Voglio proporvi un consiglio di Francesco Bonami, rischiando il linciaggio. Per evitare sindromi di boterismo acuto o di pomodorate cruente, lui suggerisce guardarsi un Francisco Goya tre volte al giorno. Tipo Saturno che divora i suoi figli. Ho intenzione seriamente di somministrarmi questo antidoto per un po’.
Roma ore 11

Era il 14 gennaio del 1951 – mio padre sarebbe nato un mese dopo – quando di primo mattino si radunarono a largo circense a Roma tante giovani donne. Potevano avere tra i 16 e i 26 anni. All’inizio erano in due, poi venti, poi duecento. Tutte col sogno di diventare dattilografe dal ragioniere di quartiere. C’era chi era stufa di far la serva. Chi non ne poteva piu’ di far la puttana. C’era anche la nobildonna che per amore del pittore squattrinato voleva emanciparsi dalla ricca famiglia. Chi cercava lavoro perche’ il marito era senza da mesi. E chi pensava a come campare i fratelli sognando di cantare al canzoniere. La vecchia che non voleva rimanere esclusa dalla societa’, e la giovane messa incinta dall’avvocato. E poi c’era Cornelia capitata li’ quasi per caso che quella mattina aveva trovato l’amore aspettando in fila: un bel marine in missione a Mogadiscio.
A Toronto il riscatto dell’arte iraniana. Prossimamente.

Retaggio giornalistico. Quando leggo di artisti iraniani, vengo colta da un’irrefrenabile voglia di schierarmi con loro nella battaglia per la libertà.
Io lo so, perché me lo hanno detto, che c’è poco spazio per la libera espressione, la creatività, la critica del sistema. A Teheran.
E infatti gli artisti in genere, stanno altrove. Se possono fanno come Saviano in Svizzera (ero ironica). Criticano dai loro luoghi di esilio, che non ho capito perché, spesso è il Canada. Sennò rischiano la vita a casa loro.
E proprio Toronto, con lo scoppiare della primavera, li chiama a parlare. E dedica loro tre mostre.
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Spesso il male di vivere hanno incontrato
Vincent Van Gogh, alcolizzato, si è ucciso il 29 luglio del 1890 dopo essersi sparato un colpo di rivoltella al petto ad Auvers-sur-Oise, Francia, Aveva 27 anni.
Paul Jackson Pollock, all’età di 44 anni dopo aver lottato con l’alcol per tutta la vita, si è andato a schiantare in stato di ebbrezza con la sua auto a un miglio di distanza dalla sua casa di Springs, a Long Island. Era l’11 agosto del 1956.
Jean-Michel Basquiat il rivoluzionario pittore americano che ha portato i graffiti nelle gallerie d’arte di tutto il mondo, muore a 27 anni il 12 agosto del 1988. Overdose di eroina a New York city.

Robert Mapplethorpe, fotografo e uomo di Patti Smith, tacciato di pornografia dai Vittorio Sgarbi della storia dell’arte, morì di complicazioni legati all’Aids nel 1989.
Keith Haring altro mostro sacro della cultura di strada newyorchese che ha popolato il mondo di omini colorati, è morto di Aids nella sua città, il 16 febbraio del 1990. Un anno primo a Tokyo aveva dichiarato «Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Se non prenderò l’Aids io, non lo prenderà nessuno».
Era per dire che spesso l’arte è legata al male di vivere.
Transavanguardia, la bella
L’anno scorso è stata la volta di Dalì, l’anno prima di Hopper, prima ancora di Magritte. Lo scorso inverno la grande mostra a Palazzo Reale a Milano è stata dedicata alla Transavanguardia. Un altro miracolo della storia dell’arte italiana, che meriterebbe da solo un capitolo intero nel sussidiario alle elementari. Attraverso quella produzione si riesce a capire il senso profondo dello smarrimento mondiale e italiano degli anni ’70, che non ha nulla da invidiare a quello di oggi.
Come scrive Francesco Clemente, siamo figli di una generazione stalinista e genitori di una eroinomane. E vale anche per gli anni dieci degli anni 2000. Lo smarrimento dell’uomo è totale.
Tanto è bella la mostra che è stata prorogata fino al 22 aprile. Ma resta il fatto che un piovoso pomeriggio di metà aprile, a visitarla eravamo in due.
Alienazione firmata Quay

Non hanno neanche la pagina di wikipedia in italiano, ma Venezia, la mostra del cinema, si ricordò di loro nel 2002 dedicandoli un piccolo spazio. Sto parlando dei Fratelli Quay, Stephen e Timothy, due registi sperimentali e visionari degli ultimi 30 anni, ad agosto in mostra al Moma.
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A tu per tu con scamarcio
Milano un po’ vuota, il sabato e’ bellissima. E poi a un certo punto a brera incroci lo sguardo di scamarcio. Riccardo. E realizzi che la vita e’ davvero meravigliosa. E vai avanti.
The best of Moma, sta al terzo piano

Dimentichiamoci per un attimo la meravigliosa retrospettiva dedicata a Cindy Sherman al sesto piano del Moma. E’ probabile che il The best show del museo oggi stia al piano numero tre. Almeno questo pensa Margaret Doyle, direttrice della comunicazione del museo e portavoce della curator Paola Antonelli. La mostra si intitola The exquisite corpse drawings, intendendo per corpse, cadavere, e raccoglie opere minori di artisti maggiori del Surrealismo come Joan Miró o più tardi come Jackson Pollock e Marcel Dzarma.Continua a leggere “The best of Moma, sta al terzo piano”
Cattelan has more and more penises. Oh yes!
C’era anche lui – d’altronde la galleria è la sua – ieri sera alle 8.30 newyorchesi in fila per un bicchiere di rum al bar improvvisato davanti alla Anna Kustera Gallery della 21esima West a Chelsea. Kustera è la gallerista che gli ha prestato lo spazio per la sua Non commercial gallery (il museo della porta accanto) Family Business, Inaugurata un mese e mezzo fa.
Al suo fianco pile di Vice, nell’edizione speciale intitolata The Holy Trinity Issue. La Pasqua si avvicina e Cattelan, si sa ha un amore sfegatato per l’iconografia religiosa.
In copertina, l’ultima trovata dell’artista padovano (firmata anche da Pierpaolo Ferrari). Lo sfondo è celeste (celestiale) e in primo piano tre oggetti: uno sturalavandini sulla destra (Padre), una cucitrice nel mezzo (il figlio) e un’etichetta nera con sopra scritto in caratteri capitali dildo (lo spirito santo).

Poi togli l’etichetta e ta-ta! L’etichetta, si legge sul sito del Vice è stata messa a causa della censura imposta dalla buoncostume dell’ente postale americano.
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Kill a snake and make yourself pariah king
Sono tornati. E questa è Pariah King un B-Side, pensate.
It builds up, then it breaks down
It’s your perception alone
With your hand over your mouth
God forbid it gets out
The grey hands have got you in tow
But what can you do to prove it?
Look boy, there’s nothing to it
What are you really getting at when you sing?
It’s something wrong and beautiful
Kill a snake and make yourself pariah king
The voice bleeds through the wall, “no Jimmy no”
Se la stalker fosse femmina
La Jugoslavia è un rave party
Mi piacciono quelli che parlano di attualità con l’arte, partendo dai dettagli. Come quando Emir Kusturica nel film Underground racconta i bombardamenti su Belgrado della seconda guerra mondiale, partendo proprio dalle immagini dello zoo cittadino. All’appuntamento con la morte non scampano neanche loro. Così Aleksandra Domanović al Proyectos Monclova, una vetrina di contemporaneo che si è tenuta a Mexixo City fino allo scorso 24 marzo, ha raccontato la vita nella ex Jugoslavia attraverso una proiezione a doppio canale video che da un lato riproduce spezzoni delle principali notizie dei maggiori telegiornali di Bosnia, Croazia, Serbia, mentre dall’altro documenta i rave party.




