ossa nella Tate Modern). L’istallazione si chiama Symphony for a Beloved Sun. La sinfonia consiste nell’incessante ronzio prodotto dalle carrucole di una discarica di balle di didò o di rossettom di colore rosso sangue (in realtà si tratta ci un mix di colori ad olio e cera che assomigliano per colore al Rouge di Chanel). Ogni tanto una balla viene issata sul tapis roulant, viaggia lentamente verso il sole rosso del tramonto tanto amato, fin quando, raggiunto l’apice, PLOP, precipita a terra, sfaldandosi ma non troppo (come se cadesse una balla di rossetto-didò di 50 chili), da un’altezza di 10 metri forse.
E a terra quello che si vede in foto. Un tappeto di materia deformata che conserva ancora qualcosa del parallepeipedo iniziale, ma che sostanziamente è diventato un unico molliccio ammasso di materia. Come i detriti di una romantica discarica. Per capire ancora meglio il senso della trasformazione della materia bisogna poi spostarsi nella saletta adiacente,  dove Kapoor ha riproposto un suo lavoro del 2009, Shooting into the Corner.

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La materia è la stessa, il colore anche. Le dinamiche completamente diverse. Di conseguenza anche l’ambientazione. Se prima ci trovavamo nel cuore di una discarica, adesso siamo in trincea. La balla è diventata un cilindro, una grande supposta o una piccola munizione. Ogni tre minuti un cannone spara la supposta molliccia nell’angolo opposto della sala. Lo schianto è potente. La materia si sfalda. Tutto, pure la tua giacca che sta a guardare attonita, si sporca di rossetto-didò-rosso-sangue. Il rimando alla mattanza è quasi scontato. Se voleva rendere la carne viva, lacerata dalle bombe a grappolo, ci è riuscito benissimo.
Dalla trincea si torna in discarica. Facendo slalom tra riccioli di gesso (Senza titolo), tranci  di quello che doveva essere l’imballo gigante di politilene espanso (1st Body), merde ciclopiche (La morte del Leviatano) e frammenti dell’asteroide più minaccioso (Apocalypse and the MIllennium). ANcora materia, ancora colore, ancora odori di plastica in ogni angolo.

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Lo dicevo io che Julian Casablancas era gran bravo bravo

Instant Crush, Daft Punk

Il mio primo carnevale

A parte un paio di sandali rossi sporchi di sangue abbandonati all’incrocio tra la mehringdamm e yorckstrasse, da chi, presumibilmente femmina ubriaca felice e danzante, a un certo punto si è tranciata il palmo del piede su una delle migliaia di bottiglie di birra spaccate per strada. Ecco dicevo, a parte questo, il carnevale delle culture ha superato le attese. Di fatto assomiglia a un carnevale di quelli che noi festeggiamo a febbraio-marzo, ma che Berlino per ragioni meteo preferisce posticipare a primavera avanzata. E ieri il sole c’era, il caldo pure. Tutto è andato come doveva andare. A parte l’imbarazzante carretto italiano (Tarantella lucana, mai sentita nominare) questa sfilata di mondi, rassomigliava più all’apertura delle olimpiadi che non all’inizio della Quaresima. Con una differenza: tutto era dannatamente autentitco e proletario. Colombia, Corea, Nigeria, Angola, Portogallo, Brasile, mondo vegan, mondo paleolitico, mondo bambino, mondo teenager, marinai e vallette, prostitute e casalinghe, turchi e italiani, alunni e professori. Tutti assieme senza nessun biglietto da pagare con una birra in una mano e il figlio nell’altra, a ballare felici tra Hermann Platz e Yorkstrasse. Migliaia e migliaia di persone senza l’ombra di un poliziotto. Das ist so Berlin.

Oggi profumo di mar nero

Qua ogni giorno c’è ne una. L’altro giorno toccavo la luna, ieri ascoltavo il suono del sole. E oggi annuso il Mar Nero.
.

Ma ora viene il difficile. Nel mar nero secondo voi ci sono le meduse? E le seppie?

E oggi ho sentito il suono del sole

Qualche giorno fa, ho toccato la mano di chi ha toccato la luna. Oggi, invece, ho sentito il suono del sole. Non è un suono che appartiente a questa terra. E’ diverso.

Devo ringraziare Jean Claude Izzo

Se ancora ho voglia di correre a letto sotto i piumoni con il lume acceso a leggere Marinai perduti. Mentre gli abitanti di Berlino (e i gatti) urlano di gioia attraverso le grondaie.

Festa della liberazione

“Sveglia Vita, alzati dal letto, fatti bella, che il 25 aprile lo festeggiano pure a Kreuzberg”