Wetter

Volevo dire due cose. La prima e’ che a Berlino e’ arrivato l’inverno. La seconda e’ che un freddo cosi’ e’ semplicemente illegale.

Ich bin eine berlinerin

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e’ arrivato il giorno in cui parlo di berlino. Le emozioni sono troppe. Le cose da dire anche. Ci prepariamo al natale. I mercatini col glühwiene sono pronti. Le ragazze il sabato notte sorridono con sorrisi semplici, spesso belle bionde con una becks tra le mani (a volte cofane). Oppure dormono serene sulla spalla del loro uomo dagli occhi blue. C’e’ chi ha deciso di improvvisare una discoteca nelle stazioni ubahn di hallesche tor o di platz der luftbrüke. C’e’ anche chi ti vede annoiata, o solo stanca seduta su un sedile, e senza dire una parola ti infila un auricolare del suo iPod nell’orecchio sinistro. E ti tiene sveglia fino alla fermata successiva. Con musica bella.
Berlino non dorme mai. C’e’ il popolo con la sveglia alle sei che lavora in ufficio, c’e’ il popolo con l’abbonamento ai mezzi pubbici che parte dal pomeriggio fino all’alba del giorno dopo. C’e’ sempre un barbone nei paraggi che seleziona bottiglie di vetri nella spazzatura. Per ognuna raccolta ha guadagnato 25 centesimi. Se arriva a 40 al giorno (e non e’ difficile trovarne 10 ogni bidone) vive con dignita’. A berlino si vive in case enormi. Per decenni lo spazio non era un problema. Soprattutto nei quartieri a ridosso del muro. Nessuno voleva vivere a neukölln a mitte o a kreuzberg. Li’ andavano i turchi, i poveri, quelli dell’est. Nelle loro case mancava l’acqua calda. E ovviamente l’ascensore. Ma di certo non il parquet o finestre giganti che guardano alexander platz. La mia casa e’ una di queste. La stanza e’ 25 mtq, la finestra da sola ne conta 10. e il pennone svetta vicino.
Come vivo. Vivo come vivono molti. con dignita’. Con un lavoro, una krankenkasse che mi tutela in caso di malattie o infortuni, e tanti sogni che sembrano reali quando poi decide di smettere di piovere. Un giorno un italiano che ho incontrato mi ha detto: la differenza tra berlino e milano e’ che in italia sei uno sfigato morto di fame. Qui almeno ti chiamano artista.
Sara’ che e’ ancora scottata da mezzo secolo di muro, sara’ che questa citta’ non ne vuole sapere di diventare posh o trendy, berlino e’ bella perche’ da’ tanto. E chiede in cambio poco. Oltre ai termosifoni, qui tarda ad arrivare anche la finanza. E un po’ per fare i radical chic un po’ perche’ non ne hanno voglia, sono pochi quelli che si fanno pagare e pagano con la carta di credito. Contante a manetta. Tanto, se sei bravo e non hai molti vizi, ti bastano 800 euro al mese per campare. Altro che milano. Altro che new york. I tedeschi sono stati bravi, una volta capito l’andazzo di lehman brothers e compagnia cantante, a ridurre i margini. Mi ha detto un giorno un uomo d’affari. Che in altre parole vuol dire: stanno attenti agli spechi, dosano bisogni consumi e necessita’. Tovaglioli fazzoletti di carta, buste di plastica e packaging da capogiro, qui non si usano. E non solo per fare i fighi amici del pianeta tutti-bio-in-bicicletta-andiamo. Ma anche, banalmente, per risparmiare. Meglio una birra in piu’ con gli amici che un paio di scarpe alla moda. Meglio che compro tela e colori anzicche’ un quadro. I capelli me li tingo da sola, anche verdi se mi va, ma dal parrucchiere non ci vado. Risparmio e mi diverto. Questa e’ berlino. Dove non ti senti mai solo se decidi di dormire di giorno e lavorare di notte.

From a picture to a painting


Try to paint the hearts of thousands fireworks. Or just try to make a picture of them. Not so complicate, neither so original. But Tim Lehmacher, a german artist who worked also for several italian and american Galleries, turned white the dark background of the sky and colored any single lapilli. Basically he made some pictures which looks like paintings. And here the amazing result.

Berlin vs Luzern

Mi padre decise di scappar via dalla svizzera tedesca il giorno che una bambina in bicicletta rimase con una ruota impigliata nei binari del tram, davanti all’indifferenza generale. Cadde a terra. Il tram si avvicinava. Nessuno l’aiuto’. Trentacinque anni dopo, a Berlino, tutti i pendolari di un vagone della U2 delle nove, col sorriso sulle labbra, si danno da fare per aiutare un’anzianotta dell’est in carrozzella, una mamma turca di kreuzberg col passeggino, e un’italiana che ha perso l’orientamento. Chi bada alla prima, chi alla seconda, chi alla terza. Per dire che svizzera e germania stanno su due paese diversi.

Come ti metto in scena il dramma della libertà


Ecco se si dovesse una volta per tutte mettere in scena la liberazione dai legami, con tutto il dramma che la libertà si porta dietro, la si dovrebbe sempre rappresentare così: un vestito rosso di seta che cade morbido sulle curve di una donna che avanza lentamente, col volto cupo, verso l’ignoto. Passo dopo passo la musa triste – delusa, arrabbiata o forse solo disorientata – si stacca le ciocche di capelli che la tengono ancorata a un soffitto. Le forbici le ha in mano lei: Nezaket Ekici, una delle migliori allieve di Marina Abramovich, classe 1970, nata in Turchia, di casa a Berlino. Questa perfomance ideata nel 2006, dal titolo “Atropos”, è uno dei tesori conservati nella cassaforte della Dna Gallery, Auguststrasse, Berlino. Pronto a esser tirato fuori alla migliore occasione. Tipo quando fa primavera.

Franziska Strauss: Grazia e movimento in un unico clic


SI possono amare tante cose. Si possono amare la spigolosità e la grazia dei movimenti di Pina Bausch. Si possono amare le fotografie leggermente fuori fuoco di Frank Capa. Si possono amare le linee scattanti del futurismo italiano. Oppure si possono amare tutte e tre le cose.
Una sintesi perfetta di grazia, velocità e fuori fuoco la fa Franziska Strauss, una rivelazione per Berlino. Una rivelazione nel mondo della fotografia. Una rivelazione per l’arte contemporanea. Franziska è piccola piccola piccola: nasce nel 1984 a Cottbus cittadina alle spalle di Postdam nell’area di Brandeburgo. Come molte bimbe incantevoli, studia le tecniche della danza classica. Ma poi quando diventa grande appende tutù e scalette al chiodo per dedicarsi alla contemporanea. Nel corso degli anni si deve essere innamorata non solo delle sensazioni fisiche che la danza produce in chi la produce, ma anche del brivido di chi la riceve. Così ha imparato a osservare attraverso il movimento del corpo attraverso la lente. E si è messa a studiare fotografia prima a Chicago e poi New York. E un giorno, per scherzo o sul serio, ha cominciato a fotografare le sue amiche in sala prove.
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Quel genietto di Mark Mayer, @Fellini Gallery


Mi sono perdutamente innamorata di Mark Mayer. Austriaco, classe 1983, sparge colore e senso estetico che ti entra dritto in pancia. Dai suoi lavori si capisce subito che ha lavorato per strada – street art, intendo – per una dozzina di anni. E che ha dosato sapientemente acrilico, grafite, ritagli di giornali, olio e pezzi di legno, citando spesso i grandi maestri del calibro di Michelangelo e Klimt. E’ ancora acerbo il ragazzo. Ma ne sa.

Si è divertito a decorare parcheggi, muri di Berlino – dove vive lui – Platz der Luftbruke – dove vivo io – stazioni della metropolitana. Gli piace parlare di uomo e donna, di femminile e maschile, di Ying e Yang, di unione e separazione. E’ esposto, right now, alla Fellini Gallery, piena Kreuzberg, Berlino. Due parole al volo sulla galleria: quella berlinese è l’unica filiale europea di un centro di arte contemporanea che ha come base Shanghai. Porta nel vecchio continente molti asiatici. Va da sé che al capo, la Dolce Vita è piaciuta un sacco.

Di acne di rughe e di altre sciocchezze

“Io che sono donna punto nero” I.C. (www.donna.nero)

Berlino, albe e tramonti

certo, una capitale che ha visto per decenni sorgere il sole in uno stato e tramontare in un altro, non poteva che essere magica.

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La caducità si fa un tuffo in piscina (che però è vuota)


Tracce di rossetto sui mozziconi di sigarette, tappeti di sterpaglie bruciacchiate che un tempo erano foresta, o sagome tenui di noi stessi che sembrano fantasmi che vediamo ogni volta che un autobus ci attraversa la strada, ma che poi, di colpo, dimentichiamo. O ancora: il relitto di una piscina olimpionica.
Questa è la poesia di Robert Montgomery, artista anglosassone che si è conquistato quattro mesi in vetrina alla Neue Berliner Räume, con l’esibizione dal titolo Echoes of Voices in the High Towers.
Montgomery cerca luoghi meravigliosi, trova parole per descrivere queste post-situations, dopo di ché scrive con caratteri fatte di luce, asticelle fatte di led. A volte inquadra il tutto nello spazio di una gigantografia pubblicitaria.
Scrive cose tipo questa: ALL OUR SPLENDID MONUMENTS / LIPSTICK TRACES ON A CIGARETTE / THE LIGHT COMES UP ON ONLY LAND / FOREST HERE ONCE / FOREST HERE AGAIN.
O questa: THERE IS NO HISTORY HERE / WE SEE GHOSTS OF OURSELVES PASS BY ON THE SIDES OF BUSES/ AND WE REMEMBER NOTHING,
O ancora questa: PEOPLE YOU LOVE/BECOME GHOSTS INSIDE/OF YOU AND LIKE THIS/YOU KEEP THEM ALIVE.

Alcuni suoi lavori sono esposti alla Neue Berliner Räume. Ma tutta la città si è inchinata al poeta visuale. Molti spazi pubblicitari stanno accogliendo i suoi led, mentre una piscina dimenticata dell’ex aeroporto di Tempelhof (la foto in apertura) dove scorsa settimana hanno deciso di impiantare la Berlin Art Week, è diventata la scenografia di ALL PALACES ARE TEMPORARY PALACES (‘mazza che botta di caducità umana con una frase luminosa su una piscina vuota, non trovate?) .Continua a leggere “La caducità si fa un tuffo in piscina (che però è vuota)”

Tasso di sensualità

“Il suo si poneva appena prima di quello di un comodino e poco dopo di quello di un elefante di peluche”. Cit. M.S.

Voglia di torta. Torta americana