La morte non si racconta. La morte si fa

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Proprio non lo sapevo che Madonna avesse usato nel 2006 Between the Bars di Elliott Smith per una sua performace. La performance è discutibile. La musica no. Elliott Smith è morto suicida a 34 anni, due mesi e due settimane e un giorno, nel 2003. Credo si sia sparato un colpo in bocca. C’è chi dice che l’ha fatto perché non riusciva a guardarsi allo specchio, tanto era brutto. Io non l’ho mai trovato un cesso atomico, ma il punto è un altro. E morto che aveva già composto un centinaio di belle canzoni, pubblicato otto album, scritto almeno una decina di capolavori. E’ rimasto sempre nelle retrovie, non aveva i capelli biondi, non ha mai parlato con un giornalista, in turneé ci andava mal volentieri. In Italia lo conosciamo in tre. Ma scriveva e scriveva tanto, gobbo sulla sua chitarra. E pure se non era ‘sto Brad Pitt, aveva una voce da fare invidia a tanti buddisti praticanti di Neukölln. Ne approfitto per una nota di carattere personale. Se uno vuole uccidersi, lo fa e basta. Non venitemi a scassare le palle che volete morire. E allora vi tagliate la pelle, ma giusto un po’, e mi raccontate di volervi lanciare dal balcone di notte, che magari il lavoro non vi piace o che la fidanzata esce con un altro. Tutte stronzate. La morte non si racconta. La morte si fa. E non sto a giudicarvi. Fatelo, se proprio. Ma non venitemi a chiedervi di stringervi la mano mentre lo fate, o di affilarvi il coltello da taglio. Ho altro da fare. Tipo ascoltare Waltz 2.

Inverno

Snow covers the Dome of the Rock in Jerusalem

Il rosso di certe foglie in autunno a Berlino, è una roba che neanche i pittori più bravi. E poco importa che oggi fa un freddo che potrebbe essere gennaio. A Palmi.

Ciao Carolyn, Berlino ti aspetta

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Ricordo perfettamente il giorno in cui ho conosciuto Carolyn Carlson dieci anni fa. Era una calda giornata di luglio a Perugia. Di quelle che per corso Vannucci non ci sta nessuno. Lei era arrivata da Parigi, io le sarò sembrata una stagista universitaria goffa in cerca della sua approvazione. La Dance Gallery mi aveva chiesto di scrivere di lei, lei era una dea già allora. E agli dei le interviste non si fanno. Avevamo visitato assieme la galleria nazionale dell’Umbria. E poi lei senza dire una parola, era scivolata via dal parrucchiere. Lasciandomi a bocca asciutta. D’altronde, l’ho imparato con gli anni: c’è poco da usare la voce – rispondere a domanda – quando hai un corpo come il suo, che parla di gesti.
Lo spettacolo che mise in scena al Morlacchi di Perugia si ispirava a Giotto. Quel genio lì, pupilla tanto amata di Alwin Nikolais (padre, se vogliamo della danza contemporanea) aveva scelto nel 2003 di trasformarsi nelle statute di Giotto. Lei stava immobile in piedi su un piedistallo al centro della scena, mentre un proiettore le sparava addosso voluttuose immagini di statue dipinte da Giotto. Le immagini cambiavano e lei era l’anima, l’essenza del movimento, l’essenza della vita.
francesca Woodman
Ma torniamo al presente. Carolyn, ti aspettiamo a Berlino. Tra qualche giorno lei sarà in turneé con uno spettacolo che è una dichiarazione d’amore a tutte le donne. In particolare a una: Francesca Woodman, la fotografa americana innamorata dell’Italia che morì suicidandosi a 22 anni lanciandosi dalla finestra di un palazzo.
La coreografia si intitola Inanna,nome della dea sumera che racchiude un po’ tutte le caratteristiche di Venere e Minerva insieme: il corpo e la mente, la guerra e l’amore, la madre e la seduzione. La vita e la morte.

Con “Inanna” Carolyn Carlson ha creato un patchwork di stili e variazioni. Che danzati diventano un viaggio lirico di scoperta della femminilità attraverso il minimalismo gestuale che è proprio della coreografa. Le sette danzatrici dicono tutto di lei, della donna: pura e libera, pericolosa e giocosa, goffa e preziosa, cade e si rialza, viene sconfitta ma vince. vive ma muore.
Inanna per ora non passerà per Berlino. Lambirà la Germania, a confine con la Francia, patria di elezione di Carolyn. Ma qui vicina a me vive una della sue ancelle, Sara Simeoni, portatrice di grazia e spirito. La dea di Berlino. Che magari ci riesce a convincere la madre spirituale a passarci a trovare.

Una doccia al carbone, nell’Essen

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Ci avete presente la Ruhr? Quell’area della Germania dell’Ovest dove prima il carbone poi il ferro hanno trasformato nel terzo distretto industriale d’Europa? Lì, nell’Essen, una specie di Detroit denoiantri, il collettivo Urbane Künste Ruhr ha realizzato questa Kohlenwäsche, tecnicamente una torre d’acqua dove, in memoria degli anni delle miniere, ci si potrebbe far fare la doccia al carbone. Ancora oggi.

New York si riprende la strada

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Il New York Times, (e ringrazio Giacomo Spazio per la segnalazione) mi ha dato modo, stamani di riflettere come la street art che è nata nell’East Village a New York, e poi ha traslocato a Berlino, ora sta ritornando al di là dell’oceano, a Brooklyn, nel nuovo quartiere di Bushwick, alle spalle di Williamsburg Bridge, dietro quella che per un po’ è stata casa mia. Guardate cosa sta succedendo laggiù. http://www.nytimes.com/video/2013/08/29/arts/design/100000002411831/the-curator-of-bushwick-.html

Da Harlem a Neukölln

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Mi sono preparata, tutta bellina, per parlare della Art week a Berlino, che è cominciata in pompa magna martedì scorso sulla Auguststrasse (e finiva tipo oggi), con un carico di caos e noia che non hanno niente da invidiare alla settimana milanese della moda. Il leit-motiv dell’anno era il “Painting forever”. Pittura per sempre, un tentativo di certo nobile, ma forse inutile, di riavvicinare l’arte contemporanea alle tempere, all’olio, alla tela. Alle persone. Come se in effetti quello fosse il miglior modo per raccontare la realtà. Oggi, nel 21esimo secolo, con Facebookl sul cellulare.
Per questo stasera vi parlo di un’esperienza creativa ben più autentica che si è svolta ieri sera all’Heimat Hafen, storico bellissimo teatro della sporca Neukoelln. L’antemprima 2013 del Fujiama nightclub Urban.
Piccola premessa (che spiega anche il senso della parola “Urban”). L’organizzazione Fujiama a Berlino seleziona ogni anno per la sua stagione di spettacoli una serie di artisti di strada o forme creative altenative (di Neukölln) per farci uno spettacolo di Cabaret che poi viene riproposto a scadenza mensile o bimestrale per la stagione invernale dell’Heimat Hafen. Niente a che fare con il bagaglino di Pamela Prati. Questo è un tipo di Cabaret che da un lato è figlio dell’esperienza newyorkese del varietà, dall’altro resta agganciato alla strade.
Spettacoli di questo tipo, escluso a Neukölln – Berlino, forse a Brixton – Londra,  si possono vedere solo ad Harlem, a New York, dove le luci di Manhattan si mischiano alla dura vita del Bronx. Lì altro che rivitalizzare qualcosa che per sua natura è, non voglio dire morta, ma quanto meno statico. La pittura appunto. COme la danza classica. Lì si raccoglie la ragazza che a 17 anni (o meno o più, non ho capito) Sarah Kunz che usa l’Hoola Hoop come io uso le creme antirughe. Se li spalma addosso, venti di diverse tipologie. E’ elegante e forse danza non l’ha neppure mai studiata, forte sul palcoscenico, reale. Da pelle d’oca. Vero come l’acqua pure il comico di origine turca, o la coreografia di danza irlandese. DOvete credermi. Non è una pacchianata, ma una cosa popolare tirata a lucido. Io da parte mia prometto che andrò a visitare questo famoso ABC Berlin che dice che scorsa settimana hanno fatto belle cose.

Altro che Berlin art week

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(Ecco l’uomo del doppio che fa le foto foto alla sua donna, in un vagone della metropolitana a Berlino)

Il White Album di Murakami

1984
E in una notte di settembre, mentre mia sorella sogna in un Riad a Marrakesh, dal reattrore numero 3 della centrale atomica di Fukushima fuoriescono nuove radiazioni, e Karline dorme beata in un letto a Wrangelkiez a Kreuzberg, io riprendo in mano il terzo libro che parla della Crisalide d’aria. E do ragione a chi dice che 1Q84 è davvero il White Album di Murakami. E mentre sogno nel mio nuovo nido a mezz’aria, aspetto Alice, e vorrei dare un bacio a mio padre, metto su i Beatles.

Bieniek, il genio del doppio

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Tutto è nato dalle Doublefaced, facce doppie in una soltanto, un occhio è vero e uno dipinto, uno è blu l’altro e nocciola, uno è sveglio, uno addormentato. Mentre lei, la portatrice dell’occhio vero, esce dalla doccia, beve, un caffé, fuma una sigaretta. Le foto ritwittate e promosse da
Ai Weiwei nelle ultime due settimane hanno fatto impazzire la rete e sono state viste da più di 5milioni di persone. Alcuni, pagando il giusto prezzo, le hanno già comprate. Così ho deciso di incontrarlo, Sebastian Bieniek. Per scoprire chi è il genio che vive a Berlino entrato nelle grazie dell’artista contemporaneo più famoso del mondo. Nato il 24 aprile 1975 in Polonia da genitori tedeschi, lo considerano tedesco tra i polacchi, polacco tra i tedeschi. Lui, a prescindere dalla doppia nazionalità, si sente quello che gli altri vogliono. “Mir ist egal, cosa sta scritto sul passaporto”, dice, anche se sì, riconosce il sangue è slavo. Di certo non vive con il senso della frustrazione dei figli degli oppressi – Polonia – che vanno a vivere da grandi nel paese degli oppressori – Germania. “Certo, mi conviene passare per polacco in Israele o per tedesco in India, ma la nazionalità mi pare tanto una costruzione politica, inutile”.

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Da Damasco a Tel Aviv, tutti in fuga a Berlino

 

 

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Le navi di Stati Uniti e Gran Bretagna stanno avanzando verso la SIria, contro la Siria. Ci scotta la sedia sotto al culo, oder?Siamo tutti consapevoli che è in corso un massacro senza precedenti, che l’Onu ha di nuovo fallito la sua missione di pace, che tra Assad e ribelli non si sa ancora chi c’ha le mani più sporche. Siccome non si può stare a guardare, allora scomodamente (molto scomodamente, per quel che mi riguarda) accettiamo la presunzione anglo-americana, come il minore dei mali.
Homs existiert nicht mehr (guardare foto per credere 😦, mi disse qualche giorno fa un amico di Damasco. E Aleppo, bella Aleppo delle saponette all’olio d’oliva, e già di fatto una città divisa. Non come Berlino con un est e un ovest. Peggio. Con un centro (Assad) e una periferia (i ribelli).
Per questo che oggi nella mia crisalide d’aria che normalmente si occupa solo di cose belle, mentre quel genio di Sebastien Biniek si diverte a dipingere la doppia faccia alla gente di Berlino, volevo dedicare una riflessione a questo vicino oriente che, se non fossi buddista, penserei davvero condannato a qualche maledizione biblica.
Ad Admiral Brücke, in Kreuzberg ho incontrato due ragazzi: Fadi Tabbaa scappa dalla Siria, Danny Melkonovitzky fugge da Tel Aviv.

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Autunno

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Il problema di Berlino non è che il 14 di agosto è una meravigliosa giornata di fine autunno. Il problema è che la gente del posto mi confondono con questo loro vestirsi come se qui fosse effettivamente la vigilia di ferragosto.

12 agosto, un giorno come un altro

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Oggi 25 anni fa moriva un genio, Jean Michel Basquiat. 100 e rotti anni prima ne nasceva un altro, Erwin Schrödinger. Il primo ha portato la streer art nei circoli filosofici, il secondo con una strana storia su un gatto chiuso in una stanza con radiazioni e una boccetta di veleno, ha dimostrato che hai voglia a parlare di stato quantico: fin tanto le cose non si vedono non accadono.
Basquiat ha preso coraggio e ha dichiarato che la critica nell’arte non serve a nulla. Quanto meno non serve a capire la natura profonda dell’opera d’arte, la sua poesia. Il secondo ha certificato che solo l’osservazione determina lo stato delle cose, che sia atomo o che sia gatto. Grazie a entrambi oggi riusciamo a vedere la poesia.
(E, personalmente, grazie a Paolo Bottarelli che mi ha introdotto alla neuroestetica).