Per chi si avesse dimenticato Zuccotti park

Là dove per qualche mese si è provato a combattere il capitalismo (un metro da Ground Zero, tre metri da Wall Street, cinque metri da casa mia), là dove il mio coinquilino, quel pazzo di Jordan, passava le giornate a esibire tonnellate di materiale cartellonistico-sovversivo preparato in quel loft puzzolente di Brooklyn sulla Flushing Avenue’, là dove oggi balla Emily che pare il Parterre della mostra internazionale del cinema di Cannes. Ecco proprio là oggi, stanotte, sembra che le Torri gemelle se le siano dimenticate, che il crollo di Lehman Brothers pure, milioni di senza lavoro, senza tetto, senza cibo anche. E al di là del fatto che Emily e brava da morire, ora credo  che il capitalismo non lo si combatte con le sue stesse armi. Non lo si combatte da Zuccotti Park se a Zuccotti Park intanto che inaugurano la Freedom Tower con la mano sul petto cantando l’inno americano, attrezzano un palcoscenico degno della Scala di Milano. Per combattere il capitalismo mi sa che ci vuole qualcosa che sappia di est, qualcosa che profumi di Loto, qualcosa di silenzioso. Senza luci a neon e gambe perfette. Ma questo è un mio pensiero buddista. Ecco.
emily

Cime tempestose

Mi è piaciuta l’idea. Soprattutto oggi che mi sono accorta che a 10 mesi di Berlino ho consumato oltre dieci quaderni e una ventina di penne biro, di cui tre rosse, quattro nere e tre blu (DesignMilk).

foglio

Berlino, non si vede a un metro

Brucia un palazzo sulla Skalitzer, non si vede a un metro. Hanno chiuso la U1 tra Kotti e Schlesische, non si vede a un metro. Tutto attorno è transennato, non si vede a un metro. Arrivano i vigili del fuoco, a dozzine, non si vede a un metro. Corrono le ambulanze, non si vede a un metro. Corrono le bambine in minigonna, non si vede a un metro. Aria di vento e fuliggine, non si vede un metro.
E’ sera, di una sera d’estate. Qualcuno starà andando al Mobel Olfer con la bici, qualcuno altro scoprirà sotto la doccia il segno del costume sulla pelle, mentre molti guarderanno Old boy in streaming. Il pazzo della Weser raccoglie i vuoti delle Sterni e chiede a tutti una sigaretta. A Tempelhof il tramonto è già passato. E a un chilometro da lì, non si vede a un metro.
E mentre un amico regala il suo cuore a un mantra buddista, a me viene in mente che c’è stato un tempo, diverse vite fa, che avevo amato Garden State e tutte le musiche. A cominciare da questa.

Christen, la poesia della nebbia

“Per circa due anni, ogni volta che il tempo sembrava bello, mi sono svegliato alle 5, e ho guidato per 45 minuti verso i promontori di Marin, San Francisco, e ho puntato il mio obiettivo verso il Golden Gate Bridge”. Così l’artista Simon Christen è riuscito a raccontare la nebbia. Tra oceano e baia, al di là dell’America.

Adrift from Simon Christen on Vimeo.

Estate

Il problema di Berlino non è che d’estate è ancora inverno. Ma che d’estate, quando arriva l’inverno, tengono i riscaldamenti spenti. Ecco.

E poi ogni tanto succede

Foto del 05-06-13 alle 22.28

Piango con i musicisti dell’orchestra sinfonica di Atene. Piango con gli ustionati di piazza Taskim. Piango per mio padre. Pure se là fuori è estate e la notte sembra non arrivare mai.

E il vascello di Reykjavik salpa ancora

Ci sono stati giorni in cui avrei potuto spostare le montagne, andare all’altare e sbottonare la camicetta per fare entrare, meglio, le radiazioni nel cuore. Oggi mi riesce soltanto scrivere poesie silenziose, dipingere su tele con pennelli impregnati d’acqua, affettare lo zenzero. Mentre guardo il sole morire ad Admiralbrücke, ascolto Charlotte cantare, e combatto, senza muovere un dito, per la libertà di Istanbul. Tra 10 giorni arriva Kveikur. Me lo portano gli angeli d’Islanda. Sigur Ros.

  1. Brennisteinn (Zolfo) – 7:46
  2. Hrafntinna (Ossidiana) – 6:24.
  3. Ísjaki (Iceberg) – 5:04
  4. Yfirborð (Superficie) – 4:20
  5. Stormur (Tempesta) – 4:56
  6. Kveikur (Stoppino) – 5:56
  7. Rafstraumur (Corrente elettrica) – 4:59
  8. Bláþráður (Filo sottile) – 5:13
  9. Var (Rifugio) – 3:45

Poco più di un anno fa dal porto di Reykjavik salpava Valtari. Forse qualcuno quel vascello fantasma se lo ricorda ancora. https://crisalidedaria.com/tag/valtari/

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In questa notte che brilla come un impero di luce di Magritte

La mia consueta dedica a Berlino. Questa la musica per andare a dormire stasera. Lei è MimiCof, aka Midori Hirano, suona venerdì alle 9.30 al Mindpirates in Schlesische Str. 38. Naturalmente qui.

E questo è il tardo tramonto di quasi estate che si è meritato la dedica.

Foto del 05-06-13 alle 22.28

Ricordiamoci sempre che essere vivo richiede uno sforzo maggiore del respirare

Nel ricordo di un amico che non c’è più, di un amico.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
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Ed eccone un’altra. Bella come il fondo del mare

Non ci posso credere, ecco un altro capolavoro marchiato Sigur Ros. Appena scoperto, come uno scrigno in fondo al mare. E’ tutta per voi. Livio, Alice e due cuoricini minuscoli che battete con me sotto il cielo di Berlino, tra Donaustrasse e Pappelalle.

Hann er bæði um borði
Sjó og landi bjargandi
Flugunum sem farast hér
Þó sér í lagi sjálfum sér
Eilíft stríð og hvergi friður
En það verður ei gott að fórna sér
Dagarnir eru langir

Olympus Playground, giochiamo a fare i fotografi

green
E ora è tempo di giocare. E’ tempo di fare un salto al Playground dell’Olympus, siamo sempre a Berlino, dove fino al prossimo 2 giugno si può giocare a fare i fotografi. Chiaro come il freddo d’inverno: si tratta di una marchetta. La Corporation giapponese ci mette i soldi, prende in affitto uno degli edifici (7000 metriquadri di loft) più belli e fatiscenti della città, in Zinnowitzer Straße 9, allestisce su tre piani diversi giochini. Per giunta gratis. Tu entri, non paghi il biglietto ti danno una macchina fotografica della madonna, l’ultima nata in casa Olympus, mezza reflex mezza digitale, e quando ti sei rotto i coglioni di giocare e basta al piano uno – tra tappeti di rete saltellanti e backstage di produzioni Hollywoodiane, con tanto di sala costumi e sala posa – cominci a giocare a fare il fotografo.
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Sali al piano due. E lì ti trovi corridoi prospettici illuminati a laser, cerchi di neon, sale stroboscopiche, reticolati di luce fucsia, sagome di luce verde, giochi di acqua e di suoni, bicchieri pieni piazzati nel cuore di altoparlanti che alla prima vibrazione fanno danzare i liquidi ed eccitare i sensori. Della macchina fotografica, si intende.
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Alla fine dei giochi, ti spetta la memory card con i tuoi capolavori fotografici autoprodotti, che fiero porti a casa. La macchina, no. Quella la torni indietro. E, a parte che a me la macchina non me l’hanno data (troppa fila, ci sono stata domenica scorsa, l’avessi mai fatto), e a parte che al fotografo vero sarà di certo venuta l’orticaria, ci si diverte un bel po’. Das ist so Berlin. noch mal.

Hue, l’ombra che dipinge nebulose

Ancora non ho video o foto che documentino questa storia. Ma vorrei provare a raccontarvela lo stesso. Immaginate una sala da ballo. Non una balera, ma la sala di una scuola di danza. Sulla quarta parete, come lo schermo di un cinema, arrivano le immagini sparate da un video proiettore. Assomigliano a quelle caotiche e fluide delle discoteche. Il pubblico sta seduto a terra, dalla parte opposta, su cuscini rossi gentilmente offerti dall’organizzazione nippo-tedesca dell’evento. Il progetto si chiama Hue, come la concentrazione dei colori primari delle foto – una cosa simile alla saturazione – ed è stato lanciato in anteprima lo scorso 24 maggio allo STudio 2 del Bethanien, edificio storico dedicato all’arte di Kreuzberg, in Mariannenplatz 2.
Davati allo schermo, nel buio e nel silenzio più totale, c’è Shiori Tada che danza. Leggiadra come un piuma. Bella come una giapponese. Il pubblico, nell’oscurità può però al limite scorgere il suo contorno. Dall’altra parte, seduto in mezzo al pubblico il vedeoartista Junichi Akagawa che a un certo punto spara proprio sulla sua figura (e non oltre) un fascio di luce. Alle spalle di lei lo schermo comincia a prendere vita.
Lei si muove, il fascio di luce la segue, l’ombra si proietta sullo schermo a mala pena grigio, in un tutto che è buio. Ma come quando l’acqua della pasta in pentola sfiora il labbro superiore e si riversa sul cucinotto, o meglio ancora, come quando lo smeriglio di riccioli solari che si stagliano dal bordo, in caso di eclissi. Ecco proprio in quella maniera lì, sul controno dell’ombra della divina ballerina si stagliano residui di luce, riccioli di frattali, piante rampicanti, auree boreali. Quello che volete voi. Tanto più lei danza, tanto più la sua ombra come un pennello pittura forme e colori, tirandoseli via quando lei scappa a fare una piroetta. Questo gioco è durato un’ora. In assenza di musica. Alcuni hanno detto che un’ora era troppa. Ma qui gesti ripetuti all’infinito che generano riccoli e colori, fino a nebulose celesti o paesaggi lacustri, io me li sogno la notte.
Per ora posso solo mostrarvi “Figure”, un loro lavoro precedente, sperando che presto mi arrivino sulla casella di posta elettronica foto e video.