Nell’era dei blog, megavideo, piratebay, torrent, acta, facta de facta, rintracciare l’origine di uno scritto non è cosa semplice. Non c’è mica un libro con una copertina rigida che ti dice chi ha scritto cosa. Ti imbatti un post curato da un tipo che si firma col nome di un vitigno. E non sai se è autografo, se è una citazione, se è finzione o realtà.
Annina Nosei, gallerisa romana che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella New York dell’arte che conta tra gli anni ’70 e gli anni ’90 e Jean-Michel Basquiat, artista pittore maledetto, di buona famiglia, di quelli che a 14 anni legge libelli di filosofia ma che finisce a fare il clochard a Union Square a causa di una complicated relationship con papà. Lei lo scopre, lei gli dà i soldi, lei gli chiede di dipingere dipingere che poi assieme, assicura, faranno il colpaccio. Lui dipinge dipinge, nel frattempo si droga si droga, e si accorge che Mary Boone, gallerista, ed Andy Warhol, quello delle Campbell Soup, si facevano venire la bava alla bocca per i suoi lavori. Nulla da dire. La bava sarebbe venuta anche a me.
Lui però, droga oggi droga domani, un po’ distrugge un po’ porta via i quadri alla Nosei e li piazza in casa Mary. La Nosei si incazza. E qui la storia diventa mito. Ognuno la racconta a modo suo. Nosei vittima, Basquiat manipolato, Mary Boone la buona, oppure Nosei la stronza, Basquiat dorgato, Mary Boone la stronza.

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