The Korean holiday (by a french woman in the red dress)


Da-reun na-ra-e-suh, In another country, the title in english, is the last movie of cult Korean writer-director Hong Sangsoo. Usually I do not write reviews about movies. But, yes, I met him at the German Premiere tonight, at the Arsenal Kino in Postamer Platz. After a long cue I took the last ticket, without reservation.
He told me basically two things: he likes the rain, sometimes, and he likes to walk in the middle of the street, sometimes. Exactly like his character, the wonderful Isabelle Huppert playing the role of Anne, a french woman visiting a small costal resort in South Korean. The most awful place in the world to go on holiday.
in Another country, which is of course in South-Korea, everything is so realistic. A kind of new Far East Neorealism. Because of that no tight really special is happening. The woman, Anne, is waiting is man. But he doesn’t come. He has an affair with another woman and Anne, who knows that, spends all the days (one or one hundred, doesn’t make any difference) alone, drinking bottles and bottles of Heuk Ju, the typical South Korean wine.
She is looking for the Lighthouse (there is one for sure in that place, but nobody knows where it is) but instead of it she is meeting corean people: The young lifeguard who likes her and he is always swimming in the cold sea, acting like the typical kind asian guys who meets somebody from the western world: kind gestures, bad english. Or the young assistant who is always lending umbrellas. The jealous pregnant woman and her sinner husband, the Buddhist Monks and his Mont Blanc pen, the unkind old mother-in-law and her mobile. But Anne is alone and, raining or not, she is always wearing nice dresses. In a circular way.

Muro, socialismo e nazismo: 40 anni di Berlino divisa @Berlinesche Galerie

Jörg Knöfel

A un certo punto entri un un cubo di metallo. Poi scoprirai di essere un labirinto dalle pareti alte e sottili. Quasi si piegano. Una volta all’interno, segui la sequenza di immagini – foto – che tanto somiglia alla pellicola di un film. I frame raccontano la vita di un mattatoio della DDR, Deutsche Demokratische Republik. Tanto più vai avanti tanto più cruente e sanguinarie diventano le immagini. A rimetterci la pelle, nel mattatoio, è – direi per fortuna . il maiale. Maiali adulti, maiali giovani, maiali feti.

Fetos' pig
Fetos’ pig

Il loro destino è segnato. Siamo al macello. Sangue, carne, budella, corpi ammucchiati di animali morti, braccia al lavoro di uomini vivi. I maiali, e spesso anche i loro feti, passo dopo passo si trasformano in salsicce. In un campo scenico sempre più sanguinario. E alla fine, quando sei arrivato nel cuore del labirinto, eccola la morte irreversibile. Che si mostra con la foto di due maialini abbracciati. Sembrano gli Amanti di Pompei, per loro non c’è più nulla da fare. in basso una parete – un muro (Berlino e muro, un’allegoria che è sempre di moda) inondato di sangue. Sembra che trasudi.

labyrinth
labyrinth

Non c’è nessuna via di uscita. Il percorso è finito. Non ti resta che girare i tacchi e fare la strada al contrario. raccogliendo il filo di Arianna che ti condurrà all’uscita.
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40 years of Wall, Nazism and Socialism @ Berlinesche Galerie

Jörg Knöfel

You enter into a metal labyrinth. Inside it, you follow the sequence of pictures arranged likewise frames of a film. Camera film. They tell the day-by-day life of a slaughterhouse in the Deutsche Demokratische Republik. The More You go ahead the more bloody the picture become. The hero is a pig. Or many a lot of pigs.

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Wetter

Volevo dire due cose. La prima e’ che a Berlino e’ arrivato l’inverno. La seconda e’ che un freddo cosi’ e’ semplicemente illegale.

Ich bin eine berlinerin

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e’ arrivato il giorno in cui parlo di berlino. Le emozioni sono troppe. Le cose da dire anche. Ci prepariamo al natale. I mercatini col glühwiene sono pronti. Le ragazze il sabato notte sorridono con sorrisi semplici, spesso belle bionde con una becks tra le mani (a volte cofane). Oppure dormono serene sulla spalla del loro uomo dagli occhi blue. C’e’ chi ha deciso di improvvisare una discoteca nelle stazioni ubahn di hallesche tor o di platz der luftbrüke. C’e’ anche chi ti vede annoiata, o solo stanca seduta su un sedile, e senza dire una parola ti infila un auricolare del suo iPod nell’orecchio sinistro. E ti tiene sveglia fino alla fermata successiva. Con musica bella.
Berlino non dorme mai. C’e’ il popolo con la sveglia alle sei che lavora in ufficio, c’e’ il popolo con l’abbonamento ai mezzi pubbici che parte dal pomeriggio fino all’alba del giorno dopo. C’e’ sempre un barbone nei paraggi che seleziona bottiglie di vetri nella spazzatura. Per ognuna raccolta ha guadagnato 25 centesimi. Se arriva a 40 al giorno (e non e’ difficile trovarne 10 ogni bidone) vive con dignita’. A berlino si vive in case enormi. Per decenni lo spazio non era un problema. Soprattutto nei quartieri a ridosso del muro. Nessuno voleva vivere a neukölln a mitte o a kreuzberg. Li’ andavano i turchi, i poveri, quelli dell’est. Nelle loro case mancava l’acqua calda. E ovviamente l’ascensore. Ma di certo non il parquet o finestre giganti che guardano alexander platz. La mia casa e’ una di queste. La stanza e’ 25 mtq, la finestra da sola ne conta 10. e il pennone svetta vicino.
Come vivo. Vivo come vivono molti. con dignita’. Con un lavoro, una krankenkasse che mi tutela in caso di malattie o infortuni, e tanti sogni che sembrano reali quando poi decide di smettere di piovere. Un giorno un italiano che ho incontrato mi ha detto: la differenza tra berlino e milano e’ che in italia sei uno sfigato morto di fame. Qui almeno ti chiamano artista.
Sara’ che e’ ancora scottata da mezzo secolo di muro, sara’ che questa citta’ non ne vuole sapere di diventare posh o trendy, berlino e’ bella perche’ da’ tanto. E chiede in cambio poco. Oltre ai termosifoni, qui tarda ad arrivare anche la finanza. E un po’ per fare i radical chic un po’ perche’ non ne hanno voglia, sono pochi quelli che si fanno pagare e pagano con la carta di credito. Contante a manetta. Tanto, se sei bravo e non hai molti vizi, ti bastano 800 euro al mese per campare. Altro che milano. Altro che new york. I tedeschi sono stati bravi, una volta capito l’andazzo di lehman brothers e compagnia cantante, a ridurre i margini. Mi ha detto un giorno un uomo d’affari. Che in altre parole vuol dire: stanno attenti agli spechi, dosano bisogni consumi e necessita’. Tovaglioli fazzoletti di carta, buste di plastica e packaging da capogiro, qui non si usano. E non solo per fare i fighi amici del pianeta tutti-bio-in-bicicletta-andiamo. Ma anche, banalmente, per risparmiare. Meglio una birra in piu’ con gli amici che un paio di scarpe alla moda. Meglio che compro tela e colori anzicche’ un quadro. I capelli me li tingo da sola, anche verdi se mi va, ma dal parrucchiere non ci vado. Risparmio e mi diverto. Questa e’ berlino. Dove non ti senti mai solo se decidi di dormire di giorno e lavorare di notte.

From a picture to a painting


Try to paint the hearts of thousands fireworks. Or just try to make a picture of them. Not so complicate, neither so original. But Tim Lehmacher, a german artist who worked also for several italian and american Galleries, turned white the dark background of the sky and colored any single lapilli. Basically he made some pictures which looks like paintings. And here the amazing result.

Berlin vs Luzern

Mi padre decise di scappar via dalla svizzera tedesca il giorno che una bambina in bicicletta rimase con una ruota impigliata nei binari del tram, davanti all’indifferenza generale. Cadde a terra. Il tram si avvicinava. Nessuno l’aiuto’. Trentacinque anni dopo, a Berlino, tutti i pendolari di un vagone della U2 delle nove, col sorriso sulle labbra, si danno da fare per aiutare un’anzianotta dell’est in carrozzella, una mamma turca di kreuzberg col passeggino, e un’italiana che ha perso l’orientamento. Chi bada alla prima, chi alla seconda, chi alla terza. Per dire che svizzera e germania stanno su due paese diversi.

Come ti metto in scena il dramma della libertà


Ecco se si dovesse una volta per tutte mettere in scena la liberazione dai legami, con tutto il dramma che la libertà si porta dietro, la si dovrebbe sempre rappresentare così: un vestito rosso di seta che cade morbido sulle curve di una donna che avanza lentamente, col volto cupo, verso l’ignoto. Passo dopo passo la musa triste – delusa, arrabbiata o forse solo disorientata – si stacca le ciocche di capelli che la tengono ancorata a un soffitto. Le forbici le ha in mano lei: Nezaket Ekici, una delle migliori allieve di Marina Abramovich, classe 1970, nata in Turchia, di casa a Berlino. Questa perfomance ideata nel 2006, dal titolo “Atropos”, è uno dei tesori conservati nella cassaforte della Dna Gallery, Auguststrasse, Berlino. Pronto a esser tirato fuori alla migliore occasione. Tipo quando fa primavera.

Franziska Strauss: Grazia e movimento in un unico clic


SI possono amare tante cose. Si possono amare la spigolosità e la grazia dei movimenti di Pina Bausch. Si possono amare le fotografie leggermente fuori fuoco di Frank Capa. Si possono amare le linee scattanti del futurismo italiano. Oppure si possono amare tutte e tre le cose.
Una sintesi perfetta di grazia, velocità e fuori fuoco la fa Franziska Strauss, una rivelazione per Berlino. Una rivelazione nel mondo della fotografia. Una rivelazione per l’arte contemporanea. Franziska è piccola piccola piccola: nasce nel 1984 a Cottbus cittadina alle spalle di Postdam nell’area di Brandeburgo. Come molte bimbe incantevoli, studia le tecniche della danza classica. Ma poi quando diventa grande appende tutù e scalette al chiodo per dedicarsi alla contemporanea. Nel corso degli anni si deve essere innamorata non solo delle sensazioni fisiche che la danza produce in chi la produce, ma anche del brivido di chi la riceve. Così ha imparato a osservare attraverso il movimento del corpo attraverso la lente. E si è messa a studiare fotografia prima a Chicago e poi New York. E un giorno, per scherzo o sul serio, ha cominciato a fotografare le sue amiche in sala prove.
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Quel genietto di Mark Mayer, @Fellini Gallery


Mi sono perdutamente innamorata di Mark Mayer. Austriaco, classe 1983, sparge colore e senso estetico che ti entra dritto in pancia. Dai suoi lavori si capisce subito che ha lavorato per strada – street art, intendo – per una dozzina di anni. E che ha dosato sapientemente acrilico, grafite, ritagli di giornali, olio e pezzi di legno, citando spesso i grandi maestri del calibro di Michelangelo e Klimt. E’ ancora acerbo il ragazzo. Ma ne sa.

Si è divertito a decorare parcheggi, muri di Berlino – dove vive lui – Platz der Luftbruke – dove vivo io – stazioni della metropolitana. Gli piace parlare di uomo e donna, di femminile e maschile, di Ying e Yang, di unione e separazione. E’ esposto, right now, alla Fellini Gallery, piena Kreuzberg, Berlino. Due parole al volo sulla galleria: quella berlinese è l’unica filiale europea di un centro di arte contemporanea che ha come base Shanghai. Porta nel vecchio continente molti asiatici. Va da sé che al capo, la Dolce Vita è piaciuta un sacco.

Di acne di rughe e di altre sciocchezze

“Io che sono donna punto nero” I.C. (www.donna.nero)

Berlino, albe e tramonti

certo, una capitale che ha visto per decenni sorgere il sole in uno stato e tramontare in un altro, non poteva che essere magica.

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