E’ un capolavoro che ha segnato la storia dell’arte contemporanea. A cinquanta anni dalla morte di Yves Klein, Christie ha venduto FC1 (Fire Color 1) per 36 milioni di dollari. Era il suo ultimo lavoro, realizzato qualche settimana prima della morte prematura avvenuta nel 1962.
Abramovic, il metodo antitempo
Pac, Milano ore 12.15. La città si prepara alla più bizzarra grandinata primaverile della sua storia recente.
Firmi un contratto, poi deliziose ragazze vestite da infermiere ti accompagnano in una sala. Ti invitano a indossare un camice bianco, ti fanno sedere. Sullo schermo appare Marina. Spiega due o tre cose sul Metodo. Ti dice il senso del patto: Tu le dai due ore del tuo tempo lei ti insegna una tecnica per superarlo.
Ti accenna che dovrai attraversare un percorso fatto di tre cicli, che coincido con le tre dimensioni dello stare dell’essere umano. Lo star in piedi, lo star seduti lo star sdraiati.
Lei offre sedie, letti e cabine. Ti avverte: Puoi desistere, nessuno te lo impedisce, ma se non resisti fino alla fine il contratto decade e a te non viene tasca niente.
E un grande urlo pervadeva la natura
Qualcuno, mi pare Francesco Clemente o Nicola de Maria, disse che un quadro bello da uno no, si distingue dal fatto che il primo sembra emanare un odore buono. Un profumo. Ma la più potente delle sinestesie non è olfattiva. E’ uditiva. Tu guardi un quadro e senti salire dal profondo delle viscere, le tue, un urlo di quelli che le tue orecchie non hanno mai udito.
E’ un frastuono onirico, di quelli che certe volte vorresti gridare negli incubi più terrificanti. Uno dei quattro Urli di Edvard Munch ieri sera a New York è stato venduto per 120 milioni di dollari, diventando all’istante l’opera d’arte più cara mai battuta da una casa d’asta (Sotheby’s). Tenete presente che la base era di 40 milioni e che i rilanci sono durati appena 10 minuti.
Ora parliamo un attimo di questo urlo. E di questo alieno vittima di una spirale che per centro ha il buco nero della sua bocca.
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C’era una volta in via Margutta…

Ogni città ha il suo salotto buono. Ogni città nel suo salotto ha il suo angolo dedicato all’arte. Così a Milano quell’angolo di salotto si chiama Brera, a New York Chelsea, a Roma via Margutta, a Londra Myfair, a Napoli via Chiatamone. In questi quartieri esclusivi, piccoli, un po’ in disparte, si sono concentrati i mercanti d’arte e pittori. Si racconta che a Roma l’arte arrivò in via Margutta, alle spalle di via del Babuino, perché era vicina all’Holtel de Russie (Piazza del Popolo) l’alloggio preferito degli Zar, clienti perfetti di dipinti italici.
Oggi non è più così. Almeno è quello che sostengono da globalartmag.com
Thank you Mum, thank you Alejandro
Procter & Gamble mette i soldi, Londra mette le olimpiadi, Alejandro Inarritu la regia, Ludovico Einaudi le musiche.
Nel mese della festa della mamma, nel giorno della festa del lavoro, ringraziamo colei che fai il mestiere più bello del mondo.
Guardate questo video: è uno dei commercial più belli che abbia mai visto. Grazie Mamma. Grazie Alejandro.
Oggi cambio nome. E divento Vita La Roux
Oggi cambio nome. E divento Vita La Roux. In omaggio al mio nuovo amore. Lei. La Roux.
Ti sfanculano al Moma? Don’t worry, vai da Cattelan

Maurizio Cattelan per portare artisti freschi nella sua galleria newyorkese, Family Business, se ne è inventata un’altra delle sue. Nella pagina Facebook della galleria ha postato il rifiuto formale del Museum of Modern Art alle opere che Andy Warhol aveva spedito al museo negli anni ’50.
Family Business specifica: “Got a refuse from MOMA collection? Don’t get upset! Bring your stuff to Family Business”. Che la lettera sia autentica o un falso come sembra, Warhol fu davvero sfanculato dal Moma.
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Salto della pozzanghera
C’è una cosa che non mi leverò dalla testa. Il salto delle pozzanghere. Hoppipolla dei Sigur Ros. Mai e poi mai. C’è l’ho nel sangue.
L’arte del voltastomaco: Il caso Tsykalov
Ecco qualcosa che vi farà venire il voltastomaco.
L’artista moscovita Dimitri Tsykalov 49 anni, riflettendo sulle crudeltà del mondo, in particolare sulle crudeltà commesse dall’uomo contro i suoi simili, con le armi o con la finanza, spesso ha provocato conati di vomito.

Nel 2008, con la serie Meat presentata alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, ha mostrato foto di modelli e modelle nudi, addobbati con brandelli di carne, museruole di macinato, cinte di salsiccia, fucili di costate, pistole di filetto.
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Un Goya tre volte al giorno
Voglio proporvi un consiglio di Francesco Bonami, rischiando il linciaggio. Per evitare sindromi di boterismo acuto o di pomodorate cruente, lui suggerisce guardarsi un Francisco Goya tre volte al giorno. Tipo Saturno che divora i suoi figli. Ho intenzione seriamente di somministrarmi questo antidoto per un po’.
Roma ore 11

Era il 14 gennaio del 1951 – mio padre sarebbe nato un mese dopo – quando di primo mattino si radunarono a largo circense a Roma tante giovani donne. Potevano avere tra i 16 e i 26 anni. All’inizio erano in due, poi venti, poi duecento. Tutte col sogno di diventare dattilografe dal ragioniere di quartiere. C’era chi era stufa di far la serva. Chi non ne poteva piu’ di far la puttana. C’era anche la nobildonna che per amore del pittore squattrinato voleva emanciparsi dalla ricca famiglia. Chi cercava lavoro perche’ il marito era senza da mesi. E chi pensava a come campare i fratelli sognando di cantare al canzoniere. La vecchia che non voleva rimanere esclusa dalla societa’, e la giovane messa incinta dall’avvocato. E poi c’era Cornelia capitata li’ quasi per caso che quella mattina aveva trovato l’amore aspettando in fila: un bel marine in missione a Mogadiscio.
A Toronto il riscatto dell’arte iraniana. Prossimamente.

Retaggio giornalistico. Quando leggo di artisti iraniani, vengo colta da un’irrefrenabile voglia di schierarmi con loro nella battaglia per la libertà.
Io lo so, perché me lo hanno detto, che c’è poco spazio per la libera espressione, la creatività, la critica del sistema. A Teheran.
E infatti gli artisti in genere, stanno altrove. Se possono fanno come Saviano in Svizzera (ero ironica). Criticano dai loro luoghi di esilio, che non ho capito perché, spesso è il Canada. Sennò rischiano la vita a casa loro.
E proprio Toronto, con lo scoppiare della primavera, li chiama a parlare. E dedica loro tre mostre.
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