come a Verona poco fa. Cuore piccolo così, lacrime.
Popplagid, quanto dura dura
come a Verona poco fa. Cuore piccolo così, lacrime.
come a Verona poco fa. Cuore piccolo così, lacrime.
Che lui voglia morire. Mar Adentro
Mare dentro, Mare dentro, senza peso nel fondo, dove si avvera il sogno: due volontà che fanno vero un desiderio nell’incontro. Un bacio accende la vita con il fragore luminoso di una saetta, il mio corpo cambiato non è più il mio corpo, è come penetrare al centro dell’universo: l’abbraccio più infantile, e il più puro dei baci fino a vederci trasformati in un unico desiderio. Il tuo sguardo, il mio sguardo, come un’eco che va ripetendo, senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo. Però sempre mi sveglio, mentre sempre io voglio essere morto, perché io con la mia bocca resti sempre impigliato dentro la rete dei tuoi capelli.
Dopo aver visto una pioggia di rane cadere dal cielo, vado a dormire così.
Il video super suggestivo, è del film Octane. E me ne dissocio. La citazione è per la musica. Meravigliosa. lei sì.
L’immersione in apena è pericolosa. Scordiamoci che diventi a stretto giro uno sport agonistico.
0-10 metri: Nei primi dieci metri sott’acqua i polmoni pieni d’aria, fanno forza contraria e trattengono il corpo in superficie. Per andare giù negli abissi servono spinte energetiche – che consumano ossigeno, quel poco che abbiamo immagazzinato prima nei bronchi – e compensazioni costanti dell’orecchio.
10-20 metri. Superati i 10 metri la pressione sul corpo raddoppia, i polmoni si comprimono e diventano la metà: all’improvviso ti senti leggerissimo, come se il corpo fosse sospeso in uno stato privo di gravità chiamato equilibrio idrostatico.
20-30 metri. Poi succede una cosa sorprendente: continuando a scendere, il corpo non è più spinto verso l’alto, ma attirato inesorabilmente verso il fondo del mare. Non c’è più bisogno di contrastare alcuna forza per andare giù, basta allungare le braccia lungo i fianchi e il corpo morbidamente scende verso il basso.
30-180 metri. A 3o metri la pressione quadruplica, la superficie del mare diventa invisibile, comincia il buio. Ancora più giù, a 45 metri, si entra in uno stato onirico indotto dagli alti livelli di anidrite carbonica e di azoto nel sangue. A 90 metri la pressione è così forte che i polmoni diventano piccoli come arance e il cuore batte a meno della metà del suo ritmo normale per conservare ossigeno. Perdi parte del controllo motorio. Quasi tutto il sangue delle braccia e delle gambe affluisce al centro del corpo, mentre i vasi sanguigni delle zone periferiche si ristringono a un nulla. Quelli polmonare si dilatano. per reggere l’eccesso di pressione.
La risalita. Poi arriva la parte più difficile. La risalita. La mano è semiparalizzata. devi muoverla per staccare il cartellino che a -180 segna il traguardo. Il peso dell’acqua oppone resistenza e bisogna attingere a poche energie rimaste per fare tutti quei metri in su. Risalendo a 60, 45, 30 metri di profondità i polmoni avvertono un bisogno quasi insostenibile di respirare. Ma non puoi: non sei mica un pesce. Ti serve l’aria non l’acqua, per non morire. La vista si appanna e il torace è in preda a contrazioni per via dell’accumulo di anidride carbonica nel sangue. E bisogna fare in fretta per non svenire.
solo quando, in stato si semi incoscienza la massa di acqua azzurra si trasforma in un bagliore di luce, puoi dire di avercela fatta. Appena riemergi vedi tutto girare e senti urlare “devi respirare” “devi respirare”. Già, perché in quelle condizioni potresti non avere neanche le energie per riprendere a respirare. . Te ne stai fermo stremato, cercando di riprendere i sensi abbastanza in fretta per superare il protocollo del gioco. Togli gli occhialetti, fai un segno al giudice, dici “sto bene” e cedi il posto al prossimo.
L’importante è non perdersi negli abissi. Perché giù nella massa blu, non c’è nessuno che ti viene a riprenderti. Ma il viaggio in quella dimensione vale i prezzo del rischio.
Dall’articolo “Con il fiato sospeso”, di James Nestor, Outside magazine.
Volevo dire la mia sulle Pussy Riot. Poi su The Nation, ho trovato le parole di Vadim Nikitin. E direi che bastano quelle.
Nikitin non si fida della solidarietà ipocrita dell’Occidente nei confronti delle tre punk, che con ogni probabilità ha solo una funzione antiputiniana. E forse, in generale, al di là della funzione sociale del collettivo, questa preghiera Punk (eccola), neanche gli piace. Artisticamente parlando.
“Alla base di gran parte dell’interesse internazionale per le Pussy Riot c’è un equivoco su quello che in realtà vogliono queste dissidenti. Qualcuno ha parlato di lotta per la libertà di espressione. Ma la libertà di espressione è estranea al pensiero radicale russo. E le Pussy non sono delle liberali che provano a esprimere il loro punto di vista. Sono discendenti dichiarate dei surrealisti dei futuristi russi, determinate a cambiare radicalmente la società, se necessario con la violenza”.
Le nostre ragazzotte messe ai campi forzati il 17 agosto scorso, non prendono di mira solo l’autoritarismo russo ma tutto il sistema capitalistico. E l’occidente, compresi di giornali di Rupert Murdoch fanno finta di non sapere. E diventano loro fan. Per ora va bene colpire Putin, che, si sapeva, di democratico ha proprio poco. Ma lo zar amico di Berlusca, è espressione della società russa. Tanto è vero che il 44% dei russi è d’accordo con la condanna alle tre Pussy responsabili di vilipendio all’altare ortodosso della cattedrale di Cristo Salvatore.
Continua a leggere “Pussy Riot, ma l’arte dove sta?”
Qualche settimana fa sono stata a un bella – seppur piccola piccola – mostra fotografica allo Spazio Forma, Milano, che mi ha convinta addirittura a cambiare lo sfondo di Crisalidina. Sto parlando delle luci di New York, di Saul Leiter, on the stage fino al prossimo 16 di settembre.
Leitner è un fotografo di strada di marciapiedi e di pioggia. Ama le Polaroid, ama i colori, ama la condensa e le gocce d’acqua. I tram i taxi il metrò. Le donne.
Recentemente si è dato alla moda. Ma il tipo è bello che navigato: nasce nel 1923, viene da Pittsburgh, è innamorato di Herni Cartier-Bresson (che ieri avrebbe compiuto 104 anni, se fosse stato ancora in vita) e della Leika, ogni tanto dipinge e vive a Nyc da un pezzo. Un tipo modesto, che soleva dire: “I don’t if my life was what I would have like to be, as I never knew what I wanted. I just think that I learned to see what people see and do not see”.
Qui vi propongo una piccola selezione di quanto troverete lì.

Continua a leggere “Le luci di New York, secondo Saul Leiter”
Secondo la rivista Vice la foto di questa lingua di fiume bordata da un po’ di erbetta, che riflette un cielo perlato, sarebbe la più cara mai venduta nella storia. L’ha scattata un certo Andreas Grusky, si intitola Rein II, ed è andata per 4,3 milioni di dollari. E citando chiunque l’abbia vista, Vice virgoletta così : “Nah, I wouldn’t pay that, man”.